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Pasqua e Pasquetta nel cielo azzurro dell’Aspromonte.

Nel cielo azzurro dell’Aspromonte.
Abstract dal libro: Aspromonte, dove l'anima non muore di Luigi Palamara
La Pasqua non è soltanto una festa.
Non è il semplice ritorno di una data, né il ripetersi consolante di un rito.
Non è una parola da pronunciare distrattamente, né un augurio affidato alla consuetudine delle labbra.
La Pasqua è mistero.
È la soglia santa su cui il dolore dell’uomo incontra la misericordia di Dio.
È il legno della croce innalzato sopra la miseria del mondo.
È il sangue innocente che bagna la terra e la redime.
È il sepolcro chiuso dal silenzio e spalancato dall’eterno.

Dentro la Pasqua c’è il tremore dell’intera condizione umana.
C’è il Cristo che cade sotto il peso del male del mondo, che conosce l’abbandono, il pianto, la ferita, la solitudine estrema.
C’è il Figlio che attraversa la notte del Calvario e la consegna alla luce.
C’è il sacrificio che si fa salvezza, la morte che si arrende, la pietra che rotola via.
E c’è, sopra ogni ombra, il prodigio che fonda la speranza dei credenti e consola il cuore degli uomini: la resurrezione.
La vita che ritorna.
La luce che vince.
L’amore che non finisce.

Ma per chi è figlio della propria terra, per chi porta nell’anima il respiro severo e puro dell’Aspromonte, la Pasqua non dimora soltanto nei Vangeli, nelle campane, negli altari, nei canti sacri.
Dimora nella memoria.
E la memoria, quando è vera, non è mai soltanto ricordo: è una forma segreta di presenza.
È una liturgia interiore.
È un ritorno dell’anima ai luoghi dove ha imparato ad amare, ai volti che l’hanno custodita, alle mani che l’hanno benedetta senza saperlo.

La Pasqua dell’Aspromonte ha il colore chiaro dell’infanzia.
Ha la grazia semplice delle uova dipinte sui banchi di scuola, quando il mondo si lasciava ancora guardare con innocenza e il tempo non aveva ancora insegnato la ferita.
Ha il profumo dei dolci antichi, preparati nelle case come un’offerta domestica, tra mani pazienti e silenzi operosi.
Ha il freddo delle mattine di montagna, sottile e pungente, e insieme quella misteriosa dolcezza che sapeva scendere nel cuore come una benedizione.
Ha il suono dei passi, il richiamo delle cucine, il raccoglimento delle famiglie, il pudore devoto delle cose autentiche.

E poi giungeva la Pasquetta, quasi un giorno ulteriore di grazia, un respiro della terra dopo il grande respiro del cielo.
E allora la festa si faceva pane, fuoco, condivisione.
Si faceva cesta colma, tovaglia distesa, brace viva, vento tra gli ulivi e tra le pietre.
Si faceva formaggio, olive, sottaceti, pomodori secchi, la frittata fedele della tradizione, la carne arrostita, il calore raccolto attorno alla fiamma.
Ma più ancora del cibo, più ancora della gioia semplice delle cose condivise, vi era la presenza degli affetti.
Perché ogni mensa, quando vi siedono coloro che amiamo, possiede qualcosa di sacro.
E ogni fuoco attorno al quale si raccoglie una famiglia custodisce una sua silenziosa liturgia.

È lì che la Pasqua cessa di essere soltanto ricorrenza e si fa verità dell’anima.
Perché ogni resurrezione, prima ancora di annunziarsi nei cieli, si compie nel cuore dell’uomo.
Si compie quando il passato non si lascia vincere dall’oblio.
Quando una voce amata ritorna, nitida, nel silenzio.
Quando un gesto lontano riaffiora all’improvviso e ci stringe il petto con una dolcezza che somiglia al dolore e alla gratitudine insieme.
Quando comprendiamo che vi sono morti che non se ne vanno, perché il loro amore continua a respirare dentro di noi.

Ed è allora che, alzando lo sguardo verso il cielo azzurro dell’Aspromonte, così puro da sembrare una pagina ancora intatta dell’eternità, il pensiero si fa preghiera.
Si raccoglie.
Si inchina.
E torna ad Angelina e a Peppino, madre amata e padre caro, entrambi consegnati alla luce del cielo.

Non assenti.
Non dissolti.
Non perduti.
Ma trasfigurati nell’amore e custoditi nella memoria come si custodisce una fiamma viva.

Angelina appartiene a quella razza di madri che non hanno bisogno di essere celebrate per essere grandi. Donne che hanno amato come si ama davvero: senza proclami, senza teoria, senza chiedere ricevute. Donne di sacrificio silenzioso, di tenerezza custodita nei dettagli, di dedizione ostinata. 

Angelina.
Nome di madre.
Nome di tenerezza silenziosa, di sacrificio nascosto, di veglia discreta, di mani che hanno saputo servire, consolare, nutrire, attendere.
Nome che sa di casa, di carezza, di pazienza.
Nome che raccoglie in sé la dolcezza forte delle donne che amano senza clamore e si consumano, giorno dopo giorno, nella fedeltà agli altri.

Peppino appartiene invece a quella generazione di padri che parlavano poco e insegnavano molto. Uomini che non facevano professione di sentimento, ma lo praticavano nella fatica, nella serietà, nella fedeltà ai propri doveri. Una civiltà umana, prima ancora che familiare, si reggeva su queste figure. E oggi, in tempi di parole inflazionate e legami fragili, la loro statura appare persino più evidente.

Peppino.
Nome di padre.
Nome di forza sobria, di dignità antica, di lavoro e di misura.
Nome che sa di presenza sicura, di amore non proclamato ma vissuto, di fatica sopportata con serietà, di affetto custodito nei gesti più che nelle parole.
Nome di quegli uomini che hanno avuto la grandezza semplice delle radici: stare, reggere, proteggere.

Ora entrambi riposano nel cielo azzurro dell’Aspromonte.
In quella vastità celeste che pare raccogliere il respiro delle montagne, il canto del vento, la pena degli uomini e la pace di Dio.
E in quell’azzurro netto, alto, luminoso, sembra quasi di scorgere il segno di una continuità misteriosa tra ciò che abbiamo perduto e ciò che ancora ci abita.
Perché ci sono anime che non si allontanano.
Restano nel chiarore di un mattino.
Nel tremolio di una fiamma.
Nel paese guardato da lontano, come si guarda un grembo che ancora ci appartiene.
Restano nel pane spezzato.
Nel silenzio condiviso.
Nella malinconia improvvisa di un giorno di festa.

E allora la Pasqua si rivela per ciò che veramente è: non soltanto l’annuncio glorioso della resurrezione di Cristo, ma anche il sussurro di tutte le resurrezioni interiori che il ricordo opera in noi.
È il dolore che si fa dolcezza.
È la nostalgia che si fa benedizione.
È la ferita che non smette di far male e tuttavia comincia a splendere.
È la memoria che restituisce volto, voce e prossimità a coloro che la terra ha accolto ma l’amore non ha consegnato al nulla.

Da bambini, la Pasqua è stupore.
Da giovani, è festa.
Da uomini, è ritorno.
Da anziani, è contemplazione.
E nella contemplazione il cuore si fa più fragile, ma anche più vero.
Più esposto alla malinconia, sì, ma a quella malinconia nobile che non spegne: illumina.
Perché insegna che la vita non è soltanto ciò che passa, ma anche ciò che resta.
E ciò che resta, quasi sempre, è l’amore.

Per questo, nel cielo azzurro dell’Aspromonte, i nomi di Angelina e Peppino non sono soltanto un ricordo.
Sono una preghiera sommessa.
Sono una gratitudine che sale.
Sono la prova silenziosa che certe radici scendono così in profondità nella terra da innalzarsi fino al cielo.
E che certi legami, proprio perché veri, non conoscono sepoltura.

Salgano allora, in questo giorno santo, il ricordo e la riconoscenza.
Per le Pasque vissute insieme.
Per il fuoco acceso contro il vento.
Per il pane condiviso.
Per i silenzi colmi d’amore.
Per la bellezza aspra, severa e infinita della propria terra.
Per tutto ciò che il tempo ha velato, ma non cancellato.

Perché la morte può interrompere il respiro, ma non spegne la presenza di chi abbiamo amato davvero.
E sotto questo cielo alto e misericordioso, l’Aspromonte continua a parlare di loro.
Nella luce.
Nel vento.
Nella memoria.
E nella Pasqua, che ogni anno ritorna a dirci, con voce eterna, che nulla di ciò che è stato amato va perduto.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 
@luigi.palamara Nel cielo azzurro dell’Aspromonte Di Luigi Palamara La Pasqua non arriva in abito buono. non bussa con le campane e non si lascia mettere tra gli auguri scritti in fretta sui telefoni tra una distrazione e l’altra. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #pasqua #aspromonte #roccafortedelgreco #angelinaepeppino #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara

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