Reggio Calabria. Il potere senza pudore e il merito calpestato
L'Editoriale di Luigi Palamara
Dal San Giorgio d’Oro svuotato della sua funzione fino alle nove nuove nomine alla Città Metropolitana a poche settimane dal voto: quando la politica smette di servire le istituzioni e comincia a usare simboli, incarichi e riconoscimenti come strumenti di convenienza, a essere mortificata non è solo la forma. È la dignità stessa della vita pubblica.
C’è una linea oltre la quale la politica non è più discutibile: diventa offensiva. Offensiva per l’intelligenza dei cittadini, offensiva per il senso delle istituzioni, offensiva per chi ancora crede che parole come merito, benemerenza, sobrietà e decoro debbano avere un significato nella vita pubblica.
Quella linea, a Reggio, sembra essere stata oltrepassata da tempo. E non in un solo episodio, ma in un metodo. In un’abitudine. In una cultura del potere che non seleziona, non distingue, non premia il valore: distribuisce. Compensa. Accontenta. Sistema.
È dentro questa deriva che finisce mortificato perfino il San Giorgio d’Oro, che dovrebbe essere il simbolo più limpido del riconoscimento civico. La sua funzione naturale, alta, persino pedagogica, sarebbe una sola: premiare il merito, la benemerenza, l’esempio. Dare alla città una misura di ciò che vale davvero. Indicare una gerarchia morale, non di relazione. E invece anche lì si è consumato lo scempio. Perché quando a ottenere il riconoscimento non è chi lo merita ma chi lo sollecita, chi insiste, chi chiede per anni fino a essere accontentato, allora quel premio smette di essere una benemerenza e diventa un cedimento. Alla faccia del merito. Alla faccia di San Giorgio. Alla faccia di una città che avrebbe diritto a simboli rispettati e non piegati.
Il problema infatti non è soltanto chi riceve. Il problema è ciò che si comunica. Perché i simboli pubblici non sono soprammobili del cerimoniale: sono atti politici. Sono il racconto che un’istituzione fa di se stessa. E se perfino una benemerenza viene trascinata fuori dalla sua nobiltà naturale per finire nel circuito delle pressioni, delle attese, delle compiacenze, allora vuol dire che il guasto non è episodico. È strutturale.
La stessa impressione la restituisce il nuovo allargamento dello staff della Città Metropolitana di Reggio Calabria. Con il decreto n. 34 del 20 aprile 2026, il sindaco metropolitano facente funzioni Carmelo Versace ha disposto la nomina di altri nove componenti dell’ufficio di supporto politico.
Nel decreto si richiama l’articolo 90 del Testo unico degli enti locali e si precisa che si tratta di incarichi fiduciari, destinati ad affiancare il sindaco metropolitano facente funzioni nelle attività di indirizzo e controllo. Tutto legittimo, formalmente. Tutto ineccepibile, sulla carta. Ma la politica non si giudica soltanto dal perimetro della legittimità. Si giudica anche, e soprattutto, dal senso della misura. Dall’opportunità. Dal rispetto del contesto.
Ed è qui che l’atto diventa politicamente fragoroso. Perché arriva a poche settimane dal voto. E in piena vigilia elettorale una struttura di staff che continua a crescere non è mai un segnale neutro. Non lo è per i cittadini. Non lo è per chi osserva. Non lo è per una città già stanca di vedere il potere muoversi sempre con tempismo perfetto quando deve rafforzare se stesso, e con lentezza esasperante quando deve risolvere i problemi degli altri.
È questo il punto vero. Non il numero delle nomine in sé. Non la formula amministrativa. Non il cavillo dietro cui ripararsi. Il punto è il messaggio politico che un simile provvedimento lancia nel momento in cui viene firmato. Perché nove nuove nomine, il 20 aprile, finiscono inevitabilmente per entrare nel clima della campagna elettorale. E non come un dettaglio marginale, ma come un fatto emblematico. Un fatto che alimenta il sospetto di una politica ripiegata sulle proprie esigenze, sui propri equilibri, sui propri circuiti di fedeltà.
Quando il merito arretra e avanzano le appartenenze, le insistenze, le prossimità, le convenienze, la politica smette di essere guida e diventa gestione del consenso. Quando anche un premio simbolico perde il suo significato e un ente allarga il proprio staff alla vigilia del voto, il problema non è più il singolo atto: è l’idea di potere che vi sta dietro.
Un potere che non sente più il dovere del limite. Un potere che non teme il giudizio morale, ma solo quello elettorale. Un potere che non arrossisce più.
Ed è precisamente questo a indignare. Non solo le decisioni, ma la loro disinvoltura. Non solo la sostanza, ma l’assenza di vergogna. Perché almeno un tempo il potere aveva il pudore di nascondersi. Oggi invece esibisce se stesso, pretende di essere assolto in anticipo, si rifugia nella formula notarile e crede che basti una base giuridica per cancellare l’evidenza politica.
Ma l’evidenza resta. E dice che il San Giorgio d’Oro è stato mortificato nella sua funzione più nobile, quella di premiare davvero il merito e la benemerenza. Dice che, ancora una volta, a essere premiata non è stata l’eccellenza ma la perseveranza interessata di chi ha chiesto fino a ottenere. Dice che, nello stesso clima, nove nomine fiduciari firmate a ridosso del voto finiscono per assumere un peso che travalica il semplice atto amministrativo. Dice, soprattutto, che tra istituzioni e cittadini si allarga una frattura pericolosa: quella tra chi pretende rispetto per i simboli e chi li usa come strumenti.
La verità, scomoda ma limpida, è una sola: quando il merito viene umiliato e il potere perde il pudore, non decade soltanto la politica. Decade la credibilità stessa delle istituzioni. E un’istituzione che non sa più distinguere tra riconoscere e compiacere, tra amministrare e sistemare, tra onorare e distribuire, non chiede consenso: pretende rassegnazione. Ma una città degna di questo nome non ha il dovere di rassegnarsi. Ha il dovere di ricordare, giudicare e, quando serve, respingere.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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