Diritto, politica, mafia: il racconto spietato di un Paese che ha smesso di arrossire
La Repubblica delle scorciatoie
Dalle garanzie costituzionali piegate alla convenienza del momento ai voti che si comprano nel vuoto lasciato dallo Stato, l’intervista a Nicola Gratteri diventa il ritratto di un’Italia in cui il potere non accetta più limiti e la legalità rischia di ridursi a ornamento.
Ci sono interviste che informano e interviste che, senza volerlo, accusano. Non l’intervistato, ma il tempo in cui vive; non il singolo errore, ma il costume che lo rende possibile; non una norma soltanto, ma la mentalità che l’ha concepita. Il colloquio con Nicola Gratteri appartiene a questa seconda specie, più rara e più importante. Perché, nel susseguirsi delle domande e delle risposte, non emerge soltanto l’opinione severa di un magistrato: affiora, piuttosto, la radiografia di un’Italia che da troppi anni ha preso l’abitudine di considerare il diritto un intralcio, la politica un mestiere di sopravvivenza e lo Stato un presidio intermittente.
Il punto più allarmante, infatti, non è neppure nell’asprezza dei giudizi, ma nella natura del problema. Quando si arriva perfino a immaginare che l’avvocato — figura che la civiltà giuridica colloca a tutela del cittadino e della sua difesa — possa essere sospinto, persuaso, quasi arruolato in una finalità che con il diritto ha un rapporto di insofferenza, allora non siamo più davanti a una proposta infelice. Siamo davanti a una confessione culturale. Vuol dire che qualcuno, nei luoghi dove si decide, ha smesso di pensare alle garanzie come a un fondamento e ha cominciato a viverle come un impaccio.
È sempre qui che cominciano le stagioni peggiori: non quando si abolisce apertamente un principio, ma quando lo si svuota con garbo, lo si aggira con destrezza, lo si rende accessorio in nome dell’urgenza, dell’emergenza, dell’opportunità politica. Il potere, in Italia, raramente ama scontrarsi frontalmente con i limiti. Preferisce logorarli. Li aggira, li piega, li stanca. Non chiede: “Possiamo farlo?”. Chiede: “Come facciamo a farlo lo stesso?”. E in questa domanda, apparentemente tecnica, c’è già l’intera patologia della nostra vita pubblica.
Gratteri richiama, con la sua consueta brutalità argomentativa, una verità che dovrebbe apparire elementare e che invece, in questo Paese, suona quasi eversiva: la difesa non è una concessione dello Stato, è un argine posto contro lo Stato. La Costituzione non è un prontuario da consultare quando conviene, ma il recinto entro cui il potere è obbligato a muoversi. Nel momento in cui la politica si persuade di poter reinterpretare quel recinto a proprio comodo, si apre una crepa. E da quella crepa esce tutto: l’arbitrio, la propaganda, il disprezzo per la forma, la convinzione che la forza del mandato possa sostituire la forza del diritto.
Ma l’intervista si fa ancora più grave quando scende nei territori dove la politica smette di essere teoria e diventa materia, soldi, dipendenza, scambio. Qui la questione non è più soltanto istituzionale: diventa nazionale. La politica, osserva Gratteri, è oggi più debole perché più esposta, più affamata di mezzi, più vulnerabile ai finanziatori e ai procacciatori di consenso. E questa fragilità non resta astratta. Si traduce in subordinazione. Chi paga, presenta il conto. Chi porta voti, pretende restituzione. Chi occupa il vuoto lasciato dalle istituzioni finisce per assomigliare, agli occhi di troppi cittadini, a un potere più concreto e più rapido dello Stato.
È qui che la mafia rivela il suo volto contemporaneo, molto meno folcloristico di quanto piaccia credere ai superficiali. Non è soltanto violenza, intimidazione, sangue. È organizzazione del consenso dentro il fallimento pubblico. È welfare criminale dove il welfare legale arretra. È risposta immediata là dove la politica balbetta, promette, rinvia. In molte aree d’Italia, specie le più impoverite e abbandonate, il cittadino non si rivolge a chi rappresenta la legge, ma a chi sembra in grado di produrre un effetto. Un lavoro nero, un favore, una mediazione, una protezione, un pacchetto di voti. Tutto ciò che lo Stato dovrebbe garantire in forma limpida viene offerto in forma opaca. E nell’opacità, come sempre, prospera il ricatto.
Il passaggio sul riciclaggio è, sotto questo aspetto, quasi didattico nella sua crudezza. Ristoranti, alberghi, supermercati, negozi: non il covo oscuro di un romanzo criminale, ma la normalità economica delle nostre città. Il denaro sporco non cerca più rifugio ai margini; cerca rispettabilità al centro. Si traveste da impresa, da fattura, da scontrino, da investimento. Compra mura, insegne, tavoli, casse, telefoni, merci, reputazione. Entra nell’economia visibile e da lì ottiene ciò che più gli interessa: non soltanto profitto, ma legittimazione. Il crimine organizzato ha capito da tempo ciò che la politica spesso ignora: per dominare non basta fare paura, bisogna apparire necessari.
E tuttavia il tratto più sconfortante di questo quadro non sta solo nella forza delle mafie, ma nella debolezza della reazione civile. L’Italia, più che cedere, si abitua. Si abitua al linguaggio che umilia il diritto. Si abitua ai rapporti opachi tra denaro e rappresentanza. Si abitua all’idea che la legalità sia una parola da celebrare nei convegni e da contraddire nella pratica. Si abitua perfino al degrado carcerario, purché resti lontano dagli occhi e dalla coscienza. E così anche il carcere, che dovrebbe essere il luogo in cui lo Stato riafferma la propria autorità e la propria serietà, diventa spesso il simbolo della sua distrazione: strutture insufficienti, controllo imperfetto, telefoni e droga che entrano, gerarchie criminali che sopravvivono in forme nuove.
Colpisce, in questo, una delle osservazioni più amare: il capomafia come detenuto modello. Non il ribelle da leggenda, ma il silenzioso professionista dell’adattamento; colui che non disturba, non alza la voce, non rompe la disciplina, e proprio per questo spesso trae vantaggio dal sistema. È un paradosso solo apparente. Le organizzazioni mafiose hanno sempre compreso il valore dell’ordine, purché utile al comando. Sanno attendere, occultarsi, presentarsi con il volto della compostezza. Non cercano il caos: cercano il controllo. E quando le istituzioni si limitano alla superficie dei comportamenti, senza leggere il reticolo dei poteri reali, rischiano di premiare l’obbedienza apparente e di non vedere la sostanza.
Da tutto ciò nasce una conclusione che va oltre l’intervista e oltre il personaggio Gratteri. Il problema italiano non è soltanto la criminalità organizzata, e non è soltanto la mediocrità di una parte della politica. È la progressiva erosione dell’idea stessa di limite. Un potere democratico dovrebbe accettare di essere frenato, corretto, contraddetto. Dovrebbe considerare le garanzie non un inciampo, ma una nobiltà. Dovrebbe sapere che la democrazia costa, che la legalità richiede strutture, che la libertà ha bisogno di forme e che lo Stato, se arretra, non lascia un vuoto neutro: lascia un territorio che qualcuno occuperà.
L’Italia di oggi sembra invece dominata da una convinzione opposta: che tutto possa essere negoziato, reinterpretato, scavalcato; che la fedeltà conti più del merito, l’urgenza più della regola, l’effetto più del principio. È una filosofia meschina, ma potente. E produce un Paese in cui la legge viene citata molto e onorata poco, la politica si proclama sovrana e si scopre dipendente, la mafia si fa impresa e il cittadino resta solo, sospeso tra la propaganda di chi promette e l’efficienza tossica di chi corrompe.
Forse è questo il significato più profondo di parole come quelle ascoltate nell’intervista: ricordarci che la questione morale non è un reperto del Novecento, ma una necessità del presente. E che il vero scandalo non è soltanto ciò che accade. È il fatto che ci stiamo abituando a considerarlo normale.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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