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IL GIURAMENTO DI CANNIZZARO: «REGGIO CALABRIA, RIALZATI! È IL TEMPO DEL CORAGGIO»

Adesso Reggio: il coraggio di Cannizzaro davanti alla città che vuole rialzarsi


Sabato 9 maggio, Piazza Duomo si fa tempio di un nuovo sentimento politico: non promesse, ma l’assunzione di una responsabilità collettiva per uscire dal buio.

IL GIURAMENTO DI CANNIZZARO: «REGGIO CALABRIA, RIALZATI! È IL TEMPO DEL CORAGGIO»

Dalla "rivoluzione della normalità" alla sfida dei giovani "prontissimi": il candidato sindaco infiamma la piazza, rompe con dodici anni di declino e lancia la visione di una città-piattaforma nel Mediterraneo. «Non arrivo per amministrare la rassegnazione, ma per interromperla».

L'Editoriale di Luigi Palamara


Nelle campagne elettorali vere, arriva un momento in cui le parole smettono di essere soltanto parole. Diventano temperatura. Diventano fiato. Diventano piazza. Diventano quel rumore antico e civile che fa una comunità quando decide di non voler più essere raccontata dagli altri, ma di raccontarsi da sé.

Sabato 9 maggio 2026, in Piazza Duomo, Francesco Cannizzaro non ha fatto semplicemente un comizio. Ha fatto una cosa più rara: ha provato a restituire a Reggio Calabria un sentimento politico. Non una promessa da manifesto, non una carezza da campagna elettorale, non la solita litania dei “faremo” e dei “vedremo”. Ha portato sul palco una parola che in politica è diventata quasi scandalosa: responsabilità.

E l’ha fatto a modo suo. Con la voce che ogni tanto s’increspa, con il tono di chi non finge di essere un notaio, con l’irruenza di chi sa che una città non si salva con i sussurri. Cannizzaro non ha recitato la parte del candidato perfetto, perché il candidato perfetto non esiste e, quando esiste, di solito mente. Ha parlato da uomo politico, da figlio di questa terra, da parlamentare che rivendica di aver portato risorse a Reggio e alla Calabria, da candidato sindaco che dice: io non arrivo per amministrare il declino, arrivo per interromperlo.

Il primo punto, forse il più importante, è stato quello della squadra. Giovani, professionisti, studenti, donne e uomini con esperienza. Non una lista come somma di nomi, ma una classe dirigente in formazione. Qui sta una delle intuizioni più forti del discorso: Cannizzaro non si presenta come uomo solo al comando. Si presenta come capo di una generazione politica che vuole prendere in mano il Comune, le circoscrizioni, i processi amministrativi, gli uffici, le responsabilità. Non parla dei giovani come soprammobili da convegno. Non li chiama “futuro” per poi lasciarli in platea. Li chiama presente.

Ed è una differenza enorme.

Per anni la politica ha usato i giovani come fondale, come fotografia, come quota estetica. Cannizzaro li mette invece dentro il motore. Dice che sono preparati, formati, temprati nella militanza e nella professione. Dice che non sono pronti: sono prontissimi. È una frase che può sembrare retorica solo a chi ha smesso di credere che una città abbia bisogno di energie nuove. Ma Reggio, oggi, non ha bisogno di manutentori del vecchio equilibrio. Ha bisogno di una leva nuova, capace di stare accanto all’esperienza senza esserne schiacciata.

Poi c’è il tema della coalizione. Il centrodestra che Cannizzaro descrive è compatto, unito, presente nei quartieri, nelle case, nei contesti sociali. È una coalizione che non si limita a esibire simboli, ma rivendica un lavoro politico porta a porta. E in una città come Reggio Calabria, dove la politica non è mai solo ideologia ma rapporto, volto, mano stretta, parola data, questo conta. Conta più di molte sofisticate alchimie romane.

Ma il cuore del discorso è un altro: la rottura con dodici anni di amministrazione che Cannizzaro giudica fallimentari. Qui il candidato non ha usato il bisturi, ha usato la sciabola. Ha attaccato Giuseppe Falcomatà, ha polemizzato con il centrosinistra, ha denunciato quella che considera una macchina di delegittimazione personale, fatta di video sezionati, errori ingigantiti, attacchi alla famiglia, ai collaboratori, persino alla sua devozione per la Madonna della Consolazione.

Eppure, dentro questa durezza, c’è un punto politico chiaro: Cannizzaro vuole riportare il confronto sui contenuti. Dice di aver cercato un rapporto corretto con Mimmo Battaglia. Dice di voler discutere di programmi, non di caricature. Dice di non voler passare i prossimi anni a dare la colpa a chi c’era prima, ma di volersi assumere la responsabilità anche dei problemi ereditati. Questa è la parte più seria del discorso. Perché è facile vincere contro qualcuno. Più difficile è governare dopo qualcuno. E Cannizzaro ha voluto dire proprio questo: non mi candido per lamentarmi, mi candido per decidere.

La sua idea di città parte da una parola semplice: normalizzare. Una parola umile, quasi antieroica. Ma in certe città la normalità è già rivoluzione. Raccogliere la spazzatura. Asfaltare le strade, non rattopparle. Far arrivare l’acqua nelle case. Rimettere ordine nella macchina amministrativa. Dare dignità ai quartieri. Garantire servizi sociali degni di questo nome. Assicurare assistenza ai ragazzi autistici, ai disabili, alle famiglie fragili. In un Paese abituato ai grandi proclami, Cannizzaro ha ricordato che il primo miracolo di un sindaco è far funzionare ciò che dovrebbe funzionare.

La politica sociale è stata una delle parti più intense del discorso. Quando ha parlato delle quattro ore settimanali di assistenza per i ragazzi speciali, ha usato una parola dura: vergogna. Ed è una parola giusta, quando una comunità lascia sole le famiglie che più avrebbero bisogno di sentire la presenza pubblica. Qui Cannizzaro ha promesso di scegliere i migliori, di costruire uno staff competente, di valorizzare professionalità anche non elette. È un’idea di amministrazione che supera la logica del posto e guarda alla competenza. O almeno questa è la sfida: dimostrare che il Comune non sarà un recinto di fedeltà, ma una macchina di risultati.

Altro punto centrale: la riorganizzazione amministrativa. Cannizzaro è stato netto, persino brutale, quando ha parlato dei dirigenti che, a suo giudizio, hanno contribuito al fallimento della città. Ma ha distinto. Da una parte, chi dentro l’amministrazione vuole lavorare, chi ha competenza, chi ha senso di appartenenza. Dall’altra, gli incarichi fiduciari, gli esterni, le posizioni considerate espressione del vecchio sistema. Il messaggio è chiaro: chi vuole servire Reggio troverà spazio; chi vuole conservare rendite, no.

È una promessa impegnativa. Perché cambiare la burocrazia comunale è più difficile che vincere una piazza. Ma è anche il nodo vero di ogni amministrazione. Un sindaco senza macchina amministrativa è un generale senza esercito. Cannizzaro sembra averlo capito: non basta avere idee, bisogna avere uffici capaci di trasformarle in atti.

Poi c’è la visione. Ed è qui che il discorso si allarga. Non più soltanto buche, acqua, rifiuti, servizi sociali. Ma porto, aeroporto, turismo, Stretto, Gioia Tauro, Piano Mattei, Mediterraneo.

Cannizzaro immagina Reggio Calabria non come periferia lamentosa, ma come piattaforma. Una città che guarda a Messina non con rivalità da campanile, ma con l’ambizione di costruire un’area integrata dello Stretto. Una città che non si accontenta dei Bronzi, del gelato e del lungomare, per quanto siano tesori veri, ma che costruisce un pacchetto turistico capace di trattenere i visitatori più di quarantotto ore. Una città che comprende che Ryanair, l’aeroporto, l’aerostazione e i collegamenti non sono un punto d’arrivo, ma un inizio.

Qui Cannizzaro ha toccato una ferita scoperta: Reggio piace, ma spesso non trattiene. Arrivano turisti, ma mancano servizi, mobilità, attrazioni organizzate, un’offerta continua. Il turista non vive di cartoline. Ha bisogno di taxi, trasporti, eventi, percorsi, strutture, programmazione. Se dopo due giorni prende un altro biglietto e se ne va in Sicilia o in Puglia, non è colpa del destino. È colpa di una città che non ha ancora trasformato la bellezza in industria civile.

E allora ecco la cabinovia da Pentimele al Fortino. Qualcuno ride. È normale: nelle città abituate alla rassegnazione, ogni visione sembra una spacconata. Ridevano anche di altre idee, dice Cannizzaro. Ma una città che non immagina più è già morta. La cabinovia, il polo fieristico, il polo congressuale, il salone nautico dello Stretto, la portualità diffusa, il sistema dei porti da Saline a Roccella, da Bagnara a Scilla, da Reggio a Villa: tutto questo è il tentativo di spostare Reggio dalla cronaca del disagio alla geografia delle opportunità.

Non tutto sarà facile. Non tutto sarà immediato. Ma in politica conta anche la direzione dello sguardo. E Cannizzaro guarda a Reggio come a una città mediterranea, non come a un Comune condannato a inseguire emergenze.

Il passaggio su Gioia Tauro e sul Canale di Suez è forse il più ambizioso. Il ragionamento è semplice: se le grandi rotte commerciali attraversano il Mediterraneo, perché la Calabria deve restare spettatrice? Perché le merci devono correre verso Rotterdam mentre qui si potrebbe costruire lavoro, logistica, industria, occupazione? In questa idea, Reggio non è più margine ma cerniera. Non è più coda ma porta. Non è più Sud del Sud, ma Nord del Mediterraneo.

Lo stesso vale per il Piano Mattei e per il rapporto con l’Africa. Cannizzaro propone una linea netta: non subire i fenomeni migratori, ma governarli; non confondere accoglienza e disordine; formare persone, creare lavoro, rispondere ai bisogni delle imprese e delle strutture ricettive. È un tema delicato, che richiede equilibrio e umanità. Ma nel discorso c’è un’idea politica precisa: Reggio e la Calabria possono diventare luoghi di relazione, formazione e sviluppo nel Mediterraneo, non soltanto territori che guardano passare la storia.


Infine c’è il tratto personale. Cannizzaro parla della madre, della famiglia, della malattia, della Madonna della Consolazione. Qualcuno storcerà il naso, perché una certa intellighenzia pensa che la fede popolare sia folclore buono solo per le processioni e sconveniente nella politica. Ma Reggio non è un laboratorio asettico. È una città di carne, memoria, madri, devozione, dolore, speranza. Chi non capisce questo non capisce Reggio. E Cannizzaro, nel bene e nel male, parla quella lingua. Non la studia. La possiede.

La forza del suo discorso sta proprio qui: nell’aver messo insieme il Comune e il Mediterraneo, la buca e Gioia Tauro, l’acqua nelle case e il Piano Mattei, il ragazzo autistico e il salone nautico, la Madonna della Consolazione e la macchina amministrativa. Può sembrare troppo. Ma forse Reggio ha bisogno esattamente di questo: di qualcuno che non la riduca a un problema tecnico, né a una bandiera da sventolare ogni cinque anni.

Cannizzaro ha chiuso con uno slogan: “Adesso Reggio. Adesso i reggini per Reggio”. Non è solo una formula da palco. È una dichiarazione di possesso morale. Reggio ai reggini non come chiusura, ma come restituzione. La città a chi la vive, a chi la soffre, a chi la vuole vedere pulita, funzionante, rispettata, ambiziosa.

Le elezioni del 24 e 25 maggio diranno se questa piazza diventerà governo. Ma una cosa, dopo il discorso di Piazza Duomo, è già evidente: Francesco Cannizzaro non si candida per accompagnare Reggio al prossimo compromesso. Si candida per rompere un ciclo. Per prendere una città ferita e dirle, senza troppi giri di parole, che può ancora rialzarsi.

E forse è proprio questo che oggi Reggio aspettava: non un amministratore della malinconia, ma un sindaco della riscossa.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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@luigi.palamara Adesso Reggio con Francesco Cannizzaro Sindaco presentazione delle due liste a Piazza Duomo. Forza Italia e Cannizzaro Sindaco. Reggio Calabria 9 maggio 2026 #adessoreggio #francescocannizzaro #forzaitalia #piazzaduomo #reggiocalabria ♬ audio originale - Luigi Palamara
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