Madre, parola di terra e di destino
Una parola che l’uomo pronuncia prima ancora di sapere bene che cosa sia il mondo. La dice con la bocca incerta dell’infanzia, con il pianto, con la fame, con la paura del buio. Poi la ripete da adulto, quando crede di essersi fatto forte, quando la vita gli ha insegnato a non chiamare nessuno. Eppure, nei momenti in cui ogni orgoglio cade, quella parola ritorna: madre.
Khalil Gibran l’ha detta con la semplicità dei grandi spiriti: “La parola più bella sulle labbra del genere umano è Madre”. Non è soltanto una parola affettuosa. È una radice. È il primo paese dell’uomo. Prima della patria, prima della casa, prima della legge e della storia, c’è una madre che accoglie, nutre, perdona, comprende. L’uomo viene al mondo come uno straniero, e la madre è la prima terra che non gli domanda documenti.
In un tempo come il nostro, che consuma le parole e le rende leggere, “madre” conserva ancora un peso antico. Sa di pane spezzato, di mani che lavorano, di notti senza sonno, di silenzi custoditi. La madre non sempre parla; spesso veglia. Non sempre spiega; spesso comprende. Non sempre approva; ma raramente chiude la porta per sempre. La sua misericordia non nasce da debolezza, ma da una sapienza più profonda della giustizia: quella di chi conosce la fragilità dell’uomo perché l’ha visto nascere indifeso.
Ogni cosa in natura parla della madre, dice Gibran. Ed è vero. La terra che riceve il seme, l’albero che offre ombra, la sorgente che disseta, la notte che copre e consola: tutto sembra ripetere, in forme diverse, il gesto materno. Anche il dolore della madre appartiene alla natura: è il dolore che non fa rumore, che non chiede applausi, che si consuma perché altri possano vivere.
Ma forse oggi dobbiamo chiederci se sappiamo ancora riconoscere le madri. Non solo celebrarle per un giorno, con fiori e parole gentili, ma custodirne la dignità ogni giorno. Perché una società che dimentica le madri dimentica se stessa. Quando una madre è lasciata sola, quando il suo lavoro invisibile non conta, quando la sua fatica viene considerata naturale e perciò dovuta, allora non è soltanto lei a essere ferita: è l’intera comunità a perdere misura, gratitudine, umanità.
La madre è la prima scuola del perdono. Non perché cancelli tutto, ma perché insegna che l’uomo vale più del suo errore. È la prima scuola della misericordia, perché sa chinarsi senza umiliare. È la prima scuola della comprensione, perché ascolta anche ciò che non viene detto. In lei l’amore non è teoria, ma gesto quotidiano: preparare, attendere, ricominciare, restare.
E quando diciamo “Madre mia”, non invochiamo soltanto una persona. Invochiamo un rifugio, una memoria, una luce rimasta accesa. Anche chi non ha avuto la madre che avrebbe desiderato porta dentro di sé la nostalgia di quel nome. Perché “madre” è anche ciò che avremmo voluto ricevere: tenerezza, protezione, perdono, casa.
Per questo la parola madre non invecchia. Attraversa i secoli come l’acqua attraversa la pietra. Cambiano le città, le abitudini, i linguaggi, ma l’uomo, quando è ferito, torna sempre a cercare una voce che gli dica: non temere.
Forse la civiltà comincia proprio da qui: dal modo in cui sappiamo pronunciare questa parola senza retorica e senza dimenticanza. Madre: non un ornamento dei sentimenti, ma il nome più serio dell’amore.
Angelina la mia mamma.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara ♬ audio originale - Luigi Palamara
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