La libertà non è un soprammobile
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una cosa che in Italia, inclusa Reggio Calabria, tutti dicono di amare: la libertà.
La libertà di parola, la libertà di opinione, la libertà di stampa, la libertà di coscienza. Tutti la invocano, tutti la celebrano, tutti la mettono nei discorsi solenni, nei comunicati ufficiali, nei post pieni di punti esclamativi e indignazione prêt-à-porter.
Poi, però, arriva qualcuno che quella libertà la usa davvero.
Non per decorare una frase.
Non per fare bella figura.
Non per ricevere applausi dal proprio recinto.
Ma per dire ciò che pensa.
E lì comincia il problema.
Una semplice intervista. Una domanda. Un’opinione. Graziano Tomarchio ha chiesto: “Come la pensi?”. E io, come sempre, ho risposto. Perché ci sono persone che quando vengono interrogate sulla propria idea non cercano il nascondiglio, non chiedono il permesso al vento, non si rifugiano nella prudenza dei furbi.
Solo i pavidi restano nell’ombra.
Gli uomini, quando hanno qualcosa da dire, parlano.
E invece apriti cielo.
Il parere diventa scandalo.
La frase diventa lesa maestà.
L’opinione diventa provocazione.
Il dissenso diventa colpa.
La libertà diventa sospetta.
E allora bisogna dirlo, una volta per tutte: la libertà che piace solo quando conferma ciò che pensiamo non è libertà. È arredamento ideologico. È soprammobile da salotto buono. È una cornice appesa al muro, buona per le ricorrenze, inutile quando serve davvero.
La vera libertà è un’altra cosa.
È quella che disturba.
È quella che graffia.
È quella che costringe qualcuno a cambiare posizione sulla sedia.
È quella che non chiede il favore di essere tollerata.
È quella che non si inginocchia davanti al tribunale del conformismo.
Perché oggi il vizio è proprio questo: tutti liberali con le opinioni degli amici, tutti censori con quelle degli altri. Tutti democratici finché parla il coro, tutti indignati appena si alza una voce fuori tempo. Si applaude la libertà come principio astratto, poi la si strangola appena diventa concreta.
E questa non è libertà.
È ipocrisia di comodo.
È il vecchio gioco di chi dice: “Puoi parlare, purché tu dica quello che piace a me”.
“Puoi esprimerti, purché tu non mi dia fastidio”.
“Puoi avere un’opinione, purché non rompa il clima”.
“Puoi essere libero, purché tu sia libero dentro il recinto che ho disegnato io”.
Magnifico. Una libertà col guinzaglio. Una libertà in franchising. Una libertà col permesso firmato da chi si crede proprietario del pensiero altrui.
No, grazie.
La libertà vera non funziona così.
La libertà vera non è il diritto di piacere.
È il diritto di dire.
Non è il diritto di essere applauditi.
È il diritto di non essere messi al rogo per aver espresso un pensiero.
Non è il privilegio dei prudenti.
È il respiro degli uomini liberi.
Capisco bene che il bisogno sia cornuto. Lo è sempre stato. Il bisogno piega la schiena, fa abbassare la voce, consiglia prudenza, suggerisce silenzi. Il bisogno ha mille facce e una sola morale: “Stai zitto, conviene”.
Ma una comunità che trasforma la convenienza in virtù è già malata.
Perché il silenzio, quando nasce dalla paura, non è equilibrio.
È resa.
La prudenza, quando serve solo a non disturbare il potente di turno, non è saggezza.
È servitù elegante.
Il “non esporsi”, quando diventa metodo di vita, non è intelligenza.
È lenta asfissia civile.
E io, francamente, preferisco respirare.
La libertà riempie i polmoni di aria nuova e pulita. Anche quando costa. Anche quando infastidisce. Anche quando non conviene. Soprattutto quando non conviene.
Perché la libertà misurata sulla convenienza non è libertà: è calcolo.
La libertà concessa solo agli amici non è libertà: è clan.
La libertà riconosciuta solo quando non disturba non è libertà: è teatro.
E allora sì, ribadisco.
Ho espresso un parere.
Lo rifarei.
Lo rifarò.
Chi vuole discutere, discuta.
Chi vuole dissentire, dissenta.
Chi vuole criticare, critichi.
Ma nessuno venga a spiegarmi che la libertà è bella solo quando resta muta, educata, addomesticata e possibilmente utile alla compagnia.
La libertà non è un animale da salotto.
Non si tiene al guinzaglio.
Non si accarezza quando fa comodo.
Non si chiude in cucina quando arrivano gli ospiti.
La libertà è la prova della nostra dignità.
E chi ha paura di un’opinione, in fondo, non sta difendendo la democrazia. Sta difendendo il proprio piccolo potere, il proprio fragile recinto, il proprio comodissimo diritto a non essere contraddetto.
Ma la democrazia non è il luogo dove tutti tacciono per non urtare nessuno.
È il luogo dove tutti possono parlare, anche quando qualcuno si urta.
E allora basta con questa libertà da cerimonia, buona per i discorsi ufficiali e inutilizzabile nella vita reale.
No all’ipocrisia di comodo.
No alla libertà col bavaglio.
No al pensiero autorizzato.
No al coraggio a giorni alterni.
La libertà vera non chiede scusa di esistere.
Parla.
Respira.
Disturba.
E proprio per questo è viva.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara GRAZIE A Graziano Tomarchio ...
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@luigi.palamara La libertà non è un soprammobile L'Editoriale di Luigi Palamara Una cosa che in Italia, inclusa Reggio Calabria, tutti dicono di amare: la libertà. La libertà di parola, la libertà di opinione, la libertà di stampa, la libertà di coscienza. Tutti la invocano, tutti la celebrano, tutti la mettono nei discorsi solenni, nei comunicati ufficiali, nei post pieni di punti esclamativi e indignazione prêt-à-porter. Poi, però, arriva qualcuno che quella libertà la usa davvero. Non per decorare una frase. Non per fare bella figura. Non per ricevere applausi dal proprio recinto. Ma per dire ciò che pensa. E lì comincia il problema. Una semplice intervista. Una domanda. Un’opinione. Graziano Tomarchio ha chiesto: “Come la pensi?”. E io, come sempre, ho risposto. Perché ci sono persone che quando vengono interrogate sulla propria idea non cercano il nascondiglio, non chiedono il permesso al vento, non si rifugiano nella prudenza dei furbi. Solo i pavidi restano nell’ombra. Gli uomini, quando hanno qualcosa da dire, parlano. E invece apriti cielo. Il parere diventa scandalo. La frase diventa lesa maestà. L’opinione diventa provocazione. Il dissenso diventa colpa. La libertà diventa sospetta. E allora bisogna dirlo, una volta per tutte: la libertà che piace solo quando conferma ciò che pensiamo non è libertà. È arredamento ideologico. È soprammobile da salotto buono. È una cornice appesa al muro, buona per le ricorrenze, inutile quando serve davvero. La vera libertà è un’altra cosa. È quella che disturba. È quella che graffia. È quella che costringe qualcuno a cambiare posizione sulla sedia. È quella che non chiede il favore di essere tollerata. È quella che non si inginocchia davanti al tribunale del conformismo. Perché oggi il vizio è proprio questo: tutti liberali con le opinioni degli amici, tutti censori con quelle degli altri. Tutti democratici finché parla il coro, tutti indignati appena si alza una voce fuori tempo. Si applaude la libertà come principio astratto, poi la si strangola appena diventa concreta. E questa non è libertà. È ipocrisia di comodo. È il vecchio gioco di chi dice: “Puoi parlare, purché tu dica quello che piace a me”. “Puoi esprimerti, purché tu non mi dia fastidio”. “Puoi avere un’opinione, purché non rompa il clima”. “Puoi essere libero, purché tu sia libero dentro il recinto che ho disegnato io”. Magnifico. Una libertà col guinzaglio. Una libertà in franchising. Una libertà col permesso firmato da chi si crede proprietario del pensiero altrui. No, grazie. La libertà vera non funziona così. La libertà vera non è il diritto di piacere. È il diritto di dire. Non è il diritto di essere applauditi. È il diritto di non essere messi al rogo per aver espresso un pensiero. Non è il privilegio dei prudenti. È il respiro degli uomini liberi. Capisco bene che il bisogno sia cornuto. Lo è sempre stato. Il bisogno piega la schiena, fa abbassare la voce, consiglia prudenza, suggerisce silenzi. Il bisogno ha mille facce e una sola morale: “Stai zitto, conviene”. Ma una comunità che trasforma la convenienza in virtù è già malata. Perché il silenzio, quando nasce dalla paura, non è equilibrio. È resa. La prudenza, quando serve solo a non disturbare il potente di turno, non è saggezza. È servitù elegante. Il “non esporsi”, quando diventa metodo di vita, non è intelligenza. È lenta asfissia civile. E io, francamente, preferisco respirare. La libertà riempie i polmoni di aria nuova e pulita. Anche quando costa. Anche quando infastidisce. Anche quando non conviene. Soprattutto quando non conviene. Perché la libertà misurata sulla convenienza non è libertà: è calcolo. La libertà concessa solo agli amici non è libertà: è clan. La libertà riconosciuta solo quando non disturba non è libertà: è teatro. E allora sì, ribadisco. Ho espresso un parere. Lo rifarei. Lo rifarò. Chi vuole discutere, discuta. Chi vuole dissentire, dissenta. Chi vuole criticare, critichi. Ma nessuno venga a spiegarmi che la libertà è bella solo quando resta muta, educata, addomesticata e possibilmente utile alla compagnia.
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