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Mimmo Franco, l’uomo che allenava le anime

Mimmo Franco, l’uomo che allenava le anime

di Luigi Palamara 


C’è un lutto che non si misura col numero delle corone, dei messaggi, dei post, delle mani strette davanti a una chiesa. C’è un lutto che si misura col vuoto. E quello lasciato da Domenico Franco, per tutti Mimmo, a Melito di Porto Salvo e nel mondo del calcio, è un vuoto che fa rumore.

Mimmo Franco non era soltanto un allenatore. Questa, detta così, sarebbe una mezza verità. E le mezze verità, quando si parla dei morti, sono quasi sempre una forma di ingiustizia. Mimmo era un educatore. Lo era in campo, lo era nella cooperativa, lo era nella vita. Allenava gambe, certo. Ma soprattutto raddrizzava caratteri, accendeva coscienze, insegnava a stare al mondo. Che poi è il mestiere più difficile, e il meno pagato, che ci sia.

Nel calcio aveva visto molto e dato molto. Aveva giocato, allenato, vinto, formato. Dalla terza categoria fino ai palcoscenici più alti del calcio a cinque, passando per la Nuova Melito, per il calcio femminile, per le categorie minori, per quei campi dove la polvere spesso vale più dell’erba e dove si capisce davvero chi è uomo e chi recita la parte. Ha lanciato ragazzi, ha cresciuto atleti, ha indicato strade. Qualcuno è arrivato in alto, qualcun altro no. Ma tutti, a leggere le testimonianze di queste ore, hanno portato via da lui qualcosa di più importante di uno schema: un’idea di dignità.

Ecco il punto. Gli schemi passano. Le classifiche ingialliscono. Le coppe finiscono nelle bacheche, e poi nella polvere. Ma un uomo che insegna il rispetto, la misura, la lealtà, la pazienza, resta. Resta anche quando se ne va. Anzi, forse resta di più.

Chi lo ha conosciuto lo descrive con parole che oggi sembrano fuori moda: garbato, perbene, gentile, discreto, generoso. Parole antiche. Parole quasi sospette in un tempo in cui l’arroganza viene scambiata per personalità e il rumore per autorevolezza. Mimmo Franco, invece, apparteneva a un’altra razza: quella degli uomini che non hanno bisogno di urlare per farsi ascoltare.

Parlava poco, dicono. Lavorava molto. Non cercava il palcoscenico. Eppure il palcoscenico, quello vero, lo aveva sotto i piedi ogni giorno: un campo di calcio, una casa famiglia, un gruppo di ragazzi difficili, un giovane da salvare dalla strada, un adolescente da convincere che il destino non è una condanna. Lì Mimmo faceva il suo mestiere. Senza trombe, senza proclami, senza posa. Con quella serietà silenziosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria.

La sua opera nella Cooperativa “Marzo ’78” racconta forse più di qualsiasi curriculum. Lì, accanto ai minori fragili, ai ragazzi feriti, agli stranieri soli, ai giovani ai margini, Mimmo non distribuiva prediche. Dava presenza. E la presenza, per chi è cresciuto nell’assenza, vale più di mille discorsi. Era autorevole senza essere autoritario. Sapeva ascoltare, capire, correggere. Sapeva farsi rispettare perché, prima ancora, rispettava.

Per questo le testimonianze arrivate in queste ore non sono semplici condoglianze. Sono un processo alla nostra distrazione. Ci ricordano che spesso i veri maestri vivono accanto a noi e noi ce ne accorgiamo soltanto quando è troppo tardi. Li incontriamo per strada, li salutiamo al campo, li vediamo al lavoro, pensiamo che ci saranno sempre. Poi un giorno se ne vanno, e allora scopriamo che tenevano insieme un pezzo di comunità.

Mimmo Franco teneva insieme molte cose: sport e solidarietà, disciplina e tenerezza, fede e servizio, famiglia e territorio. Marito, padre, nonno, educatore, allenatore. Ma sopra ogni definizione, uomo. E non è poco. Anzi, è tutto.

Melito oggi piange un suo figlio. Il calcio piange un suo signore. I ragazzi che ha seguito piangono una guida. Gli amici piangono un fratello. La famiglia piange ciò che nessuna parola può consolare. E tuttavia, davanti a una vita così, il dolore non può essere soltanto dolore. Deve diventare memoria. E la memoria, quando è seria, chiede responsabilità.

Per questo non appare retorica, ma dovere civile, l’idea di intitolargli una via, una struttura pubblica, un luogo dello sport o dell’educazione. Non per mettere una targa in più su un muro. Le targhe, da sole, non servono a niente. Servono quando ricordano ai vivi come si deve vivere. E il nome di Mimmo Franco, in una città che lo ha conosciuto e amato, può ancora educare.

Perché questo è il punto finale, semplice e terribile: Mimmo Franco non ha soltanto allenato squadre. Ha cresciuto uomini. Non ha soltanto insegnato calcio. Ha insegnato compostezza, bontà, responsabilità. Non ha soltanto occupato un posto nella comunità. È stato comunità.

Ora lo accompagnino gli angeli, come recita la liturgia. Ma a noi resta il compito meno poetico e più difficile: non tradire quello che ci ha lasciato.

Ciao Mimmo.
Il fischio finale non cancella la partita. La consegna agli altri.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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