Il Pnrr perduto nei corridoi
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Reggio Calabria non mancano i progetti. Mancano, più spesso, gli orologi. E quando un Comune perde l’orologio, non perde soltanto il tempo: perde i finanziamenti, perde la credibilità, perde perfino il diritto di lamentarsi quando Roma, Bruxelles o la Corte dei Conti bussano alla porta chiedendo conto di ciò che doveva essere fatto e non è stato fatto.
La vicenda dei bus elettrici e degli impianti di ricarica, finanziata dal Pnrr per oltre 46 milioni di euro, non è una faccenda da ragionieri col pallottoliere. È il ritratto, piuttosto impietoso, di una macchina amministrativa che promette la transizione ecologica e poi inciampa sul calendario. Sessantacinque bus, poi diventati sessantasei, da acquistare entro il 30 giugno 2026. Una data che, nei documenti, pareva lontana. Nella realtà amministrativa italiana, invece, era già ieri.
La Corte dei Conti usa parole educate, com’è dovere delle istituzioni. Parla di “criticità rilevanti”, di “disallineamento”, di “rallentamento delle fasi attuative”, di residui attivi e passivi. Tradotto dal burocratese: i conti non tornano, i tempi scappano, la programmazione è stata rimodulata ma non salvata, e la spesa rischia di arrivare quando la clessidra sarà già vuota.
Il punto non è soltanto tecnico. È politico. È culturale. È morale.
Perché il Pnrr non era una pioggia d’oro da celebrare in conferenza stampa. Era un patto severo: soldi in cambio di capacità. Opportunità in cambio di disciplina. Progetti in cambio di esecuzione. E invece troppo spesso la parola “finanziamento” è stata trattata come se coincidesse con la parola “risultato”. Ma tra il decreto e il cantiere, tra il cronoprogramma e il pagamento, tra la piattaforma ReGiS e la strada dove dovrebbe passare un autobus elettrico, c’è un abisso. E dentro quell’abisso finiscono le città.
Reggio Calabria conosce bene questa malattia: l’annuncio come anestetico, la promessa come alibi, il futuro come manifesto elettorale. Si dice “mobilità sostenibile” e già sembra di vedere bus silenziosi, aria pulita, periferie collegate, servizi efficienti. Poi arriva la Corte dei Conti e ci ricorda che non basta battezzare verde un progetto perché esso germogli.
Peggio ancora, sullo sfondo ci sono i 15 milioni dei Pinqua già sfumati, con il Ministero che avrebbe chiesto la restituzione delle somme anticipate. Quindici milioni per la qualità dell’abitare: non un capriccio, non un vezzo, ma case, quartieri, dignità urbana. Denaro pubblico evaporato nel Paese dove tutti invocano fondi, pochi li spendono bene e pochissimi ne rispondono davvero.
Ora Palazzo San Giorgio porterà la deliberazione in Consiglio comunale. Bene. Ma non basterà la liturgia dell’aula. Non basteranno le dichiarazioni indignate dell’opposizione né le rassicurazioni accaldate della maggioranza. Non basterà nemmeno il solito minuetto: “abbiamo ereditato”, “stiamo monitorando”, “gli uffici sono al lavoro”, “nessun rischio per la città”. Le città non vivono di formule. Vivono di atti.
La domanda è semplice, quasi brutale: chi governa il procedimento? Chi risponde dei ritardi? Chi controlla davvero il rapporto tra ciò che si programma, ciò che si realizza, ciò che si paga e ciò che si rendiconta? Perché la Corte chiede esattamente questo: aggiornare i dati, rafforzare il presidio sulla fase esecutiva e liquidatoria, migliorare la correlazione tra accertamenti, riscossioni e pagamenti. In altre parole: amministrare.
E amministrare non significa occupare una poltrona. Significa prevedere, decidere, incalzare, correggere, firmare, pagare, verificare. Significa non scoprire il ritardo quando è ormai diventato emergenza. Significa sapere che il Pnrr non perdona la sciatteria, perché non è il vecchio pozzo senza fondo della spesa pubblica italiana. Ha scadenze, vincoli, piattaforme, milestone, controlli. Ha, soprattutto, una memoria.
La memoria, questa sconosciuta.
Reggio Calabria ha bisogno di autobus, certo. Ma prima ancora ha bisogno di una pubblica amministrazione che non perda la corsa prima di salire a bordo. Ha bisogno di una politica che smetta di confondere il finanziamento ottenuto con l’opera realizzata. Ha bisogno di dirigenti che trattino il tempo come una risorsa pubblica, non come una variabile elastica. Ha bisogno di cittadini che non si accontentino del titolo sul giornale, ma chiedano il numero di targa del bus, la colonnina installata, il pagamento effettuato, il cronoprogramma rispettato.
La Corte dei Conti ha fatto il suo mestiere: ha acceso la luce. Ora vedremo se dentro Palazzo San Giorgio qualcuno avrà il coraggio di guardare la stanza com’è, e non come la racconta.
Perché il Pnrr non si perde tutto in una volta. Si perde a rate. Un rinvio oggi, una rimodulazione domani, una fattura sospesa, un dato non aggiornato, un residuo che cresce, una scadenza che si avvicina. Poi, quando il danno è fatto, arrivano le spiegazioni. Sempre numerose. Sempre tardive.
Ecco, Reggio non ha più bisogno di spiegazioni tardive. Ha bisogno di puntualità. Che, in fondo, è la prima forma di rispetto verso una città troppo spesso condannata ad aspettare.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.