L’intelligenza artificiale non farà il giornalista. Al massimo lo smaschererà
L'Editoriale di Luigi Palamara
C’è una domanda che oggi attraversa le redazioni, i convegni, le scuole di giornalismo, i tavoli degli editori e, purtroppo, anche le scrivanie di molti cronisti impigriti: l’intelligenza artificiale è un’opportunità o una minaccia?
La risposta più onesta è quella data da Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, nell’intervista concessa a Luigi Palamara a Reggio Calabria: è entrambe le cose.
E non poteva essere diversamente. Ogni invenzione dell’uomo porta con sé una promessa e un inganno. Il fuoco scalda e brucia. Il bisturi salva e ferisce. La macchina accelera e travolge. L’intelligenza artificiale non fa eccezione: può aiutare, può semplificare, può alleggerire certe mansioni di routine. Ma può anche diventare l’alibi perfetto per smettere di pensare.
E qui nasce il problema.
Perché in alcuni campi, come la sanità, l’intelligenza artificiale può essere un supporto prezioso, talvolta decisivo. Può leggere dati, confrontare esami, individuare anomalie, aiutare il medico. Ma nei mestieri intellettuali la faccenda si complica. Nel giornalismo, nell’avvocatura, in tutte quelle professioni dove non basta assemblare parole ma bisogna capire, discernere, giudicare, assumersi una responsabilità, il rischio è enorme.
Lo vediamo già. Avvocati che si affidano alla macchina per scrivere atti e finiscono in figuracce clamorose. Giornalisti che potrebbero fare lo stesso, magari confezionando articoli puliti nella forma e vuoti nella sostanza. Testi ben pettinati, ma senza sangue. Senza verifica. Senza presenza. Senza coscienza.
Il punto è questo: le professioni intellettuali hanno bisogno di intelligenza. Ma non di quella artificiale. Hanno bisogno dell’intelligenza umana, cioè della capacità di collegare i fatti, di cogliere una sfumatura, di distinguere una notizia da una diceria, una fonte da un pettegolezzo, una verità scomoda da una menzogna comoda.
Il giornalista non è un compilatore. Non è un distributore automatico di frasi. Non è un ripetitore di comunicati stampa, né un impiegato del copia e incolla digitale. Il giornalista, quando fa davvero il suo mestiere, deve informare lettori, telespettatori, radioascoltatori e utenti del web con notizie verificate, fondate, corrispondenti ai fatti.
Questa si chiama deontologia. Parola antica, forse poco di moda, ma ancora indispensabile. L’etica riguarda tutti; la deontologia riguarda una professione e i suoi doveri. Per un giornalista significa non dare notizie false, non spacciare insinuazioni per verità, non trasformare il commento in insulto, non usare la penna — o la tastiera — per regolare conti personali, politici, di gruppo o di partito.
Chi fa questo non è un giornalista libero. È un militante travestito da cronista. O peggio, un sicario verbale.
L’intelligenza artificiale, allora, può servire? Sì, se resta uno strumento. Può aiutare a trascrivere, ordinare materiali, velocizzare attività ripetitive, liberare tempo per l’approfondimento. Ma quando diventa sostituto del pensiero, quando pretende di fare al posto del giornalista ciò che solo il giornalista deve fare, allora diventa una trappola.
E una trappola comoda, soprattutto per certi editori.
Perché diciamolo senza troppi giri di parole: molte aziende editoriali non sognano l’intelligenza artificiale per migliorare il giornalismo. La sognano per ridurre i giornalisti. Meno redattori, meno inviati, meno cronisti, meno stipendi. Più automatismi, più contenuti prodotti in serie, più notizie senz’anima. Una fabbrica di articoli, non una redazione.
Ma il giornalismo non nasce da una macchina. Nasce da una presenza.
Ed è qui che l’intervista tocca uno dei punti più veri, quasi dimenticati: il giornalista deve esserci. Deve stare nei luoghi. Deve guardare. Deve ascoltare. Deve respirare l’aria dei fatti. Non può sempre seguire tutto da remoto, dietro uno schermo, con il filtro rassicurante del computer.
La presenza cambia la percezione. Una pausa, uno sguardo, un’imbarazzata esitazione, il tono di una risposta, il brusio di una sala, il silenzio dopo una domanda: tutto questo non entra nei comunicati stampa. Non sempre entra nei video. Non sempre si capisce da lontano. Ma spesso è lì che si nasconde la notizia.
Il vecchio giornalista, quello con le scarpe consumate e il taccuino in tasca, non era romantico per posa. Era necessario. Perché i fatti, per capirli, bisogna andarli a cercare. Il giornalismo fatto dal tavolo, dal computer, dalla stanza chiusa, rischia di diventare una forma elegante di cecità.
Naturalmente i tempi sono cambiati. Nessuno può fingere che esistano ancora soltanto i giornali di carta. Prima sono arrivate le televisioni locali, poi le radio locali, poi il web, poi i social. Ogni passaggio ha allargato il campo, ma ha anche aumentato la confusione. Oggi chiunque può scrivere qualcosa online e presentarsi, agli occhi di molti, come informatore, commentatore, testimone, giudice e pubblico ministero.
Il risultato è un caos dove il lettore fatica a distinguere il giornalista da chi pubblica qualunque cosa sul web. Una notizia verificata e una sciocchezza urlata spesso viaggiano alla stessa velocità. Anzi, la sciocchezza molte volte corre più forte, perché è più semplice, più rabbiosa, più comoda da condividere.
Questo ha prodotto danni enormi. Danni occupazionali, perché il lavoro giornalistico è stato impoverito, precarizzato, svalutato. E danni qualitativi, perché l’informazione è stata sommersa da una piena fangosa di opinioni, sospetti, slogan, mezze verità e falsità intere.
La Calabria, dice Soluri, non è un’eccezione. È dentro questo stesso destino nazionale. Il giornalismo calabrese vive le difficoltà del giornalismo italiano: trasformazioni tecnologiche, fragilità economiche, confusione dei ruoli, pressione dei social, perdita di autorevolezza, difficoltà nel difendere la qualità del lavoro.
Si potrebbe mettere ordine? Sì. Si dovrebbe mettere ordine? Certamente. Ma qui arriva il nodo più difficile: il web non si norma con una leggina locale, né con un regolamento domestico. Servirebbe una norma planetaria. E una norma planetaria, oggi, non c’è. Domani, probabilmente, nemmeno.
Attenzione però: normare non significa normalizzare. Soluri coglie una distinzione importante. Normalizzare può voler dire indirizzare, addomesticare, mettere il bavaglio. Normare, invece, dovrebbe significare fissare regole minime di responsabilità. Non per imbavagliare la libertà, ma per impedire che la libertà venga usata come scudo da chi diffonde menzogne.
Il problema è che il mondo digitale non ha confini, mentre le leggi sì. E così il giornalismo resta in mezzo al guado: da una parte la deontologia, dall’altra l’anarchia del web; da una parte il dovere della verifica, dall’altra la velocità del falso; da una parte il mestiere, dall’altra il rumore.
In questo scenario, la domanda non è più soltanto se l’intelligenza artificiale sia utile o pericolosa. La domanda vera è un’altra: esiste ancora il giornalista disposto a fare il giornalista?
Perché nessuna macchina potrà sostituire un cronista che va sul posto, verifica una fonte, incalza il potere, distingue un fatto da una suggestione, rifiuta l’insulto, non si vende al gruppo, al partito, all’azienda, alla convenienza del momento.
Ma nessuna macchina potrà salvare un giornalista che ha già rinunciato a tutto questo.
L’intelligenza artificiale, in fondo, non ucciderà il giornalismo. Potrebbe fare una cosa più crudele: rivelare quanto giornalismo era già morto prima del suo arrivo.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara L’intelligenza artificiale non farà il giornalista. Al massimo lo smaschererà L'Editoriale di Luigi Palamara  C’è una domanda che oggi attraversa le redazioni, i convegni, le scuole di giornalismo, i tavoli degli editori e, purtroppo, anche le scrivanie di molti cronisti impigriti: l’intelligenza artificiale è un’opportunità o una minaccia? La risposta più onesta è quella data da Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, nell’intervista concessa a Luigi Palamara a Reggio Calabria: è entrambe le cose. E non poteva essere diversamente. Ogni invenzione dell’uomo porta con sé una promessa e un inganno. Il fuoco scalda e brucia. Il bisturi salva e ferisce. La macchina accelera e travolge. L’intelligenza artificiale non fa eccezione: può aiutare, può semplificare, può alleggerire certe mansioni di routine. Ma può anche diventare l’alibi perfetto per smettere di pensare. E qui nasce il problema. Perché in alcuni campi, come la sanità, l’intelligenza artificiale può essere un supporto prezioso, talvolta decisivo. Può leggere dati, confrontare esami, individuare anomalie, aiutare il medico. Ma nei mestieri intellettuali la faccenda si complica. Nel giornalismo, nell’avvocatura, in tutte quelle professioni dove non basta assemblare parole ma bisogna capire, discernere, giudicare, assumersi una responsabilità, il rischio è enorme. Lo vediamo già. Avvocati che si affidano alla macchina per scrivere atti e finiscono in figuracce clamorose. Giornalisti che potrebbero fare lo stesso, magari confezionando articoli puliti nella forma e vuoti nella sostanza. Testi ben pettinati, ma senza sangue. Senza verifica. Senza presenza. Senza coscienza. Il punto è questo: le professioni intellettuali hanno bisogno di intelligenza. Ma non di quella artificiale. Hanno bisogno dell’intelligenza umana, cioè della capacità di collegare i fatti, di cogliere una sfumatura, di distinguere una notizia da una diceria, una fonte da un pettegolezzo, una verità scomoda da una menzogna comoda. Il giornalista non è un compilatore. Non è un distributore automatico di frasi. Non è un ripetitore di comunicati stampa, né un impiegato del copia e incolla digitale. Il giornalista, quando fa davvero il suo mestiere, deve informare lettori, telespettatori, radioascoltatori e utenti del web con notizie verificate, fondate, corrispondenti ai fatti. Questa si chiama deontologia. Parola antica, forse poco di moda, ma ancora indispensabile. L’etica riguarda tutti; la deontologia riguarda una professione e i suoi doveri. Per un giornalista significa non dare notizie false, non spacciare insinuazioni per verità, non trasformare il commento in insulto, non usare la penna — o la tastiera — per regolare conti personali, politici, di gruppo o di partito. Chi fa questo non è un giornalista libero. È un militante travestito da cronista. O peggio, un sicario verbale. L’intelligenza artificiale, allora, può servire? Sì, se resta uno strumento. Può aiutare a trascrivere, ordinare materiali, velocizzare attività ripetitive, liberare tempo per l’approfondimento. Ma quando diventa sostituto del pensiero, quando pretende di fare al posto del giornalista ciò che solo il giornalista deve fare, allora diventa una trappola. E una trappola comoda, soprattutto per certi editori. Perché diciamolo senza troppi giri di parole: molte aziende editoriali non sognano l’intelligenza artificiale per migliorare il giornalismo. La sognano per ridurre i giornalisti. Meno redattori, meno inviati, meno cronisti, meno stipendi. Più automatismi, più contenuti prodotti in serie, più notizie senz’anima. Una fabbrica di articoli, non una redazione. Ma il giornalismo non nasce da una macchina. Nasce da una presenza. Ed è qui che l’intervista tocca uno dei punti più veri, quasi dimenticati: il giornalista deve esserci. Deve stare nei luoghi. Deve guardare. Deve ascoltare. Deve respirare l’aria dei fatti. Non può sempre seguire tutto da remoto, dietro uno schermo, con il filt
♬ audio originale - Luigi Palamara
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