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Reggio Calabria. La città e il rumore

La città e il rumore

L'Editoriale di Luigi Palamara 


In campagna elettorale, almeno in teoria, si dovrebbe parlare di cose semplici e serie: le strade, i quartieri, i servizi, i conti, le scuole, il lavoro, il futuro dei ragazzi. Parole poco appariscenti, forse. Ma sono quelle che fanno la vita quotidiana di una città.

A Reggio Calabria, invece, pare che la città sia diventata un pretesto. Non il fine della politica, ma lo sfondo. Come un bel panorama dietro una lite di condominio.

Si voterà il 24 e 25 maggio. Non è una scadenza qualunque. Si sceglierà chi dovrà governare una città difficile, bella, complicata, spesso ferita. Eppure, ascoltando certi toni, si ha l’impressione che il problema non sia amministrare Reggio, ma regolare conti antichi, togliersi sassolini dalle scarpe, dimostrare di avere avuto ragione vent’anni fa.

È un vizio reggino, quello di trasformare il passato in un’arma e il presente in un’occasione mancata. C’è chi non parla di ciò che vuole fare domani, ma di ciò che altri avrebbero fatto ieri. Non combatte l’avversario che ha davanti, ma quello che si è scelto nella memoria. Così la politica diventa una seduta spiritica: si evocano fantasmi, si agitano vecchi nomi, si cercano colpe remote. Intanto, la città aspetta.

Poi ci sono quelli che gridano. Non propongono, denunciano. Non costruiscono, accusano. Hanno sempre un nemico, possibilmente forte, perché prendersela con chi conta dà l’illusione di contare un po’ anche loro. Usano parole dure, spesso inutili. La cattiveria, quando entra nella politica, raramente porta voti buoni. Più spesso lascia solo cenere.

Ci sono anche i dotti. Quelli che parlano come se la politica fosse un esame universitario e gli elettori una classe impreparata. Hanno la citazione pronta, il tono misurato, la superiorità paziente di chi pensa di spiegare il mondo ai distratti. Non urlano, è vero. Ma non sempre chi parla piano dice cose più profonde. Talvolta sussurra soltanto la propria presunzione.

Reggio Calabria, però, è una città piccola abbastanza da ricordare. Ricorda chi parla, chi tace, chi predica, chi cambia, chi giudica e chi ieri faceva esattamente ciò che oggi rimprovera agli altri. Nelle città piccole la memoria è una forma di archivio popolare: non ha timbri, ma raramente sbaglia fascicolo.

E poi ci sono i furbi. Anche loro non mancano mai. Quelli che pensano una cosa, ne dicono un’altra e ne fanno una terza. Immaginano strategie raffinate, tavoli nascosti, mosse laterali. Si sentono abili. Ma la furbizia, in politica, è una moneta che perde valore in fretta. Soprattutto quando tutti sanno chi la sta spendendo.

Il risultato è una campagna elettorale povera. Povera di idee, povera di misura, povera di rispetto. E la povertà più grave non è quella delle parole: è quella dello sguardo. Perché sembra mancare lo sguardo sulla città. Sui suoi bisogni reali. Sulle famiglie che attendono risposte. Sui quartieri che non vogliono più essere ricordati solo quando servono voti. Sui giovani che partono. Sugli anziani che restano. Su chi, ogni mattina, si chiede se qualcosa potrà davvero cambiare.

Mancano tre settimane. Poi le urne faranno ciò che spesso la politica dimentica: metteranno un punto. Senza ballottaggio, si saprà chi sarà chiamato a fare il Sindaco. E allora comincerà la parte più seria, perché governare è diverso dal parlare. Amministrare non è insultare meglio, né citare più alto, né complottare più fino. È decidere. Rispondere. Assumersi responsabilità.

Dopo il voto vedremo molti cambiare espressione. Alcuni saliranno sul carro del vincitore con la naturalezza di chi sostiene di esserci sempre stato. Altri diranno di essere stati fraintesi. Qualcuno scoprirà improvvisamente il valore dell’unità, dopo avere passato settimane a dividere. È una vecchia commedia, ma ogni volta trova nuovi attori.

Eppure una città non può essere ridotta al palcoscenico delle ambizioni personali. Reggio merita qualcosa di più delle vendette, delle pose, delle mezze frasi, delle campagne fatte contro qualcuno anziché per qualcosa.

Il consiglio, allora, è semplice: parlate della città. Dite che cosa avete fatto, che cosa volete fare, con quali mezzi, con quali tempi, con quali persone. Lasciate stare le ossessioni. Lasciate stare le ruggini. Lasciate stare i fantasmi.

Gli elettori non hanno bisogno di assistere a un processo permanente. Hanno bisogno di capire a chi affidare la casa comune.

Perché una campagna elettorale passa. Le parole, prima o poi, si spengono. I manifesti si staccano dai muri. Le offese invecchiano male.

Ma Reggio Calabria resta.

E chi dice di volerla governare dovrebbe ricordarselo prima di chiedere il voto, non dopo averlo ottenuto.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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