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Reggio Calabria. La piazza, il pulpito e il candidato del “non si torna indietro”

La piazza, il pulpito e il candidato del “non si torna indietro”

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Un modo antico, molto italiano, di fare politica: salire su un palco, guardare la folla, evocare il buio, agitare lo spettro del passato e, possibilmente, non dire troppo del presente. Mimmo Battaglia, in Piazza Duomo, lo ha praticato con diligenza quasi scolastica. Non un’apertura di campagna elettorale, ma una liturgia. Non un programma, ma un esorcismo. Non una visione, ma un refrain: “indietro non si torna”.

Peccato che, a forza di dire che non si torna indietro, qualcuno dovrebbe pur spiegare dove si intenda andare avanti.

La serata del centrosinistra reggino è stata presentata come il grande abbraccio popolare attorno al candidato. In realtà, almeno dal racconto che ne viene fatto, è parsa soprattutto una lunga processione di fedeltà: dirigenti, sigle, giovani democratici, ex amministratori, alleati vecchi e nuovi. Tutti a turno a certificare una cosa sola: che Battaglia sarebbe l’uomo giusto perché rappresenta la continuità. E qui nasce il problema. Perché la continuità, in politica, può essere una virtù quando ha prodotto risultati evidenti; diventa invece una zavorra quando chiede fiducia in nome della paura.

Battaglia ha scelto il registro più comodo: quello dell’allarme. Ha evocato “il periodo più buio della città”, il debito pubblico, i creditori insoddisfatti, lo scioglimento del Comune per contiguità mafiosa. Tutto vero come memoria storica, tutto pesantissimo come richiamo civile. Ma la politica non può vivere soltanto di fantasmi. A un candidato sindaco non basta indicare l’abisso alle spalle: deve anche mostrare la strada davanti. E invece la piazza ha ascoltato molte accuse, molte contrapposizioni, molte formule da comizio. Poche risposte concrete.

Il punto più debole sta proprio nella frase che avrebbe dovuto essere la più forte: “Reggio non ha più buchi di bilancio”. Bella battuta, certo. Efficace, persino. Ma una città non si governa con le battute ben riuscite. Perché Battaglia stesso ammette che Reggio ha ancora buche nelle strade. E quelle buche, nella vita quotidiana dei cittadini, non sono metafore: sono realtà. Sono pneumatici rotti, quartieri trascurati, manutenzioni mancate, periferie che non leggono i comunicati stampa e non si commuovono davanti agli slogan.

Poi c’è l’eterna colpa degli altri. Il governo taglia, il centrodestra promette, gli avversari fanno “interventi spot”, gli emendamenti vengono spacciati per soluzioni. Tutto può essere. Ma il cittadino, che ha una pazienza più concreta della retorica, potrebbe domandare: e voi, nel frattempo, che cosa avete fatto abbastanza bene da chiedere altri anni di fiducia? La risposta offerta dal palco sembra essere: abbiamo amato Reggio. Giuseppe Falcomatà lo ha detto con enfasi: dodici anni come “atto d’amore”, non “fuffa”.

Anche qui, formula suggestiva. Ma l’amore, in amministrazione, non si misura a dichiarazioni. Si misura a strade, servizi, decoro, conti, tempi, trasporti, uffici, quartieri, manutenzioni. Un sindaco non è un poeta ferito, è un amministratore. E il rischio di certi comizi è proprio questo: trasformare la politica in autobiografia sentimentale.

Battaglia, da parte sua, si presenta come uomo di servizio, di tradizione, di responsabilità. Ma la tradizione può essere anche un recinto. E il servizio può diventare mestiere. E la responsabilità, quando è invocata senza una rottura chiara con ciò che non ha funzionato, somiglia molto alla richiesta di essere assolti prima ancora di essere giudicati.

Piazza Duomo, dunque, non ha visto nascere una sfida nuova. Ha visto piuttosto la vecchia macchina del centrosinistra rimettersi in moto, con i suoi riti, i suoi applausi, le sue parole d’ordine, le sue paure accuratamente lucidate. Battaglia non ha parlato come chi vuole aprire una stagione: ha parlato come chi vuole impedire che ne arrivi un’altra.

E questo, forse, è il limite più grande del suo debutto. Un candidato sindaco dovrebbe accendere speranza, non soltanto sospetto. Dovrebbe dire “faremo”, non soltanto “non torneremo”. Dovrebbe convincere anche chi non appartiene alla sua piazza, non solo rassicurare chi era già venuto ad applaudirlo.

Perché Reggio Calabria non ha bisogno di un custode del passato, neppure quando quel custode si presenta con le parole solenni dell’amore e della responsabilità. Ha bisogno di qualcuno che dica con chiarezza come intende governare il presente.

E in Piazza Duomo, tra molte frecciate e molta enfasi, questa chiarezza è rimasta la grande assente.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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