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Reggio Calabria non ha bisogno di un nemico. Ha bisogno di una classe dirigente

Reggio Calabria non ha bisogno di un nemico. Ha bisogno di una classe dirigente

L'Editoriale di Luigi Palamara


Esiste un vizio antico nella politica italiana, e a Reggio Calabria diventa spesso una condanna: scambiare la memoria per programma, l’indignazione per proposta, il nemico per visione.
La manifestazione del centrosinistra in Piazza Duomo, il 3 maggio 2026, avrebbe dovuto aprire la campagna elettorale di Mimmo Battaglia sindaco. Avrebbe dovuto dire alla città: ecco dove vogliamo portarti. E invece, troppo spesso, ha detto altro: ecco da chi vogliamo salvarti.

Il punto non è se Giuseppe Falcomatà e Mimmo Battaglia abbiano o meno il diritto di rivendicare una storia amministrativa. Ce l’hanno. Dodici anni di governo cittadino non sono un dettaglio. I conti risanati, i servizi sociali, gli asili, le partecipate, i beni confiscati, i centri diurni, i pasti nelle mense, le opere pubbliche, i concorsi, il welfare: tutto questo può e deve entrare in una campagna elettorale. Ma il modo in cui viene raccontato fa la differenza tra una proposta politica e un’autobiografia collettiva.

E qui il problema emerge subito.

Piazza Duomo viene evocata come luogo sacro della memoria politica. Il patto d’amore con la città, la comunità caricata sulle spalle, la città risollevata, la fedeltà agli ideali, la coerenza, l’appartenenza. Parole alte, persino solenni. Ma quando l’amore per la città diventa un certificato di superiorità morale, la politica comincia a restringersi. Non parla più a tutti. Parla ai già convinti.

Perché il cittadino indeciso, quello che non ha tessere in tasca e non applaude a comando, ascolta e si domanda: bene, ma domani mattina cosa cambia?

La campagna, invece, parte subito dal bersaglio. Francesco Cannizzaro, anche quando non viene sempre nominato, diventa il centro gravitazionale della scena. Il candidato del centrodestra, anzi “di destra”, viene trasformato nel personaggio attorno al quale ruota l’intero racconto. Lo “starter pack”, la battuta sulla scuola, il riferimento al “modello Reggio”, il sarcasmo sul passato: tutto funziona per scaldare la piazza. Ma una piazza calda non è ancora una città convinta.

Ridicolizzare l’avversario può strappare applausi. Difficilmente conquista fiducia nuova.

La prima accusa riguarda il passato: il sacco di Reggio, il modello Reggio, la città umiliata e saccheggiata. È un tema serio, drammatico, che meriterebbe rigore. Ma proprio perché è serio, non può diventare soltanto materiale da comizio. La memoria non dovrebbe servire a inchiodare l’avversario a una colpa ereditaria, ma a spiegare quali anticorpi istituzionali si vogliono costruire per il futuro. Se la domanda è: “dove eri tu?”, manca la domanda più importante: “dove porteremo Reggio?”.

Poi arriva il secondo pilastro: loro dicono che tutto ciò che abbiamo fatto è fuffa”. Da lì parte l’elenco: creditori, imprese, cooperative sociali, lavoratori delle partecipate, ATAM, dipendenti comunali, PEO, asili, mense, centri diurni, donne vittime di violenza, giovani, welfare. È la parte più concreta dell’intervento, quella che avrebbe potuto diventare il cuore di una proposta amministrativa. Invece viene usata soprattutto come controaccusa.

“Andate a chiederlo”, ripete Falcomatà.
Andate a chiederlo a questo, andate a chiederlo a quello, andate a chiederlo agli altri.

È una formula efficace, certo. Ma resta difensiva. Dice: non è vero che abbiamo fatto fuffa. Non dice abbastanza: questo è il salto di qualità che ora proponiamo. La rivendicazione del passato prende il posto dell’immaginazione del futuro.

E una città come Reggio Calabria non può accontentarsi del bilancio morale di chi l’ha governata. Ha bisogno di sapere quali saranno le sue prossime industrie, i suoi prossimi lavori, il suo prossimo rapporto con il Mediterraneo, la sua prossima idea di mobilità, università, impresa, porto, aeroporto, turismo, periferie, ambiente, innovazione.

La terza accusa è ancora più delicata: la ’ndrangheta. Anche qui il terreno è sacro. Non c’è città del Sud in cui la legalità possa essere trattata come una formula di rito. Ma proprio per questo bisogna maneggiarla con serietà estrema. Dire “noi abbiamo messo la ’ndrangheta fuori da Palazzo San Giorgio” è un’affermazione politicamente fortissima. Può essere rivendicata, ma dovrebbe essere accompagnata da una proposta altrettanto forte: quali nuovi strumenti, quali controlli, quali procedure, quale trasparenza sugli appalti, quale prevenzione sulle liste, quali garanzie sui finanziamenti elettorali?

Invece anche qui il discorso torna allo schema binario: noi legalità, loro ambiguità; noi beni confiscati, loro passato oscuro; noi strumenti di difesa, loro protagonisti dello scioglimento. È una contrapposizione potente, ma è sempre la stessa.

Noi siamo altro.
Noi abbiamo fatto.
Loro hanno distrutto.
Noi abbiamo salvato.

Il problema è che questo schema convince chi già lo crede. Gli altri lo ascoltano con un mezzo sorriso, magari divertiti, magari infastiditi, comunque non necessariamente persuasi.

Poi c’è il tema della discontinuità. Falcomatà dice, in sostanza: la destra non può parlare di discontinuità perché nelle sue liste ci sono persone cresciute politicamente nell’esperienza amministrativa del centrosinistra. L’argomento è legittimo, persino pungente. Ma anche qui si resta dentro il recinto delle appartenenze, dei cambi di casacca, delle biografie politiche. A Reggio, però, il punto non dovrebbe essere soltanto chi viene da dove. Il punto dovrebbe essere: chi è capace di fare cosa.

La città non vive di genealogie politiche. Vive di strade, servizi, stipendi, scuole, trasporti, investimenti, pulizia, decoro, sanità territoriale, lavoro.

Arriva poi la Regione Calabria: le funzioni negate alla Città metropolitana, le risorse sottratte, le “mancette elettorali travestite da emendamenti”. Anche questo è un tema serio. Serissimo. Ma ancora una volta viene presentato più come capo d’accusa che come architettura istituzionale alternativa. Se la Regione non trasferisce funzioni, cosa farà il Comune? Quale battaglia amministrativa, giuridica, politica? Quale calendario? Quali alleanze? Quale pressione istituzionale? Quale proposta normativa?

La denuncia è necessaria. Ma senza una via d’uscita rischia di diventare lamento organizzato.

Sull’autonomia differenziata il tono si alza ancora: “scappati come vigliacchi”, “diktat di partito”, “governo nemico del Sud”, “governo nordista”, “peggior governo della storia”. Sono parole da battaglia, non da governo. Possono incendiare i militanti, ma non è detto che parlino al cittadino stanco, quello che non ne può più di sentirsi dire che tutti i mali vengono sempre da qualcun altro.

E qui sta il punto politico più fragile: la costruzione permanente dell’alibi.
Se qualcosa non funziona, è colpa della destra, della Regione, del Governo, dei parlamentari, degli emendamenti, del passato, dei traditori, dei voltagabbana. Può anche essere in parte vero. Ma una classe dirigente matura non si limita a indicare ostacoli. Spiega come li supera.

Il passaggio sui “Boia chi molla”, sull’alta velocità, sull’elettrificazione, sul doppio binario, sulla sanità, sulle ambulanze senza medici, sugli ospedali, sui sottosegretari, continua sulla stessa linea: loro tacciono, noi difendiamo. Loro si servono della città, noi la serviamo. Loro la sciolgono, noi la scegliamo.

È retorica efficace, persino ben costruita. Ma è retorica. E quando la retorica prende il sopravvento, la politica arretra.

La frase “Reggio non è un’opzione” è una delle più forti del discorso. Potrebbe diventare il titolo di una visione urbana: Reggio come capitale dello Stretto, come piattaforma mediterranea, come città universitaria, come laboratorio di welfare, come frontiera culturale. Invece viene usata soprattutto per colpire l’avversario: si dimetta da parlamentare, non dopo, ma subito.

Ancora Cannizzaro. Ancora il nemico. Ancora il bersaglio.

Poi Falcomatà torna all’amore per Reggio: scelta senza calcoli, amata, difesa, servita, attraversando il deserto. E affida i frutti a Mimmo Battaglia. È un passaggio emotivo, anche sincero. Ma una campagna elettorale non può vivere solo di eredità. Battaglia non può essere presentato soltanto come il custode di ciò che è stato fatto. Deve apparire come l’autore di ciò che ancora non c’è.

E qui si arriva al suo intervento.

Mimmo Battaglia parte anch’egli dalla memoria: Piazza Duomo, il padre, il 5 luglio 1970, il rapporto alla città, il tradimento di Reggio. È un richiamo potente. Ma il rischio è evidente: aprire una campagna del 2026 con il linguaggio del tradimento del 1970 significa dire alla città che il presente è ancora ostaggio del passato. La memoria può nobilitare una candidatura. Ma può anche appesantirla, se diventa la sua principale fonte di legittimazione.

Anche Battaglia individua subito i colpevoli: chi ha abbandonato l’aula sull’autonomia differenziata, il presidente di Regione, le deleghe negate alla Città metropolitana, il “sindaco amico”, il “siparietto” alla Cittadella, la frase sulle “perle ai porci”. Il comizio si muove ancora nello stesso schema: noi siamo Reggio offesa, loro sono il potere che la umilia.

Ma dopo dodici anni di governo cittadino, il centrosinistra può ancora presentarsi soltanto come forza resistente? Può continuare a parlare come se fosse all’opposizione di tutto, anche quando governa il Comune da tre mandati politici?

È qui che l’argomento si incrina.

Battaglia dice che Reggio non ha bisogno di promesse ma di credibilità. Giusto. Però la credibilità non può essere solo autoattribuita. Non basta dire “noi siamo quelli della serietà amministrativa, della legalità, della trasparenza”. Ogni amministrazione uscente dice di essere seria, legale, trasparente. La domanda è un’altra: quali risultati sono misurabili? Quali criticità restano? Quali errori si riconoscono? Quali ritardi si ammettono?

Perché l’elettore adulto non vuole solo essere rassicurato. Vuole essere rispettato. E rispettare l’elettore significa anche dirgli che non tutto è andato bene.

L’elenco delle cose fatte è lungo: risanamento dei conti, concorsi, stabilizzazione dei precari, giovani assunti, partecipate rilanciate, welfare, asili da zero a tre e poi otto, impianti sportivi, Granillo, PalaCalafiore, Piano strutturale comunale, masterplan, municipi, Palazzo di Giustizia, Museo del Mare. Qui finalmente compare un embrione di programma. Ma viene ancora raccontato nella forma dell’autocelebrazione.

“Noi abbiamo”.
“Abbiamo dato”.
“Abbiamo risanato”.
“Abbiamo realizzato”.
“Abbiamo approvato”.
“Stiamo costruendo”.

Va bene. Ma una campagna non può essere un rendiconto di gestione con gli applausi. Il cittadino non vota solo per ringraziare. Vota per scegliere.

E allora avrebbe voluto sentire di più: entro quando gli otto asili? Con quali fondi? Quale piano per le periferie? Quale strategia industriale? Quale rapporto con il porto di Gioia Tauro, con Messina, con l’Università Mediterranea, con l’area dello Stretto? Quale piano per i rifiuti, per l’acqua, per le strade, per il trasporto pubblico, per il turismo che non sia solo cartolina?

Quando Battaglia parla dei cinque municipi, del territorio vasto, della quinta città per estensione d’Italia, tocca un punto decisivo. Quello sì è un tema di governo. Ma andava sviluppato. I municipi non sono un titolo: sono poteri, bilanci, personale, responsabilità, servizi decentrati. La città avrebbe bisogno di sapere se saranno veri strumenti amministrativi o nuove insegne sulla porta.

Sul governo nazionale e sui fondi, il discorso torna invece all’accusa: il centrodestra taglia i finanziamenti ai Comuni, spariscono i fondi per l’alta velocità, gli emendamenti vengono venduti come soluzioni. Anche qui, denuncia legittima. Ma ancora una volta prevale la logica del processo. L’aeroporto diventa un altro capo d’imputazione: inaugurazione in pompa magna, spot elettorale, Primo Maggio calpestato, marketing territoriale, SACAL, ENAC, quote societarie, rotte ITA, rischio scatola vuota.

Tutto può essere discusso. Ma la domanda che resta sospesa è: qual è il progetto del centrosinistra sull’aeroporto? Non solo cosa hanno sbagliato gli altri. Cosa farete voi? Quali rotte? Quale integrazione con turismo, trasporti, operatori economici, Università, area grecanica, Costa Viola, Sicilia? Quale piano per evitare davvero che resti una scatola vuota?

Poi arrivano i governi amici: Franceschini, Museo del Mare, Patto per Reggio, 135 milioni. Qui il racconto cambia solo soggetto: quando finanziano gli altri sono mancette, quando finanziano i nostri sono interventi strutturali. È un riflesso tipico della propaganda: il bene cambia nome a seconda della mano che lo distribuisce.

Eppure, Reggio avrebbe bisogno di una politica capace di dire una cosa semplice: i soldi pubblici non sono né di destra né di sinistra. Sono dei cittadini. E vanno usati bene.

La frase più onesta del discorso di Battaglia è forse questa: È vero, ci sono ancora tante buche da riparare per strada, ma Reggio non ha più buchi di bilancio”. È una buona battuta, ma anche una confessione. Perché per molti cittadini la buca sotto casa pesa più del bilancio risanato che non vedono. La buona amministrazione deve tenere insieme entrambe le cose: i conti e l’asfalto, la legalità e il marciapiede, la visione e il cassonetto, il Mediterraneo e l’autobus che passa.

Finalmente, nella parte finale, Battaglia prova ad alzare lo sguardo: Reggio città metropolitana, polo culturale e turistico, hub strategico del Mediterraneo, distretto culturale integrato, giovani, università e lavoro, innovazione, formazione, imprenditoria giovanile, area integrata dello Stretto, economia del mare, città inclusiva e sostenibile, benessere umano e animale.

Questa è la parte più interessante. Ma arriva tardi. E arriva dopo una lunga marcia tra accuse, passato, rivendicazioni, nemici, torti subiti e colpe altrui. Sembra quasi un programma infilato alla fine, dopo avere già consumato il grosso dell’energia politica nella costruzione dell’avversario.

Il problema non è dire “noi siamo diversi”. In politica è inevitabile. Il problema è ripeterlo troppe volte fino a farlo diventare il messaggio principale.
Noi siamo altro.
Noi siamo perbene.
Noi abbiamo salvato.
Noi abbiamo risanato.
Noi siamo legalità.
Noi siamo Reggio.

Ma nessuno possiede una città. Nessuno può dire “Reggio siamo noi” senza escludere una parte di Reggio. E una campagna elettorale che vuole governare dovrebbe parlare anche a chi non applaude, a chi non crede, a chi dubita, a chi ha votato altrove, a chi non voterà, a chi si è stancato di tutti.

Gli indecisi non si conquistano dicendo che l’avversario è il male.
I disinteressati non si riportano alle urne con la liturgia del “noi contro loro”.
I cittadini delusi non si convincono con l’elenco delle virtù della propria parte.

Si convincono con la qualità.

Qualità delle proposte. Qualità del linguaggio. Qualità della classe dirigente. Qualità della visione. Qualità persino dell’avversario che si sceglie di essere: perché si può combattere duramente senza ridicolizzare, accusare senza degradare, ricordare senza vivere di rancore.

Reggio Calabria non ha bisogno di una campagna fondata sul processo permanente a Francesco Cannizzaro, al centrodestra, alla Regione, al Governo, al passato. Ha bisogno di sapere come sarà amministrata dal 2026 in poi. Ha bisogno di un confronto su lavoro, trasporti, aeroporto, porto, welfare, periferie, università, turismo, legalità, bilancio, manutenzione, casa, giovani, cultura, ambiente.

Ha bisogno di meno “loro hanno affossato” e più “noi faremo”.
Meno “noi vi abbiamo salvati” e più “cammineremo con voi”.
Meno applausi facili e più risposte difficili.

Perché la propaganda scalda le piazze, ma non ripara le città.
E Reggio, oggi, non può permettersi un’altra campagna recitata come una guerra di religione.

Le serve politica.
Quella vera.
Quella che non cerca soltanto un colpevole da battere, ma una città da costruire.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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