Il nuovo che sa già di vecchio
DALLA CASERMA AI SEGGI: IL NUOVO MOVIMENTO POLITICO GUIDATO DA ROBERTO VANNACCI
Futuro Nazionale, l’ovvio che si fa propaganda
Tra slogan già visti, retorica militare e promesse di cambiamento "dal basso", il generale e la sua armata cercano il consenso degli italiani delusi. Ma in un Paese stanco di promesse tradite, la vera sfida non è saper marciare, bensì dimostrare competenza alla prova dei fatti.
Futuro Nazionale è l’ovvio elevato a rivelazione. E proprio per questo, forse, fa paura. Non perché contenga chissà quale idea rivoluzionaria, né perché annunci un sovvertimento dell’ordine politico. Fa paura perché potrebbe bastare. In un Paese stanco, deluso, esasperato, perfino l’ovvio, quando viene pronunciato con voce marziale e accompagnato da una bandiera, può sembrare una scoperta.
La classe politica italiana, bisogna riconoscerlo, ci ha lavorato con tenacia. Ha consumato le parole, una dopo l’altra: patria, popolo, cambiamento, sicurezza, merito, sovranità, onestà, competenza. Le ha pronunciate tutte e poi, con ammirevole disciplina, le ha smentite nei fatti. Così oggi basta che qualcuno le ripeschi dal magazzino della propaganda, le spolveri e le esponga in vetrina, perché una parte degli italiani si domandi: “E se questa volta fosse vero?”.
È la grande malattia nazionale: non credere più a nessuno e, proprio per questo, essere pronti a credere al prossimo.
Adesso tocca al generale Roberto Vannacci e alla sua armata politica. Futuro Nazionale si presenta agli italiani con il repertorio classico di ogni creatura appena nata: noi non abbiamo paura del confronto; noi mettiamo la faccia; noi abbiamo un programma chiaro; noi veniamo dal basso; noi siamo diversi; noi non dobbiamo nulla ai palazzi; noi premieremo il merito; noi difenderemo la nazione.
Niente di nuovo sotto il sole. Anzi: niente di più antico.
Ogni partito appena battezzato nasce puro, immacolato, circondato da uomini e donne “veri”, da territori “ascoltati”, da cittadini “finalmente protagonisti”. Ogni nuova alleanza promette di aprire le finestre del palazzo. Ogni movimento annuncia di non essere un partito come gli altri, prima di cercare seggi, gruppi parlamentari, finanziamenti, portavoce, correnti, tessere e poltrone esattamente come gli altri.
È una liturgia. Cambiano il simbolo, il colore e il capo carismatico. Non cambia il vangelo elettorale.
“Il confronto non ci spaventa. Anzi, lo cerchiamo”, proclama Massimiliano Simoni. È una frase vigorosa, certamente. Ma è anche una di quelle frasi che in politica non costano nulla. Nessun partito ha mai annunciato: noi temiamo il confronto, siamo privi di idee e preferiamo nasconderci. Tutti cercano il dibattito quando serve a farsi vedere. Tutti invocano la democrazia quando la telecamera è accesa. Il difficile non è invitare gli avversari a una platea. Il difficile è restare coerenti il giorno dopo, quando il pubblico è tornato a casa e comincia la contabilità del potere.
Poi arrivano le parole d’ordine: sovranità, sicurezza, identità, merito, interessi nazionali. Parole legittime. Perfino necessarie. Ma parole talmente adoperate da essere ormai lise come monete passate per troppe mani.
La sovranità l’hanno promessa quelli che poi hanno obbedito a ogni convenienza.
La sicurezza l’hanno invocata quelli che non hanno saputo garantire nemmeno ordine nei propri partiti.
L’identità l’hanno sventolata quelli che cambiavano casacca con la disinvoltura di chi cambia cravatta.
Il merito l’hanno celebrato quelli che distribuivano incarichi agli amici.
Gli interessi nazionali li hanno difesi tutti, almeno nei comizi; nei palazzi, assai meno.
Ora Futuro Nazionale assicura di essere costruito “dal basso”. Anche qui, viene quasi tenerezza. Dal basso sono nati tutti. O almeno così hanno raccontato. Dal basso nacque chi gridava contro la casta, prima di sedersi comodamente nei suoi salotti. Dal basso nacquero i rottamatori, prima di essere rottamati a loro volta. Dal basso nascono regolarmente partiti, federazioni, liste civiche, rivoluzioni moderate e rivoluzioni sovraniste. Poi, misteriosamente, appena trovano un ascensore, salgono tutti verso l’alto.
La frase più felice, però, è quella militare: “Da noi i galloni non si ereditano e non si nominano nei palazzi: si conquistano sul campo”.
Magnifica. Ha suono, ritmo, disciplina. Sembra quasi di udire il passo cadenzato delle truppe. Peccato che la politica non sia una caserma, gli elettori non siano soldati e il dissenso non sia diserzione. In democrazia i galloni non si conquistano urlando più forte, né trasformando ogni assemblea in una parata. Si conquistano governando bene, spiegando come, con quali risorse, contro quali interessi e accettando poi di essere giudicati sui risultati.
È precisamente qui che comincia la diffidenza.
Perché gli italiani non hanno bisogno dell’ennesimo partito che prometta coraggio. Hanno bisogno di qualcuno che dimostri competenza. Non hanno bisogno dell’ennesimo capo che dichiari di amare la patria. Hanno bisogno di sapere che cosa farà delle pensioni, dei salari, degli ospedali, delle imprese, delle scuole, delle tasse, delle periferie e dei giovani che se ne vanno. La bandiera è importante. Ma con la bandiera non si paga una bolletta e non si accorcia una lista d’attesa.
Vannacci può riuscire dove altri hanno fallito? Certo che può. In democrazia nessuno nasce condannato, e sarebbe sciocco liquidare in anticipo chi interpreta una rabbia reale. Quella rabbia esiste. È figlia di promesse tradite, di governi incapaci, di opposizioni inconsistenti e di cittadini chiamati a scegliere troppe volte tra delusioni diverse.
Ma proprio perché la rabbia è reale, merita rispetto. Non slogan riciclati con un tono più battagliero.
Gli italiani proveranno anche il generale? Può darsi. Hanno già provato professori, imprenditori, tribuni, avvocati del popolo, tecnici salvatori, rottamatori e patrioti di professione. Perché non un generale? Quando una classe politica riesce a deludere così a lungo, il voto diventa talvolta meno una scelta che un esperimento disperato.
La domanda, però, resta la stessa. Non se Futuro Nazionale sappia marciare. Non se sappia riempire un auditorium. Non se sappia gridare “sovranità” con voce più ferma degli altri.
La domanda è se, arrivato alla prova dei fatti, saprà essere diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto.
Perché il nuovo, in Italia, non manca mai.
È il giorno dopo che, puntualmente, ricompare il vecchio.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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