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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Io, giornalista isolato tra la gente vera e le vostre "facce di ’mpigna"

Io Giornalista, la mia solitudine e la vostra faccia di ’mpigna

«Mi avete lasciato solo nella bufera, ma i vostri silenzi non mi hanno piegato. Oggi rifiuto le vostre lezioni di morale: vado avanti a schiena dritta con la forza delle persone comuni»

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Mi avete sempre isolato.

Mai una chiamata per un convegno. Mai un invito a una presentazione. Mai una moderazione. Mai un dibattito. Come se non esistessi. Come se il mio lavoro, le mie inchieste, le mie parole fossero un fastidio da tenere ai margini, una presenza scomoda da ignorare finché possibile.

E nei momenti difficili? Silenzio.

Mai una solidarietà. Mai un gesto. Mai una parola detta quando avrebbe avuto un peso, quando sarebbe costata qualcosa, quando schierarsi dalla mia parte non avrebbe portato applausi ma forse qualche inconveniente.

La solitudine ha accompagnato la mia vita da giornalista. Non da oggi. Non per capriccio. Non perché io abbia cercato l’isolamento come una posa romantica o una medaglia da esibire. La solitudine mi è stata assegnata da chi preferisce i salotti alle strade, le cordate alla verità, le convenienze al coraggio.

Adesso, però, eccovi tutti premurosi. Tutti prodighi di suggerimenti. Tutti pronti a spiegarmi come dovrei fare il giornalista, come dovrei parlare, come dovrei comportarmi, come dovrei stare al mondo.

Ci vuole una bella faccia tosta.

Dalle mie parti, in Aspromonte, si dice meglio: ci vuole una bella faccia di ’mpigna.

Perché i consigli, quando arrivano da chi ti è stato accanto nella bufera, possono perfino essere ascoltati. Ma quando arrivano da chi ti ha lasciato solo, da chi ha voltato lo sguardo, da chi ha aspettato che passasse il pericolo per tornare a farsi vedere, non sono consigli. Sono provocazioni. Sono fastidi. Sono l’ennesima forma di ipocrisia.

Ho scelto di fare il giornalista per passione. E continuo a farlo per passione. Non grazie a voi. Non per merito vostro. Non con il vostro sostegno.

Certamente non avete aiutato la mia crescita, voi che oggi siete così solerti nel rompere le scatole, nel dispensare lezioni non richieste, nel distribuire giudizi come se foste stati presenti lungo il cammino. Non c’eravate. E questa è l’unica verità che conta.

Se ancora non lo avete capito, ve lo dico con chiarezza: non mi fate niente.

La vostra cattiveria è un’arma spuntata. I vostri sussurri non mi intimoriscono. Le vostre esclusioni non mi piegano. I vostri consigli interessati non mi seducono. Sono cresciuto senza il vostro applauso, e saprò andare avanti senza la vostra approvazione.

Io amo la gente comune. Quella vera. Quella che non ha titoli da esibire né salotti da presidiare. Quella che stringe una mano senza calcolare il tornaconto. Quella che ti dice una parola buona quando sei in difficoltà, non quando è diventato comodo farlo. Quella gente semplice e genuina che, nella mia solitudine, non mi ha mai fatto sentire davvero solo.

Non amo, invece, chi si atteggia a maestro soltanto perché ha una posizione, una frequentazione altolocata, una cultura usata come manganello o una presunta superiorità da mettere in mostra. Non amo chi arriva dopo, quando tutto è più facile, e pretende addirittura di indicarmi la strada.

Avete sbagliato persona.

E non lo dico per rancore. Il rancore consuma chi lo porta dentro, e io ho altro da fare. Lo dico per storia personale. Perché la mia storia è fatta di passi compiuti senza scorta, senza protezioni, senza padrini. È fatta di porte chiuse, di silenzi eloquenti, di assenze che non si dimenticano.

La solitudine accompagna i miei passi da giornalista. E forse sarà così fino alla fine.

Ma è una solitudine dignitosa. Una solitudine libera. Una solitudine popolata da tante brave persone comuni e semplici, che valgono più di cento presunti colti, di cento potenti, di cento moralisti dell’ultima ora.

A voi restano i consigli non richiesti.

A me resta la schiena dritta.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Io Giornalista, la mia solitudine e la vostra faccia di ’mpigna «Mi avete lasciato solo nella bufera, ma i vostri silenzi non mi hanno piegato. Oggi rifiuto le vostre lezioni di morale: vado avanti a schiena dritta con la forza delle persone comuni» L'Editoriale di Luigi Palamara   Mi avete sempre isolato. Mai una chiamata per un convegno. Mai un invito a una presentazione. Mai una moderazione. Mai un dibattito. Come se non esistessi. Come se il mio lavoro, le mie inchieste, le mie parole fossero un fastidio da tenere ai margini, una presenza scomoda da ignorare finché possibile. E nei momenti difficili? Silenzio. Mai una solidarietà. Mai un gesto. Mai una parola detta quando avrebbe avuto un peso, quando sarebbe costata qualcosa, quando schierarsi dalla mia parte non avrebbe portato applausi ma forse qualche inconveniente. La solitudine ha accompagnato la mia vita da giornalista. Non da oggi. Non per capriccio. Non perché io abbia cercato l’isolamento come una posa romantica o una medaglia da esibire. La solitudine mi è stata assegnata da chi preferisce i salotti alle strade, le cordate alla verità, le convenienze al coraggio. Adesso, però, eccovi tutti premurosi. Tutti prodighi di suggerimenti. Tutti pronti a spiegarmi come dovrei fare il giornalista, come dovrei parlare, come dovrei comportarmi, come dovrei stare al mondo. Ci vuole una bella faccia tosta. Dalle mie parti, in Aspromonte, si dice meglio: ci vuole una bella faccia di ’mpigna. Perché i consigli, quando arrivano da chi ti è stato accanto nella bufera, possono perfino essere ascoltati. Ma quando arrivano da chi ti ha lasciato solo, da chi ha voltato lo sguardo, da chi ha aspettato che passasse il pericolo per tornare a farsi vedere, non sono consigli. Sono provocazioni. Sono fastidi. Sono l’ennesima forma di ipocrisia. Ho scelto di fare il giornalista per passione. E continuo a farlo per passione. Non grazie a voi. Non per merito vostro. Non con il vostro sostegno. Certamente non avete aiutato la mia crescita, voi che oggi siete così solerti nel rompere le scatole, nel dispensare lezioni non richieste, nel distribuire giudizi come se foste stati presenti lungo il cammino. Non c’eravate. E questa è l’unica verità che conta. Se ancora non lo avete capito, ve lo dico con chiarezza: non mi fate niente. La vostra cattiveria è un’arma spuntata. I vostri sussurri non mi intimoriscono. Le vostre esclusioni non mi piegano. I vostri consigli interessati non mi seducono. Sono cresciuto senza il vostro applauso, e saprò andare avanti senza la vostra approvazione. Io amo la gente comune. Quella vera. Quella che non ha titoli da esibire né salotti da presidiare. Quella che stringe una mano senza calcolare il tornaconto. Quella che ti dice una parola buona quando sei in difficoltà, non quando è diventato comodo farlo. Quella gente semplice e genuina che, nella mia solitudine, non mi ha mai fatto sentire davvero solo. Non amo, invece, chi si atteggia a maestro soltanto perché ha una posizione, una frequentazione altolocata, una cultura usata come manganello o una presunta superiorità da mettere in mostra. Non amo chi arriva dopo, quando tutto è più facile, e pretende addirittura di indicarmi la strada. Avete sbagliato persona. E non lo dico per rancore. Il rancore consuma chi lo porta dentro, e io ho altro da fare. Lo dico per storia personale. Perché la mia storia è fatta di passi compiuti senza scorta, senza protezioni, senza padrini. È fatta di porte chiuse, di silenzi eloquenti, di assenze che non si dimenticano. La solitudine accompagna i miei passi da giornalista. E forse sarà così fino alla fine. Ma è una solitudine dignitosa. Una solitudine libera. Una solitudine popolata da tante brave persone comuni e semplici, che valgono più di cento presunti colti, di cento potenti, di cento moralisti dell’ultima ora. A voi restano i consigli non richiesti. A me resta la schiena dritta. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

♬ audio originale - Luigi Palamara

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