LA REPUBBLICA NON SI MISURA COL TACCO
Il caso delle scarpe basse al 2 giugno riaccende il solito vizio di giudicare le donne della politica dall'abbigliamento anziché dalle istituzioni
Se la Repubblica si misura dal tacco della Premier
Le polemiche sulle sneakers di Giorgia Meloni alla Festa della Nazionale svelano una critica intrisa di piccineria e vecchi pregiudizi: il senso dello Stato e il rispetto per i cittadini si dimostrano con la presenza e l'impegno, non piegandosi alla tirannia dell'apparenza.
L'Editoriale di Luigi Palamara
È un vizio antico, in Italia: quando non si riesce a colpire una donna per ciò che fa, la si processa per ciò che indossa.
Giorgia Meloni si è presentata alla Festa della Repubblica con un paio di sneakers. Apriti cielo. Per qualcuno sarebbe stata una specie di attentato al decoro nazionale, una ferita alla solennità del 2 giugno, quasi che il Milite Ignoto potesse sentirsi oltraggiato da una suola comoda invece che rassicurato da un tacco.
Siamo seri. La Repubblica italiana non poggia sui tacchi a spillo. Poggia sulla Costituzione, sul sacrificio di chi l’ha difesa, sul rispetto delle istituzioni, sulla presenza di chi, nel giorno della festa nazionale, c’è. E Giorgia Meloni c’era: davanti all’Altare della Patria, accanto al Capo dello Stato, alla parata, nel luogo e nel momento in cui la Nazione rende omaggio a se stessa.
Il resto è sartoria travestita da patriottismo.
Si è persino invocato il paragone con Roberto Fico, tirando fuori la vecchia storia delle mani in tasca durante l’inno nazionale. Ma il paragone inciampa prima ancora di cominciare. Tenere le mani in tasca mentre risuona l’Inno di Mameli è un gesto compiuto durante un simbolo vivo della Nazione. Indossare scarpe basse sotto un abito formale non significa interrompere una cerimonia, irridere una bandiera o disertare un dovere. Significa, più semplicemente, camminare con le proprie scarpe.
E forse è proprio questo che disturba: una donna che non chiede il permesso di essere donna come gli altri pretendono che sia.
La frase più sconcertante è quella secondo cui le sneakers sarebbero una mancanza di rispetto verso le donne in divisa, costrette a marciare con tacchi o anfibi. No. Questa è una deformazione del rispetto. Le donne in divisa non meritano solidarietà perché sopportano una scarpa più scomoda della presidente del Consiglio. Meritano rispetto perché servono lo Stato, perché si addestrano, perché marciano, perché lavorano, perché portano responsabilità e disciplina sulle spalle.
Ridurre il loro valore alla fatica di un tacco significa fare loro un torto assai maggiore di qualunque sneaker.
E poi c’è quella frase, rivelatrice: «Immaginate cosa sarebbe accaduto se Giuseppe Conte si fosse presentato in sneakers». L’immaginazione, in politica, è spesso il rifugio di chi non dispone dei fatti. Perché qui il fatto, assai meno immaginario, è un altro: alla cerimonia mattutina del 2 giugno Giorgia Meloni era presente. Giuseppe Conte no.
Tra una presidente del Consiglio presente con le sneakers e un leader assente con le scarpe presumibilmente impeccabili, la Repubblica, che non è un salotto buono, ma una cosa terribilmente seria, sa bene chi abbia reso maggiore omaggio alla ricorrenza.
Si potrà non amare Giorgia Meloni. Si potranno contestare il suo governo, le sue scelte, le sue parole, i suoi silenzi. È legittimo. È democrazia. Ma esiste una soglia oltre la quale la critica diventa piccineria: quando si pretende di giudicare il senso dello Stato dalla forma della scarpa di una donna.
Per un uomo, una calzatura comoda sarebbe stata probabilmente liquidata con una battuta. Per una donna, invece, diventa subito postura, eleganza, dovere, modello, rispetto, femminilità, rappresentanza. È la vecchia gabbia riverniciata di modernità: puoi guidare il governo, purché qualcuno continui a spiegarti come devi stare in piedi.
La vera libertà di Giorgia Meloni, in quella giornata, non sta nel modello delle sue scarpe. Sta nell’essersi presentata alle celebrazioni da presidente del Consiglio senza recitare la parte della statuina istituzionale; nell’aver rispettato il rito senza consegnarsi alla tirannia dell’apparenza; nell’aver ricordato, forse senza neppure volerlo, che una donna può rappresentare la Nazione senza dover soffrire ai piedi per rendersi credibile agli occhi dei suoi censori.
Il 2 giugno celebra anche questo: la libertà. La libertà di votare, di scegliere, di partecipare, di essere cittadini e cittadine senza inginocchiarsi davanti ai pregiudizi.
Una premier in sneakers non offende la Repubblica.
Semmai la Repubblica dovrebbe preoccuparsi quando il dibattito pubblico, invece di guardare alla presenza, agli atti e alle responsabilità, finisce col chinarsi a contemplare le scarpe di una donna.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.