La Repubblica non è una cerimonia: è un dovere quotidiano

A Reggio Calabria, nell’80° anniversario del 2 giugno, la Costituzione torna a parlare a una città e a un Paese che troppo spesso fingono di non ascoltarla

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci sono feste che il calendario ci impone e altre che la coscienza dovrebbe impedirci di dimenticare. Il 2 giugno appartiene alla seconda categoria. Non è una parentesi solenne tra una corona d’alloro, qualche divisa stirata a perfezione e il suono disciplinato di una tromba. È il giorno in cui l’Italia, ottant’anni fa, smise di essere il feudo di una dinastia e provò, finalmente, a diventare la casa dei suoi cittadini.

A Reggio Calabria, sotto un sole che non concedeva alibi alla distrazione, la Repubblica è stata ricordata come si conviene: davanti al Monumento ai Caduti, prima, con l’Alzabandiera e la deposizione della corona; in Piazza Italia, poi, dinanzi al Palazzo del Governo, tra gonfaloni, autorità, uomini e donne in uniforme, famiglie, bambini e cittadini comuni.

E proprio quei cittadini comuni erano, in fondo, i veri invitati d’onore. Perché la Repubblica non appartiene ai palazzi, sebbene nei palazzi venga rappresentata. Non appartiene alle fasce tricolori, ai pennacchi, alle medaglie o ai discorsi ufficiali. Appartiene a chi paga il prezzo delle sue promesse non mantenute e continua, nonostante tutto, a pretendere che quelle promesse abbiano ancora un senso.

La prefetta Clara Vaccaro, che ha presieduto la cerimonia insieme al contrammiraglio Giuseppe Sciarrone e alle autorità presenti, ha pronunciato parole che avrebbero il torto di apparire rituali soltanto a chi della Costituzione ricorda la copertina e mai le pagine. Ha parlato di coesione sociale, di partecipazione, di sicurezza che non nasce soltanto dalle pattuglie nelle strade, ma dalla dignità garantita alle persone.

È una verità elementare, e proprio per questo spesso rivoluzionaria: una società ingiusta non è una società sicura. Puoi riempirla di controlli, di cancelli, di telecamere e di proclami, ma se lasci un giovane senza lavoro, una famiglia senza risposte, un anziano senza assistenza, un cittadino senza fiducia, non avrai costruito ordine. Avrai soltanto amministrato la paura.

La Costituzione italiana questo lo aveva capito prima di molti nostri contemporanei. Lo aveva capito dopo il fascismo, dopo la guerra, dopo la vergogna delle leggi razziali, dopo le città sventrate e le coscienze ridotte in macerie. Per questo all’articolo 1 non scrisse che l’Italia è fondata sulla retorica, sull’appartenenza, sul privilegio o sulle clientele. Scrisse una parola assai più impegnativa: lavoro.

E all’articolo 3 non si accontentò di dichiarare che siamo tutti uguali davanti alla legge. Pretese dalla Repubblica qualcosa di più scomodo: rimuovere gli ostacoli che quell’uguaglianza rendono una menzogna per molti. È una frase che continua a disturbare chi ama la Costituzione soltanto quando può citarla nelle cerimonie, salvo poi ignorarla nelle scelte quotidiane.

Il messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, letto dalla prefetta, ha riportato la memoria a quel 2 giugno 1946 in cui gli italiani — e per la prima volta pienamente anche le italiane — furono chiamati a scegliere il proprio destino. Quelle donne, entrate finalmente nella cabina elettorale da cittadine e non più da spettatrici della storia, non deposero soltanto una scheda nell’urna. Deposero una condanna contro un Paese che per troppo tempo aveva deciso senza di loro.

Da quella scelta nacque una Repubblica fragile, litigiosa, imperfetta, talvolta perfino deludente. Ma nacque anche l’unica Italia nella quale valga la pena continuare a credere: quella in cui il potere non discende dal sangue, dalla forza o dalla paura, ma dal voto dei cittadini e dai limiti imposti dalla legge.

Oggi quei limiti sono di nuovo necessari. Forse più di quanto si voglia ammettere. Viviamo in un tempo in cui la parola “sicurezza” viene spesso agitata come una clava, la parola “patria” indossata come una divisa di circostanza e la parola “popolo” usata da chi, del popolo, si ricorda soltanto quando deve raccoglierne il consenso. In un tempo così, parlare di Costituzione non significa rifugiarsi nel passato. Significa difendersi dal presente quando il presente pretende di vivere senza regole, senza responsabilità e senza memoria.

La cerimonia di Reggio Calabria ha avuto anche il momento dei riconoscimenti: le onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana consegnate a cittadini distintisi nel lavoro, nelle istituzioni, nelle Forze dell’Ordine, nella medicina, nell’amministrazione e nella solidarietà. In tempi in cui la fama viene distribuita con facilità a chi urla di più, vedere premiato chi serve in silenzio conserva un valore quasi scandaloso.

La cerimonia di Reggio Calabria ha avuto anche il momento dei riconoscimenti: le onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana consegnate a cittadini distintisi nel lavoro, nelle istituzioni, nelle Forze dell’Ordine, nella medicina, nell’amministrazione e nella solidarietà. In tempi in cui la notorietà viene distribuita con facilità a chi urla di più, vedere premiato chi serve in silenzio conserva un valore quasi scandaloso.

Tra gli insigniti, il professor Angelo Labate, al quale è stato conferito il titolo di Commendatore della Repubblica; la dottoressa Isabella Albini; il dottor Francesco Barone; Piero Giancola; Massimo Greco Malara; Angelo Bevilacqua; il dottor Mario Di Maula; il dottor Pietro Nicastro; l’ingegnere Giuseppe Antonio Sofia; Salvatore Sorrentino e il dottor Domenico Violante, insigniti del titolo di Cavaliere della Repubblica.

Particolarmente significativo il riconoscimento conferito a Domenico Violante, appartenente all’Arma dei Carabinieri, premiato per il suo impegno professionale, il senso del dovere e l’attività svolta nei rapporti con gli organi di informazione. Non perché il suo servizio meriti più attenzione di quello degli altri insigniti, ma perché racconta una dimensione spesso ignorata dello Stato: quella di chi, anche attraverso una comunicazione corretta e responsabile, contribuisce a rendere le istituzioni comprensibili, vicine e credibili agli occhi dei cittadini.

È giusto che la Repubblica premi i suoi servitori migliori. Ma sarebbe ancora più giusto che imparasse a non ricordarsi di loro soltanto durante le cerimonie. Perché lo Stato non vive nei discorsi pronunciati sotto un palco, né nelle medaglie appuntate sul petto. Vive nella serietà quotidiana di chi firma un atto senza piegarlo a un favore, indossa una divisa senza abusarne, cura un malato senza guardare il suo conto in banca, informa senza vendersi, insegna senza arrendersi e aiuta senza pretendere applausi.

La prefetta Clara Vaccaro ha detto che i cittadini sono “sentinelle dei propri diritti”. È un’espressione bella, ma anche severa. Perché una sentinella non dorme, non delega ogni cosa, non si limita a lamentarsi quando il danno è compiuto. Vigila. Partecipa. Chiede conto. E soprattutto comprende che la democrazia non è un bene ricevuto una volta per tutte, come una vecchia eredità da tenere in cassaforte. È un bene deperibile: se non lo si usa, marcisce; se non lo si difende, viene occupato da altri.

Piazza Italia, per una mattina, ha ricordato tutto questo. Lo ha ricordato con le bandiere, con i gonfaloni, con le uniformi, con l’applauso agli insigniti, con il saluto finale alla Repubblica. Ma la prova vera comincia quando la piazza si svuota, i microfoni vengono spenti e le autorità tornano nei loro uffici.

È allora che bisogna chiedersi che cosa resti del 2 giugno. Se soltanto una fotografia ufficiale, una cerimonia ben riuscita e qualche parola composta, oppure l’obbligo morale di rendere questa Repubblica meno diseguale, meno cinica, meno abituata alle promesse non mantenute.

Ottant’anni sono abbastanza per celebrare. Ma sono anche abbastanza per smettere di cercare scuse.

La Repubblica non domanda riverenze. Domanda cittadini. E la Costituzione, quella “spina dorsale” richiamata dalla prefetta, non serve a stare dritta in piedi durante l’inno nazionale. Serve a non inginocchiarsi, ogni giorno, davanti all’ingiustizia, all’indifferenza e alla paura.

Viva la Repubblica, dunque. Ma soprattutto: rendiamocene degni.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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Intervista al Prefetto di Reggio Calabria Clara Vaccaro. La Repubblica non è una cerimonia: è un dovere quotidiano A Reggio Calabria, nell’80° anniversario del 2 giugno, la Costituzione torna a parlare a una città e a un Paese che troppo spesso fingono di non ascoltarla L'Editoriale di Luigi Palamara   Ci sono feste che il calendario ci impone e altre che la coscienza dovrebbe impedirci di dimenticare. Il 2 giugno appartiene alla seconda categoria. Non è una parentesi solenne tra una corona d’alloro, qualche divisa stirata a perfezione e il suono disciplinato di una tromba. È il giorno in cui l’Italia, ottant’anni fa, smise di essere il feudo di una dinastia e provò, finalmente, a diventare la casa dei suoi cittadini. A Reggio Calabria, sotto un sole che non concedeva alibi alla distrazione, la Repubblica è stata ricordata come si conviene: davanti al Monumento ai Caduti, prima, con l’Alzabandiera e la deposizione della corona; in Piazza Italia, poi, dinanzi al Palazzo del Governo, tra gonfaloni, autorità, uomini e donne in uniforme, famiglie, bambini e cittadini comuni. E proprio quei cittadini comuni erano, in fondo, i veri invitati d’onore. Perché la Repubblica non appartiene ai palazzi, sebbene nei palazzi venga rappresentata. Non appartiene alle fasce tricolori, ai pennacchi, alle medaglie o ai discorsi ufficiali. Appartiene a chi paga il prezzo delle sue promesse non mantenute e continua, nonostante tutto, a pretendere che quelle promesse abbiano ancora un senso. La prefetta Clara Vaccaro, che ha presieduto la cerimonia insieme al contrammiraglio Giuseppe Sciarrone e alle autorità presenti, ha pronunciato parole che avrebbero il torto di apparire rituali soltanto a chi della Costituzione ricorda la copertina e mai le pagine. Ha parlato di coesione sociale, di partecipazione, di sicurezza che non nasce soltanto dalle pattuglie nelle strade, ma dalla dignità garantita alle persone. È una verità elementare, e proprio per questo spesso rivoluzionaria: una società ingiusta non è una società sicura. Puoi riempirla di controlli, di cancelli, di telecamere e di proclami, ma se lasci un giovane senza lavoro, una famiglia senza risposte, un anziano senza assistenza, un cittadino senza fiducia, non avrai costruito ordine. Avrai soltanto amministrato la paura. La Costituzione italiana questo lo aveva capito prima di molti nostri contemporanei. Lo aveva capito dopo il fascismo, dopo la guerra, dopo la vergogna delle leggi razziali, dopo le città sventrate e le coscienze ridotte in macerie. Per questo all’articolo 1 non scrisse che l’Italia è fondata sulla retorica, sull’appartenenza, sul privilegio o sulle clientele. Scrisse una parola assai più impegnativa: lavoro. E all’articolo 3 non si accontentò di dichiarare che siamo tutti uguali davanti alla legge. Pretese dalla Repubblica qualcosa di più scomodo: rimuovere gli ostacoli che quell’uguaglianza rendono una menzogna per molti. È una frase che continua a disturbare chi ama la Costituzione soltanto quando può citarla nelle cerimonie, salvo poi ignorarla nelle scelte quotidiane. Il messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, letto dalla prefetta, ha riportato la memoria a quel 2 giugno 1946 in cui gli italiani — e per la prima volta pienamente anche le italiane — furono chiamati a scegliere il proprio destino. Quelle donne, entrate finalmente nella cabina elettorale da cittadine e non più da spettatrici della storia, non deposero soltanto una scheda nell’urna. Deposero una condanna contro un Paese che per troppo tempo aveva deciso senza di loro. Da quella scelta nacque una Repubblica fragile, litigiosa, imperfetta, talvolta perfino deludente. Ma nacque anche l’unica Italia nella quale valga la pena continuare a credere: quella in cui il potere non discende dal sangue, dalla forza o dalla paura, ma dal voto dei cittadini e dai limiti imposti dalla legge. Oggi quei limiti sono di nuovo necessari. Forse più di quanto si voglia ammettere. Viviamo in un

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Consegna Onorificenze. La Repubblica non è una cerimonia: è un dovere quotidiano A Reggio Calabria, nell’80° anniversario del 2 giugno, la Costituzione torna a parlare a una città e a un Paese che troppo spesso fingono di non ascoltarla L'Editoriale di Luigi Palamara   Ci sono feste che il calendario ci impone e altre che la coscienza dovrebbe impedirci di dimenticare. Il 2 giugno appartiene alla seconda categoria. Non è una parentesi solenne tra una corona d’alloro, qualche divisa stirata a perfezione e il suono disciplinato di una tromba. È il giorno in cui l’Italia, ottant’anni fa, smise di essere il feudo di una dinastia e provò, finalmente, a diventare la casa dei suoi cittadini. A Reggio Calabria, sotto un sole che non concedeva alibi alla distrazione, la Repubblica è stata ricordata come si conviene: davanti al Monumento ai Caduti, prima, con l’Alzabandiera e la deposizione della corona; in Piazza Italia, poi, dinanzi al Palazzo del Governo, tra gonfaloni, autorità, uomini e donne in uniforme, famiglie, bambini e cittadini comuni. E proprio quei cittadini comuni erano, in fondo, i veri invitati d’onore. Perché la Repubblica non appartiene ai palazzi, sebbene nei palazzi venga rappresentata. Non appartiene alle fasce tricolori, ai pennacchi, alle medaglie o ai discorsi ufficiali. Appartiene a chi paga il prezzo delle sue promesse non mantenute e continua, nonostante tutto, a pretendere che quelle promesse abbiano ancora un senso. La prefetta Clara Vaccaro, che ha presieduto la cerimonia insieme al contrammiraglio Giuseppe Sciarrone e alle autorità presenti, ha pronunciato parole che avrebbero il torto di apparire rituali soltanto a chi della Costituzione ricorda la copertina e mai le pagine. Ha parlato di coesione sociale, di partecipazione, di sicurezza che non nasce soltanto dalle pattuglie nelle strade, ma dalla dignità garantita alle persone. È una verità elementare, e proprio per questo spesso rivoluzionaria: una società ingiusta non è una società sicura. Puoi riempirla di controlli, di cancelli, di telecamere e di proclami, ma se lasci un giovane senza lavoro, una famiglia senza risposte, un anziano senza assistenza, un cittadino senza fiducia, non avrai costruito ordine. Avrai soltanto amministrato la paura. La Costituzione italiana questo lo aveva capito prima di molti nostri contemporanei. Lo aveva capito dopo il fascismo, dopo la guerra, dopo la vergogna delle leggi razziali, dopo le città sventrate e le coscienze ridotte in macerie. Per questo all’articolo 1 non scrisse che l’Italia è fondata sulla retorica, sull’appartenenza, sul privilegio o sulle clientele. Scrisse una parola assai più impegnativa: lavoro. E all’articolo 3 non si accontentò di dichiarare che siamo tutti uguali davanti alla legge. Pretese dalla Repubblica qualcosa di più scomodo: rimuovere gli ostacoli che quell’uguaglianza rendono una menzogna per molti. È una frase che continua a disturbare chi ama la Costituzione soltanto quando può citarla nelle cerimonie, salvo poi ignorarla nelle scelte quotidiane. Il messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, letto dalla prefetta, ha riportato la memoria a quel 2 giugno 1946 in cui gli italiani — e per la prima volta pienamente anche le italiane — furono chiamati a scegliere il proprio destino. Quelle donne, entrate finalmente nella cabina elettorale da cittadine e non più da spettatrici della storia, non deposero soltanto una scheda nell’urna. Deposero una condanna contro un Paese che per troppo tempo aveva deciso senza di loro. Da quella scelta nacque una Repubblica fragile, litigiosa, imperfetta, talvolta perfino deludente. Ma nacque anche l’unica Italia nella quale valga la pena continuare a credere: quella in cui il potere non discende dal sangue, dalla forza o dalla paura, ma dal voto dei cittadini e dai limiti imposti dalla legge. Oggi quei limiti sono di nuovo necessari. Forse più di quanto si voglia ammettere. Viviamo in un tempo in cui la parola “sicurezza”

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