Reggio Calabria, la bellezza e il dovere di non rovinarla
Dopo lo storico anniversario dei Carabinieri all’Arena dello Stretto e l’insediamento del sindaco Cannizzaro, la città si interroga sul proprio futuro oltre i riflettori.
Reggio Calabria, la bellezza non basta più: l’ora della responsabilità
Tra lo splendore degli eventi nazionali e le ferite quotidiane del bullismo e del rancore politico, la sfida per la città non si gioca sui palchi, ma nella maturità dei suoi cittadini. Sostenere il cambiamento significa smettere di essere nemici della propria casa.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una cosa che Reggio Calabria sa fare benissimo: stupire.
E ce n’è un’altra che, purtroppo, le riesce quasi altrettanto bene: ferire se stessa.
La settimana appena trascorsa resterà nella memoria della città. Non per retorica, non per quella solita enfasi da comunicato stampa che incarta tutto e non spiega nulla, ma perché qualcosa è accaduto davvero. Il 212º anniversario dell’Arma dei Carabinieri celebrato all’Arena dello Stretto non è stato un semplice evento istituzionale. È stato un segnale. Un fatto storico. Per la prima volta la ricorrenza nazionale non si è consumata nella liturgia romana, tra palazzi, uniformi e protocolli della Capitale, ma davanti al mare di Reggio Calabria, in uno dei luoghi più belli d’Italia.
E allora bisogna dirlo: Reggio, quando vuole, sa essere capitale.
Capitale di bellezza, di emozione, di dignità.
L’Arena dello Stretto, il lungomare Italo Falcomatà, il mare, la luce, la presenza dell’Arma: tutto ha composto una scena rara. Una di quelle immagini che non hanno bisogno di essere gonfiate, perché sono già grandi da sole. I Carabinieri hanno offerto uno spettacolo all’altezza della loro storia e la città ha risposto con orgoglio. Grazie a tutti i Carabinieri d'Italia, Grazie al Generale Cesario Totaro, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, e alle sue donne e ad i suoi uomini per l'impegno che ogni giorno ci mettono nella nostra città e in tutto il territorio metropolitano, in ogni paese, in ogni cittadina h24 365 giorni l'anno. Chi c’era porterà addosso il ricordo di quella giornata. Qualcuno anche qualche scottatura. Ma certe scottature, quando sono il prezzo della partecipazione, si pagano volentieri.
Il punto, però, non è soltanto la festa. Il punto è ciò che resta dopo la festa.
Perché Reggio non può vivere solo di giornate memorabili. Non può accendersi per un evento e poi tornare alla rassegnazione, al mugugno, alla cattiveria da marciapiede, alla politica intesa come vendetta permanente. Una città non si salva con i fuochi d’artificio della bellezza, se poi i suoi cittadini continuano a comportarsi come se abitassero in un luogo da sabotare.
In questa stessa settimana Reggio Calabria ha salutato anche un passaggio politico importante: l’insediamento del nuovo sindaco, Francesco Cannizzaro. È stato votato, ha ricevuto una fiducia ampia, oggi rappresenta tutti. Anche chi non lo ha scelto. Anche chi lo criticherà. Anche chi, legittimamente, lo controllerà passo dopo passo.
Ma una cosa va detta con chiarezza: controllare non significa demolire.
Criticare non significa insultare.
Fare opposizione non significa augurarsi il disastro.
Questa è una malattia antica della politica italiana, e a Reggio Calabria assume spesso forme particolarmente velenose. Si perde un’elezione e si spera che chi ha vinto fallisca. Si cambia amministrazione e subito si preparano i coltelli. Non si aspetta un atto, un provvedimento, una decisione. No. Si condanna prima. Si spara prima. Si gode prima del possibile fallimento altrui.
È una miseria morale prima ancora che politica.
L’era Falcomatà è finita. Questo non significa cancellarla, né rinnegarla. Significa consegnarla al giudizio del tempo, con ciò che ha avuto di buono e con ciò che ha avuto di discutibile. Chi ha sostenuto quella stagione non deve vergognarsene, se lo ha fatto con onestà. Ma chi ama una città non resta prigioniero di una bandiera. La città viene prima degli uomini che la amministrano. Prima dei partiti. Prima delle appartenenze. Prima delle piccole vendette personali.
Un giornalista non dovrebbe essere il chierichetto di un potere né il sicario dell’altro. Dovrebbe raccontare. Guardare. Capire. Distinguere. E, quando serve, disturbare. Ma disturbare per amore della verità, non per rancore. Raccontare il territorio significa accettare che il territorio cambi. Se cambia il sindaco, non cambia il dovere di chi scrive: resta quello di osservare la città, difenderla quando merita difesa, incalzarla quando merita critica.
Per questo oggi Francesco Cannizzaro va messo alla prova, non alla gogna.
Va seguito, non idolatrato.
Va stimolato, non sabotato.
Va giudicato sui fatti, non sulle paure, sulle fantasie o sui pregiudizi.
Reggio Calabria ha bisogno di questo: meno tifosi e più cittadini. Meno fazioni e più responsabilità. Meno gente pronta a dire “lo avevo detto” e più persone disposte a rimboccarsi le maniche.
Perché il vero problema, diciamolo, non è soltanto chi governa. È anche chi abita. Una città non è fatta soltanto di strade, acqua, palazzi, lungomari e piazze. Certo, i servizi sono essenziali. Certo, l’acqua è un diritto. Certo, le strade devono essere pulite, illuminate, percorribili. Ma una città è fatta soprattutto dai suoi cittadini. Dal loro modo di parlarsi. Di guidare. Di salutarsi. Di trattare il più debole. Di rispettare chi lavora. Di non avvelenare ogni discussione.
E allora l’episodio di quei ragazzini che bullizzano un giovane fragile, forse autistico, pesa più di cento discorsi ufficiali. Perché lì si vede la città nuda. Senza fascia tricolore, senza palco, senza banda, senza celebrazione. Lì si vede che cosa siamo quando nessuno ci applaude. E se tre bambini arrivano a umiliare un ragazzo più debole, il problema non è solo loro. È nostro. È delle famiglie, della scuola, della strada, del clima che respiriamo.
Reggio non può essere questa.
Non deve essere questa.
Deve essere una città più gentile. Sembra una parola debole, “gentile”. Invece è una parola rivoluzionaria. In un tempo di cafoni arroganti, di odiatori professionisti, di colleghi invidiosi, di finti amici, di cittadini sempre arrabbiati, la gentilezza è una forma di resistenza civile.
Sorridere non è ingenuità.
Rispettare non è debolezza.
Dare fiducia non è servilismo.
Raccontare il bene non è propaganda.
Il male, a Reggio Calabria, lo conosciamo. Non c’è bisogno di inventarlo. Ma proprio perché lo conosciamo, non possiamo farne l’unica lente con cui guardare tutto. Una città che si racconta sempre come sconfitta finisce per comportarsi da sconfitta. Una città che si disprezza ogni mattina finirà per meritare quel disprezzo.
E invece Reggio Calabria è bella. Terribilmente bella. Bella al punto da far rabbia, perché tanta bellezza meriterebbe cittadini più generosi, amministratori più coraggiosi, giornalisti più liberi, oppositori più seri, sostenitori meno servili.
Questa settimana ci ha ricordato che Reggio può stare al centro della scena nazionale senza chiedere permesso. Può essere luogo di storia, non periferia del racconto. Può accogliere l’Arma dei Carabinieri in una cornice che Roma, per una volta, non poteva offrire allo stesso modo. Può emozionare. Può sorprendere.
Ma ora viene la parte difficile: essere all’altezza di quella bellezza quando le telecamere si spengono.
Essere all’altezza il giorno dopo.
Nel traffico.
Negli uffici.
Nelle scuole.
Nei consigli comunali.
Nelle redazioni.
Sui social.
Nelle piazze.
Nei rapporti quotidiani.
La città non si cambia soltanto eleggendo un sindaco. La città si cambia smettendo di comportarsi da nemici della propria casa.
Perciò, buona fortuna a Francesco Cannizzaro. Non un assegno in bianco, ma una possibilità sì. Una possibilità vera. E buona fortuna anche a Reggio Calabria, che ne ha più bisogno di lui. Perché un sindaco passa, un’amministrazione passa, una stagione politica passa. La città resta. E con lei resta la domanda più scomoda: noi, questa città, la amiamo davvero o ci limitiamo a usarla come sfondo delle nostre rabbie?
Amare Reggio significa difenderla anche da noi stessi.
Dalla nostra invidia.
Dalla nostra volgarità.
Dal nostro bisogno di distruggere chiunque provi a fare qualcosa.
Dal nostro vizio antico di preferire il fallimento degli altri alla fatica del bene comune.
Il 7 giugno 2026, dopo una settimana storica, questa è forse l’unica riflessione che conta: Reggio ha dimostrato di poter essere grande. Ora deve dimostrare di saper essere matura.
E la maturità, a differenza delle celebrazioni, non si organizza con un palco.
Si costruisce ogni giorno.
Con meno urla.
Con più coraggio.
E con quella rara, difficilissima forma di amore che si chiama responsabilità.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno detto L'Arciere
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