«Se mi riprendi, ti scasso»: quando un post non basta a cancellare una frase
Il caso della frase shock rivolta a Graziano Tomarchio dall’assessore di Scilla Domenico Scarano e il tentativo di derubricarla a “goliardia tra amici”
L’Editoriale di Luigi Palamara
Nella vita pubblica, arriva un momento in cui le parole smettono di essere suoni e diventano fatti. Fatti politici, fatti morali, fatti civili. E quel momento è arrivato quando un assessore comunale, Domenico Scarano, si è rivolto a Graziano Tomarchio con una frase che non ha bisogno di molte interpretazioni: «Se mi riprendi, ti scasso».
Non “ti rimprovero”. Non “non mi riprendere”. Non “lasciami stare”. No. “Ti scasso”.
Ora ci viene spiegato che era goliardia. Che era confidenza. Che era un modo di parlare tra persone che si conoscono da decenni. Che dietro quella frase ci sarebbe stata una lunga amicizia, un rapporto antico, un codice privato, quasi una licenza sentimentale a usare parole che, davanti agli occhi di tutti, restano ciò che sono: sgradevoli, pesanti, inaccettabili.
Ma non basta un post su Facebook per fare chiarezza. E soprattutto non basta un post su Facebook per sminuire, ribaltare, annacquare o trasformare in barzelletta una frase del genere.
La chiarezza, quando è vera, arriva subito. Non dopo giorni. Non quando la polemica monta. Non quando il silenzio diventa imbarazzante. Non quando ci si accorge che quella frase non è passata inosservata e che l’opinione pubblica, ogni tanto, ha ancora il vizio sano di indignarsi.
Se davvero Graziano Tomarchio era un amico, bastava una telefonata. Una sola. Immediata. Diretta. Umana.
“Graziano, ho sbagliato. Ho esagerato. Non volevo offenderti. Scusami.”
Sarebbe finita lì, probabilmente. Perché gli amici, quando sono amici davvero, si parlano. Non si affidano ai comunicati tardivi. Non costruiscono versioni postume. Non trasformano l’altro in una specie di traditore perché ha avuto il torto di sentirsi colpito da una frase disgustosa.
Ecco il punto: oggi si tenta di spostare il problema. Non è più la frase. Non è più il tono. Non è più il fatto che un rappresentante delle istituzioni si sia rivolto così a una persona che stava facendo il proprio lavoro. No. Il problema, improvvisamente, diventerebbe l’altro. L’amico che non avrebbe capito. L’amico che avrebbe travisato. L’amico che avrebbe raccontato solo una parte. L’amico che, a sentire certe ricostruzioni, non sarebbe poi così amico.
Curioso destino, quello dell’amicizia invocata a giorni alterni: prima serve a giustificare la frase, poi viene messa in dubbio per delegittimare chi quella frase l’ha ricevuta.
Ma l’amicizia non è un lasciapassare per l’arroganza. Non è una coperta da tirare fuori quando fa comodo. Non è un paravento dietro cui nascondere una caduta di stile. E soprattutto non è un alibi per rivolgersi a qualcuno con parole che, dette da un cittadino qualunque, sarebbero già brutte; dette da un amministratore pubblico, diventano ancora più gravi.
Perché chi ricopre un ruolo istituzionale ha un dovere in più. Non in meno. Ha il dovere della misura, della responsabilità, del rispetto. Anche quando è nervoso. Anche quando si sente provocato. Anche quando ha davanti una telecamera. Anzi, soprattutto allora.
E invece siamo qui a leggere spiegazioni che sembrano voler trasformare una frase pesante in una scenetta da bar. Una minaccia verbale in una battuta. Un comportamento discutibile in una pagina di nostalgia amicale. Un chiarimento tardivo in una richiesta implicita di assoluzione.
No. Non funziona così.
La frase resta. Resta nella sua crudezza. Resta nel suo significato. Resta nel modo in cui è stata percepita. E resta, soprattutto, il tentativo successivo di ridimensionarla, quasi che il problema fosse di chi l’ha ascoltata e non di chi l’ha pronunciata.
“Se mi riprendi, ti scasso” non è goliardia. È una frase che non dovrebbe appartenere al linguaggio pubblico. Punto.
Poi si può chiedere scusa. Si può ammettere l’errore. Si può dire: ho sbagliato. Questo sì, sarebbe stato apprezzabile. Ma altra cosa è provare a riscrivere la scena, a capovolgere i ruoli, a presentarsi come vittima di un malinteso o come amico tradito.
Perché qui non siamo davanti a un malinteso. Siamo davanti a parole dette, ascoltate e oggi raccontate come se il tempo potesse renderle innocue.
Ma il tempo, in questi casi, non assolve. Anzi, aggrava. Perché più passano i giorni, più il chiarimento perde il sapore della sincerità e assume quello della convenienza.
Ed è proprio questo il punto politico e morale della vicenda: non il litigio, non la simpatia o l’antipatia personale, non le vecchie frequentazioni, non i rapporti privati. Il punto è che chi rappresenta un’istituzione deve sapere che ogni parola pesa. E quando quella parola pesa troppo, non la si alleggerisce con un post su Facebook.
La si riconosce. La si corregge. La si chiede scusa.
Senza vittimismo. Senza arrampicarsi sugli specchi. Senza trasformare chi ha ricevuto quelle parole in un nemico, in un ingrato o in un falso amico.
Perché anche questa è una seconda offesa: prima dire “ti scasso”, poi pretendere che l’altro sorrida, capisca, minimizzi, dimentichi. Come se la dignità altrui fosse un dettaglio. Come se il rispetto fosse una formalità. Come se bastasse evocare quarant’anni di conoscenza per cancellare dieci secondi di volgarità.
No, non basta.
I fatti meritano di essere raccontati per intero, certo. Ma tra quei fatti ce n’è uno che non può essere messo tra parentesi: un uomo che stava facendo il proprio lavoro si è sentito rivolgere una frase inaccettabile da un amministratore pubblico.
Tutto il resto può spiegare il contesto. Non può cancellare la sostanza.
E la sostanza è semplice: davanti a certe parole, non serve una strategia comunicativa. Serve una cosa più rara, più antica e più seria.
Serve assumersi la responsabilità.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
Il.post dell'assessore Domenico Scarano di oggi 17 giugno 2026
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