CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

Dopo Piazza Pulita, a Reggio Calabria serve Corso Pulito

Dopo Piazza Pulita, a Reggio Calabria serve Corso Pulito

L'Editoriale di Luigi Palamara 

A Reggio Calabria, dopo l’operazione “Piazza Pulita”, verrebbe voglia di invocarne un’altra: “Corso Pulito”. Non è una battuta. O forse sì, ma di quelle amare, che fanno sorridere soltanto per non arrabbiarsi.

Camminare su Corso Garibaldi dovrebbe essere un piacere. È il salotto buono della città, la passeggiata identitaria, la vetrina dove Reggio mostra ciò che vorrebbe essere: elegante, solare, accogliente, mediterranea. E infatti, se si tiene lo sguardo all’altezza delle insegne, delle vetrine, dei palazzi, qualcosa di questa bellezza ancora resiste. La si percepisce nei negozi, nella luce, nell’aria, perfino in quella naturale vanità urbana che ogni città di mare possiede e che non è un difetto, purché non diventi maschera.

Poi però si abbassa lo sguardo. E lì finisce l’incanto.

Sulle basole, sulla pavimentazione, lungo il percorso che migliaia di persone attraversano ogni giorno, appare lo spettacolo meno nobile e più sincero: mozziconi di sigaretta ovunque, cartacce gettate con disinvoltura, piccoli rifiuti abbandonati come se il suolo pubblico fosse un grande tappeto da sporcare e poi lasciare ad altri. La città bella sopra e trascurata sotto. La città che si pavoneggia nelle vetrine e si smentisce sui marciapiedi.

È un colpo al cuore, perché il degrado minuto è spesso più rivelatore del grande scandalo. Il grande scandalo indigna, mobilita, produce titoli. Il mozzicone buttato a terra, invece, racconta una malattia più profonda: l’abitudine. Il gesto automatico. La sciatteria diventata diritto. La maleducazione scambiata per libertà.

Nessuno dice nulla. O quasi nessuno. Si passa, si guarda, si finge di non vedere. E così il Corso, che dovrebbe essere luogo di passeggio e decoro, diventa a tratti un posacenere all’aperto. I cubi, pensati come elementi di arredo urbano, sono diventati punti di sosta per fumatori distratti o incivili, piccoli accampamenti della cicca facile, dove si fuma, si chiacchiera, si spegne e si lascia cadere. Come se fosse normale. Come se fosse inevitabile. Come se la città non appartenesse a nessuno.

Ma la città appartiene a tutti. Ed è proprio per questo che nessuno può trattarla come cosa propria da sporcare.

Non si può pretendere una Reggio pulita e poi rispondere con questo disprezzo quotidiano. Non si può chiedere all’amministrazione più servizi, più cura, più decoro, e poi trasformare il Corso in un contenitore di rifiuti. Il dovere pubblico esiste, certo. I cestini devono esserci, devono essere visibili, devono essere svuotati, devono essere sufficienti. I controlli devono essere fatti. Le sanzioni devono essere applicate. Ma prima ancora viene una cosa più semplice e più rara: l’educazione.

Chi fuma deve portarsi dietro l’occorrente per conservare le cicche, oppure deve buttarle negli appositi contenitori. Non è un sacrificio eroico. Non è una privazione dei diritti civili. È il minimo sindacale della convivenza. Se uno è capace di comprare un pacchetto di sigarette, accendere una sigaretta e trovare il tempo per fumarla, può anche trovare il modo di non lasciare il suo rifiuto sulla strada.

Questa non è una questione estetica. O meglio, non è solo estetica. È una questione morale. Perché il decoro urbano è la forma visibile del rispetto. Rispetto per chi pulisce, per chi lavora, per chi passeggia, per chi porta un bambino per mano, per chi arriva da fuori e giudica una città anche da ciò che trova sotto le scarpe.

Reggio Calabria non ha bisogno soltanto di grandi proclami. Ha bisogno di una disciplina semplice, quotidiana, concreta. Ha bisogno di cittadini che smettano di comportarsi da ospiti maleducati in casa propria. Ha bisogno di amministratori che non abbiano paura di dire che la pulizia non si chiede soltanto: si pratica. E, quando non si pratica, si impone con le multe.

La civiltà non è una parola da convegno. È una cicca non buttata a terra. È una carta tenuta in tasca fino al cestino. È un rimprovero educato ma fermo a chi sporca. È un vigile che sanziona. È un commerciante che non gira la testa dall’altra parte. È una comunità che non accetta più il brutto come destino.

Dopo “Piazza Pulita”, dunque, serve davvero “Corso Pulito”. Non un’operazione di facciata, non una lavata straordinaria per qualche fotografia istituzionale, ma una presa di coscienza. Perché il Corso Garibaldi è il biglietto da visita di Reggio. E un biglietto da visita sporco dice molto, anche quando sopra c’è scritto un nome bellissimo.

Si pretende pulizia. Bene. Ma alla pretesa deve corrispondere il comportamento. Altrimenti non siamo cittadini: siamo soltanto clienti arrabbiati di una città che contribuiamo ogni giorno a rovinare.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Dopo Piazza Pulita, a Reggio Calabria serve Corso Pulito L'Editoriale di Luigi Palamara A Reggio Calabria, dopo l’operazione “Piazza Pulita”, verrebbe voglia di invocarne un’altra: “Corso Pulito”. Non è una battuta. O forse sì, ma di quelle amare, che fanno sorridere soltanto per non arrabbiarsi. Camminare su Corso Garibaldi dovrebbe essere un piacere. È il salotto buono della città, la passeggiata identitaria, la vetrina dove Reggio mostra ciò che vorrebbe essere: elegante, solare, accogliente, mediterranea. E infatti, se si tiene lo sguardo all’altezza delle insegne, delle vetrine, dei palazzi, qualcosa di questa bellezza ancora resiste. La si percepisce nei negozi, nella luce, nell’aria, perfino in quella naturale vanità urbana che ogni città di mare possiede e che non è un difetto, purché non diventi maschera. Poi però si abbassa lo sguardo. E lì finisce l’incanto. Sulle basole, sulla pavimentazione, lungo il percorso che migliaia di persone attraversano ogni giorno, appare lo spettacolo meno nobile e più sincero: mozziconi di sigaretta ovunque, cartacce gettate con disinvoltura, piccoli rifiuti abbandonati come se il suolo pubblico fosse un grande tappeto da sporcare e poi lasciare ad altri. La città bella sopra e trascurata sotto. La città che si pavoneggia nelle vetrine e si smentisce sui marciapiedi. È un colpo al cuore, perché il degrado minuto è spesso più rivelatore del grande scandalo. Il grande scandalo indigna, mobilita, produce titoli. Il mozzicone buttato a terra, invece, racconta una malattia più profonda: l’abitudine. Il gesto automatico. La sciatteria diventata diritto. La maleducazione scambiata per libertà. Nessuno dice nulla. O quasi nessuno. Si passa, si guarda, si finge di non vedere. E così il Corso, che dovrebbe essere luogo di passeggio e decoro, diventa a tratti un posacenere all’aperto. I cubi, pensati come elementi di arredo urbano, sono diventati punti di sosta per fumatori distratti o incivili, piccoli accampamenti della cicca facile, dove si fuma, si chiacchiera, si spegne e si lascia cadere. Come se fosse normale. Come se fosse inevitabile. Come se la città non appartenesse a nessuno. Ma la città appartiene a tutti. Ed è proprio per questo che nessuno può trattarla come cosa propria da sporcare. Non si può pretendere una Reggio pulita e poi rispondere con questo disprezzo quotidiano. Non si può chiedere all’amministrazione più servizi, più cura, più decoro, e poi trasformare il Corso in un contenitore di rifiuti. Il dovere pubblico esiste, certo. I cestini devono esserci, devono essere visibili, devono essere svuotati, devono essere sufficienti. I controlli devono essere fatti. Le sanzioni devono essere applicate. Ma prima ancora viene una cosa più semplice e più rara: l’educazione. Chi fuma deve portarsi dietro l’occorrente per conservare le cicche, oppure deve buttarle negli appositi contenitori. Non è un sacrificio eroico. Non è una privazione dei diritti civili. È il minimo sindacale della convivenza. Se uno è capace di comprare un pacchetto di sigarette, accendere una sigaretta e trovare il tempo per fumarla, può anche trovare il modo di non lasciare il suo rifiuto sulla strada. Questa non è una questione estetica. O meglio, non è solo estetica. È una questione morale. Perché il decoro urbano è la forma visibile del rispetto. Rispetto per chi pulisce, per chi lavora, per chi passeggia, per chi porta un bambino per mano, per chi arriva da fuori e giudica una città anche da ciò che trova sotto le scarpe. Reggio Calabria non ha bisogno soltanto di grandi proclami. Ha bisogno di una disciplina semplice, quotidiana, concreta. Ha bisogno di cittadini che smettano di comportarsi da ospiti maleducati in casa propria. Ha bisogno di amministratori che non abbiano paura di dire che la pulizia non si chiede soltanto: si pratica. E, quando non si pratica, si impone con le multe. La civiltà non è una parola da convegno. È una cicca non buttata a terra. È una carta tenuta in tasca fino al cestino. È un rimprovero e

♬ originalljud - Aeriva

Posta un commento

0 Commenti