Il vizio di non saper uscire di scena
- La politica non è un credito eterno verso i cittadini né un palco per celebrare il passato. Chi si aggrappa alle vecchie glorie perde la dignità del silenzio, dimenticando che amministrare è solo un dovere temporaneo.
L'Editoriale di Luigi Palamara
La politica dovrebbe essere l’arte di guardare avanti senza perdere il contatto con il presente. Dovrebbe occuparsi di ciò che resta da fare, non celebrare fino allo sfinimento ciò che è già stato fatto.
Chi vive rivendicando il passato non propone una visione: recita un necrologio di sé stesso. E quando ogni occasione diventa il pretesto per ricordare un’opera, una decisione, un risultato ottenuto anni prima, la politica cede il posto alla propaganda personale. Una propaganda tanto più patetica quanto più pretende di trasformare il normale esercizio di una funzione pubblica in un’impresa eroica.
Le opere pubbliche, i servizi, gli interventi amministrativi non sono doni concessi da un sovrano illuminato. Sono stati pagati con le tasse, il lavoro e i sacrifici dei cittadini. Il politico, per un periodo limitato, ha avuto il compito di amministrare quelle risorse. Nulla di più. Nulla di meno.
Ha svolto il proprio dovere. Punto.
Continuare a ricordarlo, a sottolinearlo, a rivendicarlo come un credito eterno nei confronti della comunità è stucchevole. E anche indecoroso. È come pretendere di occupare ancora il centro del palcoscenico quando lo spettacolo è finito, il sipario è calato e la compagnia ha già cambiato attori.
Il problema non è soltanto l’incapacità di comprendere che ogni stagione politica ha una fine. È il tentativo di utilizzare ancora la politica come strumento di visibilità personale, come specchio nel quale continuare ad ammirarsi quando ormai nessuno guarda più.
Una simile ostinazione non suscita indignazione. Finisce quasi per suscitare tenerezza. Ma è la tenerezza che si prova davanti a chi non riesce ad accettare l’evidenza e continua ad aggrapparsi alle fotografie ingiallite di un tempo che non tornerà.
I cittadini meritano di meglio. Meritano idee, progetti, responsabilità e futuro. Non l’interminabile riepilogo di chi non accetta che il proprio tempo sia finito.
E sia finito, per giunta, nel modo più misero: senza la dignità del silenzio.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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