CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

L’ultimo anticipo di Franco Baresi

L’ultimo anticipo di Franco Baresi

È morto Franco Baresi.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Si potrebbe aggiungere: un calciatore. Ma sarebbe come dire che Michelangelo dipingeva soffitti o che Arturo Toscanini agitava una bacchetta. Tecnicamente vero. Sostanzialmente ridicolo.

Baresi non giocava soltanto a calcio. Lo correggeva.

Era il capitano del Milan, la maglia numero 6 che, dopo di lui, nessuno ha più avuto il diritto di indossare. Il Milan la ritirò perché certi numeri, quando finiscono sulle spalle dell’uomo giusto, smettono di essere numeri. Diventano nomi. Diventano storia.

Franco Baresi era un difensore, ma non aveva quasi nulla del difensore come lo immaginiamo: il mastino, il picchiatore, il bruto incaricato di spezzare il gioco e, all’occorrenza, qualche caviglia. Lui difendeva con l’intelligenza. Arrivava sul pallone un istante prima degli altri perché aveva già capito dove sarebbe andato. Non rincorreva l’azione: la precedeva.

Piccolo di statura, immenso in campo.

Non aveva bisogno di alzare la voce. Parlava poco, dentro e fuori dallo stadio. Ma la sua classe entrava ovunque senza bussare, senza presentarsi e senza chiedere permesso. La riconoscevi subito, come si riconoscono le cose autentiche in un mondo che autentico lo è sempre meno.

Si racconta che persino Diego Maradona desiderasse la sua maglia. E l'ha avuta. Non stupisce. I grandi si riconoscono fra loro. Non hanno bisogno di spiegazioni, classifiche o cerimonie. Basta uno sguardo.

Adesso, forse, si ritroveranno. Maradona partirà palla al piede, rapido e insolente come sempre. Baresi lo aspetterà senza scomporsi. Poi farà un passo, uno soltanto, quello giusto. E gli porterà via il pallone con quell’eleganza che pareva quasi un gesto di cortesia.

Per quelli della mia generazione Baresi non è stato soltanto un campione. È stato un pezzo degli anni più belli e spensierati, quando il calcio si giocava soprattutto la domenica, le partite arrivavano attraverso una radiolina e le immagini bisognava immaginarsele. Ogni voce aveva uno stadio dentro. Ogni boato faceva correre la fantasia.

Era un calcio meno ricco, forse. Ma non più povero.

Baresi apparteneva a quel tempo e, insieme, lo superava. Fu campione senza diventare personaggio, celebre senza fare il divo, italiano senza bisogno di sventolare continuamente la propria italianità. La dimostrava con la serietà, con la disciplina, con la fedeltà a una maglia indossata per tutta la carriera.

Oggi diremo molte parole su di lui. Quasi tutte saranno insufficienti.

Perché Franco Baresi era un uomo di poche parole. E forse il modo migliore per salutarlo è rispettare anche adesso quel suo silenzio.

È morto un calciatore.

No. È morto Franco Baresi.

Ed è tutta un’altra cosa.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

Posta un commento

0 Commenti