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La vecchia signora e la nostra vergogna

La vecchia signora e la nostra vergogna

30 aprile 2020: il ritratto amaro dei giorni del lockdown

Mentre dai balconi si cantavano inni e si prometteva di uscire migliori dalla pandemia, la tenacia solitaria di una donna anziana alle prese con le borse della spesa rivelava la fragilità del nostro tempo: la paura dell’altro, la distanza e il rischio di diventare semplici spettatori.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Era il 30 aprile del 2020 e il mondo, improvvisamente, aveva smesso di riconoscersi.

Le strade erano vuote, le finestre chiuse, gli uomini barricati nelle proprie paure. Uscire di casa era diventato un atto sospetto; incontrare qualcuno, quasi una colpa. La pandemia non aveva soltanto imposto mascherine e distanze: aveva deformato i gesti più semplici, trasformando la quotidianità in una rappresentazione dell’assurdo.

Fu allora che vidi una donna anziana.

Era sola. Portava la spesa e procedeva lentamente, avanti e indietro, una borsa alla volta. Non aveva la forza di trasportarle tutte insieme, ma possedeva ancora quella tenacia silenziosa che appartiene a chi ha attraversato guerre, privazioni e lutti senza mai chiedere al mondo di fermarsi.

Io la osservavo.

E, come accade troppo spesso nel nostro tempo, prima ancora di capire presi il telefono e cominciai a riprendere. Volevo sapere che cosa stesse succedendo. O forse volevo soltanto conservare quell’immagine surreale: una donna anziana consegnata alla propria fatica, mentre intorno a lei una società intera si proclamava solidale dai balconi.

Cantavamo inni. Esponevamo bandiere. Ripetevamo che ne saremmo usciti migliori.

Ma lei continuava ad andare avanti e indietro, sola, con le sue borse.

Poi mi resi conto che non bastava guardare. Non bastava interrogarsi, e certamente non bastava filmare.

Non spensi il telefono, mi avvicinai e l’aiutai a portare la spesa. Le chiesi come stesse, se avesse bisogno di qualcosa, se potessi fare altro per lei.

Mi guardò prima impaurita. In quei giorni ogni presenza estranea poteva sembrare una minaccia, ogni prossimità un pericolo. Poi nei suoi occhi comparve la diffidenza, quella prudenza istintiva di chi non sa più se una mano tesa sia davvero un gesto di aiuto o nasconda qualcos’altro.

Infine mi salutò con un sorriso.

Non saprei dire quale sorriso fosse. Forse ironico, come se avesse già compreso le contraddizioni di un mondo che predicava solidarietà ma aveva paura perfino di avvicinarsi. Forse amaro, perché la solitudine pesa ancora di più quando si è costretti a domandarsi se qualcuno si fermerà. O forse era semplicemente un sorriso felice: il ringraziamento discreto di chi, per qualche minuto, non si era sentito invisibile.

Ecco la fotografia più sincera di quei giorni: non gli slogan, non le conferenze stampa, non gli applausi rituali. Una donna anziana che trascinava la spesa e uno sconosciuto che, dopo un attimo di esitazione, decideva di smettere di essere spettatore.

La domanda, dunque, non è soltanto che cosa avremmo pensato. Pensare costa poco. Anche indignarsi costa poco, soprattutto davanti a uno schermo.

La domanda è un’altra: ci saremmo fermati?

Avremmo posato il telefono, interrotto il nostro ruolo di osservatori e portato almeno una di quelle borse?

Io, quel giorno, lo feci. Non per eroismo, perché aiutare una persona in difficoltà non dovrebbe mai essere considerato un gesto eroico. Lo feci perché, a un certo punto, compresi che la scena non chiedeva di essere documentata: chiedeva di essere cambiata.

Ed è forse questa la lezione più severa di quell’incontro. Una civiltà non si misura dalle parole che pronuncia nelle emergenze, ma dai gesti che compie quando nessuno la sta guardando. Non si misura dagli inni cantati insieme, ma dalla capacità di riconoscere la solitudine di chi ci passa accanto.

Quel giorno la vera malattia non era soltanto il virus. Erano anche la paura, la diffidenza, l’isolamento e la nostra abitudine a osservare il dolore degli altri senza sentirci chiamati in causa.

Ma quel sorriso, qualunque cosa volesse dire, mi ricordò che esiste ancora una cura.

Comincia quando si posa il telefono e si tende una mano.

Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano di Roccaforte del Greco

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