Lo Stato non si piega all’applauso: il richiamo di Mattarella contro la politica-spettacolo
Il discorso del Presidente della Repubblica
Dal caso Roggero agli scontri in Val di Susa, il capo dello Stato traccia i confini invalicabili della democrazia: la legge non cambia a seconda dell'umore dei social e la violenza non ha mai giustificazioni di parte.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Sergio Mattarella ha detto ai partiti una cosa semplice, dunque rivoluzionaria: smettano di gridare e tornino a occuparsi del Paese.
La legislatura non è ancora finita, ma la campagna elettorale è già cominciata. La maggioranza agita paure, l’opposizione distribuisce indignazione, tutti inseguono un titolo e pochi affrontano i problemi quotidiani degli italiani. Salari, lavoro, servizi pubblici, giovani che emigrano: materia troppo seria per la politica-spettacolo.
Il presidente della Repubblica non governa e non fa opposizione. Ma quando le regole vengono piegate alla convenienza del momento, ha il dovere di ricordare che lo Stato non è proprietà di chi vince le elezioni.
Il richiamo più netto riguarda il caso Roggero. Una vicenda umana può suscitare comprensione, rabbia e solidarietà. Non può però trasformarsi nel metro con cui si riscrivono le leggi.
La legge non è un abito confezionato sul corpo del protagonista dell’ultima cronaca. Non cambia secondo l’umore dei social, gli applausi della piazza o la convenienza di un partito. Se lo Stato adatta le norme ai comportamenti individuali, non garantisce più sicurezza: confessa la propria resa.
La giustizia privata nasce sempre da una paura comprensibile e finisce sempre in un arbitrio intollerabile. In una società civile non possono esistere cittadini autorizzati a diventare investigatori, giudici ed esecutori della pena. La grazia, inoltre, non è un quarto grado di giudizio affidato al Quirinale per correggere le sentenze che non piacciono all’opinione pubblica.
Lo stesso principio vale per la violenza politica.
Mattarella l’ha definita un virus letale per la democrazia. Ha ragione. La violenza comincia con un gesto, ma si diffonde attraverso le giustificazioni. Prima si dice che la causa è nobile. Poi che gli aggressori sono esasperati. Infine che condannarli senza un “però” significherebbe tradire la propria parte.
È così che una pietra diventa protesta, una devastazione diventa dissenso e un aggressore viene promosso a militante.
Quanto accaduto in Val di Susa è inammissibile. Si può contestare la Tav, criticarne l’utilità e combatterla con tutti gli strumenti democratici. Non si può imporre con la forza una posizione minoritaria contro decisioni assunte attraverso le istituzioni.
Il dissenso è un diritto. Colpire qualcuno non lo è.
E non esiste una violenza buona perché viene da sinistra, come non esiste una giustizia sommaria buona perché viene invocata da destra. Chi condanna soltanto i soprusi degli avversari non difende la legalità. Difende la propria tribù.
Il problema nasce prima delle spranghe e delle pietre. Nasce nel linguaggio.
Non ascoltiamo più chi non la pensa come noi. Lo disprezziamo. L’avversario non sbaglia: è corrotto, ignorante, traditore, nemico del popolo. Una volta trasformato l’altro in un mostro, diventa più facile assolvere chi lo aggredisce.
La violenza è quasi sempre preceduta da una parola che la rende accettabile.
Mattarella ha richiamato anche l’Europa. Molti leader accusano l’Unione di essere debole, ma si oppongono a ogni riforma che potrebbe renderla più capace di decidere. Vogliono un’Europa forte, purché non abbia strumenti. Chiedono che conti nel mondo, ma difendono veti che la condannano all’impotenza.
È la vecchia commedia sovranista: lamentarsi dell’automobile mentre si tiene il piede sul freno.
Sulle migrazioni, il presidente ha ricordato che bisogna occuparsi non soltanto di chi arriva, ma anche di chi parte. I giovani italiani che se ne vanno non occupano porti, non provocano emergenze e non garantiscono voti. Per questo la politica li nota meno.
Eppure ogni ragazzo che emigra per necessità pronuncia una sentenza severa: questo Paese non mi offre un futuro.
Infine la Rai, servizio pubblico soltanto nel nome e bottino dei partiti nei fatti. Tutti ne denunciano l’occupazione, tutti cercano di occuparla. La paralisi della Vigilanza è soltanto l’ultimo capitolo di una storia indecorosa.
Il discorso di Mattarella contiene una parola che la politica detesta: limite.
Il limite della maggioranza, che governa ma non possiede lo Stato.
Il limite della protesta, che può contestare ma non aggredire.
Il limite dell’individuo, che può difendersi ma non farsi giustizia da solo.
Il limite dei partiti, che possono combattere senza trasformare il Paese in una rissa permanente.
La democrazia è questo: il potere costretto dentro confini che non può oltrepassare.
Naturalmente ogni partito userà le parole del presidente contro gli altri. La destra citerà i No Tav e dimenticherà Roggero. La sinistra citerà l’Europa e sorvolerà sulle indulgenze verso la violenza. È il metodo nazionale: ascoltare soltanto la frase che accusa il vicino.
Ma il messaggio non era destinato a una fazione.
Era destinato a tutti.
La legge non è un sondaggio. La giustizia non è un applauso. La sicurezza non è vendetta. E lo Stato che si piega all’emozione del momento non diventa più umano.
Diventa più debole.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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