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Il caso Buccinasco e il dibattito sui social.

Il caso Buccinasco e il dibattito sui social.

Antimafia sì. Tribunali sociali e lezioni morali dall’alto, no.

​L'antimafia non è una patente morale: quando il sindaco fa il giudice.

La lotta alla criminalità organizzata si fa con la trasparenza e la concretezza amministrativa, non trasformando ogni parola o commento in un sospetto di complicità. Il ruolo delle istituzioni non è distribuire patenti di rispettabilità, ma unire la comunità nel rispetto delle regole e della civiltà democratica.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

La mafia si combatte con fermezza. Ma anche con serietà.

Ed è proprio per questo che il messaggio del sindaco Rino Pruiti merita una risposta netta.

Nessuno dovrebbe avere nostalgia della ’ndrangheta, nessuno dovrebbe trasformare un boss in un eroe, nessuno dovrebbe confondere una storia criminale con una storia da celebrare.

Ma da qui a bollare come “messaggio mafioso” qualsiasi parola, ricordo, cordoglio o espressione comparsa sui social il passo è enorme. E soprattutto è un passo che un rappresentante delle istituzioni dovrebbe evitare di compiere con tanta disinvoltura.

Perché un sindaco non è il titolare di un tribunale morale.

Non decide lui chi è abbastanza antimafioso, chi merita di essere considerato un buon cittadino e chi, per un commento sgradito o una parola giudicata inopportuna, debba essere pubblicamente collocato nell’area grigia della complicità culturale.

Le parole hanno un peso.

E se è vero che un “inchino” può avere un significato simbolico gravissimo, è altrettanto vero che non ogni manifestazione umana nei confronti di una persona morta può essere automaticamente trasformata in un atto di adesione alla mafia.

Questa generalizzazione non rafforza l’antimafia.

La indebolisce.

Perché quando tutto diventa mafioso, alla fine nulla lo è più davvero.

Quando si usano categorie così gravi per colpire indistintamente cittadini, conoscenti, familiari o semplici commentatori, si rischia di trasformare la lotta alla criminalità organizzata in uno strumento di superiorità morale e di delegittimazione pubblica.

E questo, da parte di chi ricopre una carica istituzionale, è particolarmente grave.

La legalità non consiste nel distribuire patenti di rispettabilità.

Non consiste nel mettere alla gogna chi non usa le parole considerate corrette.

Non consiste nel dividere la città tra chi sta dalla parte giusta e chi viene sospettato di indulgenza verso la mafia sulla base di un post, di una frase o di un sentimento personale.

La legalità è un’altra cosa.

È rispetto delle sentenze.

È tutela delle libertà.

È responsabilità individuale.

È capacità di distinguere i fatti dalle opinioni, i reati dai sentimenti, la propaganda mafiosa dal dolore privato.

Ed è proprio questa capacità di distinguere che dovrebbe appartenere, prima di tutto, a chi amministra una comunità.

Il Sindaco scrive che Buccinasco è “cosa nostra” nel senso più bello e democratico del termine.

Bene.

Ma se Buccinasco è davvero casa di tutti, allora dovrebbe esserlo anche per chi non si esprime secondo il vocabolario approvato dal Palazzo.

Anche per chi sbaglia tono.

Anche per chi manifesta pietà umana verso una persona dal passato criminale.

Anche per chi ha rapporti familiari o personali che non possono essere cancellati con un comunicato pubblico.

Perché in una democrazia le responsabilità non si ereditano, le colpe non si trasmettono per conoscenza o parentela e i cittadini non devono dimostrare quotidianamente la propria purezza morale davanti all’amministrazione comunale.

C’è poi un’altra domanda che un sindaco impegnato nella legalità dovrebbe porsi.

La vera lotta alla mafia si misura sui post di Facebook oppure sulla capacità concreta di impedire infiltrazioni negli appalti, nei cantieri, nelle attività economiche e nella macchina pubblica?

Si misura sulla durezza di una frase oppure sulla trasparenza amministrativa?

Si misura sulla quantità di indignazione prodotta oppure sulla capacità di proteggere chi denuncia, sostenere chi rifiuta compromessi e impedire che il potere criminale trovi spazio nell’economia e nelle istituzioni?

Perché è molto facile essere inflessibili contro un commento sui social.

Molto più difficile è costruire ogni giorno istituzioni impermeabili alle pressioni, ai favori, alle relazioni opache e alle convenienze.

È lì che si misura l’antimafia.

Non nella retorica.

Non nelle prediche.

Non nella ricerca del nemico da esporre pubblicamente.

Un sindaco dovrebbe unire una comunità attorno ai valori della legalità, non utilizzare quei valori per creare sospetti generalizzati e contrapposizioni morali.

Dovrebbe spiegare, educare, distinguere.

Non sentenziare.

Dovrebbe ricordare che persino davanti alla morte di chi ha commesso reati gravissimi esiste una differenza tra la condanna delle azioni e la negazione della dignità umana della persona.

Questa differenza non è debolezza.

È civiltà.

E soprattutto è ciò che distingue uno Stato democratico proprio dalle logiche che pretende di combattere.

Quindi sì: davanti alla mafia non ci si inchina.

Mai.

Ma davanti alle istituzioni non ci si deve nemmeno inginocchiare per dimostrare di essere cittadini rispettabili.

L’antimafia appartiene a tutti.

Non è proprietà di un sindaco.

Non è un marchio politico.

Non è una patente morale da concedere o revocare.

E chi rappresenta le istituzioni dovrebbe ricordarlo ogni volta che decide di trasformare una legittima battaglia per la legalità in una requisitoria pubblica contro i propri concittadini.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 


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