Il caso Sigfrido Ranucci tra confini privati, inchieste e il mito del giornalista intoccabile
Le domande non sono attentati: la trasparenza vale anche per chi fa le inchieste
Il giornalismo serio non ha santi né demoni. La vicenda di Ranucci, tra retroscena, relazioni e il paradosso dei nemici vicini, ci ricorda una regola elementare: nessun professionista dovrebbe diventare così importante da sottrarsi al diritto di essere criticato.
L'Editoriale di Luigi Palamara
C’è una regola elementare del giornalismo che vale soprattutto per chi pretende di insegnarla agli altri: le domande non sono attentati.
Sono domande.
E chi per mestiere le rivolge ai potenti dovrebbe essere il primo ad accettare che, prima o poi, qualcuno le rivolga a lui.
Il caso Sigfrido Ranucci è diventato interessante proprio per questo.
Non perché interessi sapere con chi sia andato a letto.
Non interessa.
Le relazioni sentimentali di un giornalista, come quelle di un magistrato, di un professore o di un elettricista, appartengono alla sua vita privata. Può aver avuto una relazione o dieci. Può essere stato fedele o infedele. Sono fatti suoi.
Il problema comincia quando il privato incontra il lavoro.
Ed è qui che la questione diventa giornalistica.
Se rapporti personali, legami sentimentali, fonti o collaborazioni professionali finiscono per sovrapporsi, allora la domanda sui confini diventa legittima.
Non significa accusare.
Significa chiedere trasparenza.
Tra i nomi emersi nel dibattito compare quello di Laura Cianfoni, proveniente dall’ambiente CISL, mentre nel dicembre 2020 Report mandò in onda “Gli insindacabili”, un’inchiesta dedicata proprio alla CISL.
Questo dimostra che Cianfoni fosse una fonte?
No.
Dimostra un conflitto d’interessi?
No.
Dimostra una scorrettezza?
No.
Ma consente di fare una domanda?
Certamente.
E la domanda è semplicissima: quali devono essere i confini tra rapporti personali, fonti giornalistiche e lavoro redazionale?
È la stessa domanda che Report rivolgerebbe a un ministro, a un banchiere, a un sindacalista, a un imprenditore.
Non vedo perché debba diventare sacrilega quando viene rivolta a Report.
Poi c’è il vecchio dossier del 2021, contenente accuse molto gravi contro Ranucci.
Quelle accuse non trovarono riscontro nell’audit interno Rai.
Questo particolare non è marginale.
È decisivo.
Perché nel giornalismo serio le accuse non riscontrate restano accuse non riscontrate.
Non si riciclano anni dopo come fatti soltanto perché fanno comodo a una tesi.
Il problema più interessante, però, non riguarda più le donne.
Riguarda il personaggio.
Perché Ranucci, negli anni, ha smesso progressivamente di essere soltanto il conduttore di Report.
È diventato Report.
La sovrapposizione è quasi perfetta.
Una critica a Ranucci diventa automaticamente una critica alla trasmissione.
Una contestazione a una sua scelta diventa un attacco al giornalismo d’inchiesta.
Un richiamo diventa censura.
Una domanda diventa intimidazione.
Una polemica diventa il tentativo di chiudere Report.
È una trasformazione pericolosa.
Soprattutto per un giornalista.
Perché il momento in cui una persona diventa indistinguibile dalla causa che rappresenta è anche il momento in cui ogni critica personale può essere respinta come un’aggressione politica.
Poi c’è il tema della vanità.
Una vanità che, nel giornalismo, non è certo una rarità.
Il problema nasce quando la vanità incontra il mito.
Per anni Ranucci è stato raccontato, e si è raccontato, come il giornalista accerchiato.
Minacciato.
Querelato.
Spiato.
Scomodo.
Perseguitato.
E attenzione: molti elementi di questo racconto sono reali.
Ranucci ha ricevuto minacce, vive sotto protezione ed è stato vittima di un attentato gravissimo.
Non va cancellato nulla.
Ma proprio qui la storia assume una piega che sembra scritta da uno sceneggiatore cattivo.
Per anni abbiamo immaginato il nemico del giornalista dietro una porta chiusa del potere.
Un clan.
Un affare.
Un palazzo.
Un servizio deviato.
Una vendetta per un’inchiesta.
Poi gli investigatori indicano come presunto mandante dell’attentato Valter Lavitola.
Un uomo legato personalmente a Ranucci.
Ranucci resta la vittima.
E non esiste alcuna prova che sapesse dell’attentato o che vi fosse coinvolto.
Questo deve restare fermissimo.
Ma il paradosso è enorme.
Per anni abbiamo cercato il nemico di Ranucci nei palazzi del potere.
Questa volta gli investigatori lo hanno trovato nella sua rubrica telefonica.
Questo non ridimensiona la gravità dell’attentato.
La rende semmai più inquietante.
Ma rompe una narrazione.
Perché dimostra una cosa banale e terribile: non tutti i nemici vengono da lontano.
A volte siedono al tuo tavolo.
E allora il vero problema non è stabilire se Sigfrido Ranucci sia un eroe o un impostore.
Questa è una domanda infantile.
Il giornalismo non dovrebbe avere santi.
E neppure demoni.
Dovrebbe avere persone sottoposte alle stesse regole che applicano agli altri.
Se una relazione privata interferisce con il lavoro, si può chiedere spiegazione.
Se una fonte coincide con un legame personale, si può chiedere trasparenza.
Se una trasmissione viene identificata completamente con il suo conduttore, si può domandare se questa identificazione sia sana.
E soprattutto si può fare tutto questo senza negare che Ranucci sia stato vittima di minacce e di un attentato.
Le due cose non si escludono.
Si può essere vittime e restare criticabili.
Si può fare grande giornalismo e commettere errori.
Si può essere minacciati senza diventare infallibili.
Anzi.
È proprio questa la misura della libertà di stampa.
Non proteggere un giornalista dalle domande.
Proteggere il suo diritto a fare domande, riconoscendo agli altri lo stesso diritto nei suoi confronti.
Perché la peggior disgrazia che possa capitare a un giornalista non è essere criticato.
È convincersi che chi lo critica debba necessariamente avere un mandante.
A quel punto non stai più raccontando il potere.
Stai cominciando a raccontare te stesso come se fossi il centro della storia.
E nessun giornalista dovrebbe mai diventare così importante da smettere di essere una notizia verificabile e trasformarsi in una fede.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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