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La dittatura dell’algoritmo

La dittatura dell’algoritmo

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci avevano promesso strumenti. Ci ritroviamo padroni.

La tecnologia doveva servirci, alleggerirci, liberarci. Invece, passo dopo passo, si è insinuata nelle nostre vite fino a pretendere di decidere al posto nostro. Stabilisce che cosa è vero, che cosa è falso, che cosa può restare e che cosa deve sparire. Giudica, censura, cancella. E lo fa senza volto, senza coscienza e senza assumersi alcuna responsabilità.

Poi, quando qualcosa va storto, ci raccontano la solita favola: un errore tecnico, un malfunzionamento, un problema di sicurezza.

Parole vigliacche, usate per nascondere conseguenze molto concrete.

Perché dietro un “errore tecnico” può esserci il lavoro di una vita cancellato in pochi secondi. Dietro un “controllo automatico” può esserci una reputazione distrutta. Dietro una “misura di sicurezza” può esserci un abuso commesso da una macchina e tollerato da uomini troppo comodi, troppo distratti o troppo codardi per intervenire.

Il punto non è più se la tecnologia possa sbagliare. Sbaglia. Il punto è che le abbiamo concesso il diritto di farlo impunemente.

Abbiamo affidato decisioni delicate ad algoritmi opachi, costruiti da aziende private, regolati da criteri che nessuno conosce davvero e difesi da procedure nelle quali il cittadino è sempre colpevole fino a prova contraria. Non c’è un giudice, non c’è un interlocutore, non c’è un responsabile. C’è soltanto una schermata, una risposta automatica e, spesso, il silenzio.

Questa non è innovazione.

È arbitrio industrializzato.

Quando una macchina può colpire una persona senza spiegare, senza ascoltare e senza consentire un vero ricorso, il confine della democrazia è già stato superato. E non serve vedere soldati nelle strade per accorgersi che una libertà è stata compressa. A volte basta un account bloccato, un archivio cancellato, un’identità digitale sospesa.

La nuova censura non brucia i libri. Li rende inaccessibili.

Non arresta gli uomini. Li cancella dalle piattaforme.

Non pronuncia sentenze. Invia notifiche.

Ed è proprio questa apparente pulizia a renderla più pericolosa. Tutto avviene senza rumore, senza sangue e senza colpevoli. La macchina esegue, l’azienda si protegge, il cittadino subisce.

La velocità, celebrata come una divinità moderna, diventa così la più perfetta alleata dell’ingiustizia. In un istante si può eliminare ciò che ha richiesto anni per essere costruito. Un archivio, un’attività, una carriera, una memoria. Tutto può essere ridotto a nulla da una decisione automatica presa in nome di una presunta sicurezza.

Ma la sicurezza senza responsabilità è soltanto controllo.

E il progresso senza umanità è soltanto sopraffazione.

I contenuti digitali non sono file qualsiasi. Sono lavoro, pensiero, identità, memoria. Sono pezzi di vita. Trattarli come materiale sacrificabile significa trattare come sacrificabile anche la persona che li ha creati.

È arrivato il momento di imporre un limite. Di pretendere controllo umano, trasparenza, responsabilità e diritto alla difesa. Non come concessioni graziose delle aziende tecnologiche, ma come diritti.

Perché una società che permette agli algoritmi di decidere chi può parlare, lavorare, esistere e ricordare non è una società più moderna.

È soltanto una società più obbediente.

E forse è proprio questo che qualcuno voleva.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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