Quando l’informazione smette di informare
Il fallimento del racconto mediatico e il dramma della democrazia
Quando l’informazione smette di informare: dal caso Stretto alla crisi della democrazia
Il grido d'allarme dei Pendolari dello Stretto svela la deriva di un giornalismo asservito al potere e distante dalla realtà. Una riflessione sulla perdita di senso critico, sul ruolo dei lettori e sui rischi per la tenuta democratica del Paese.
L'Editoriale di Luigi Palamara
L’urlo del Comitato Pendolari dello Stretto merita di essere ascoltato non soltanto per ciò che denuncia, ma per ciò che rivela.
Perché dietro le code, dietro le rotte sottoutilizzate, dietro la solita contrapposizione tra Ponte e No Ponte, esiste un altro problema. Più sottile, forse più grave.
È il problema dell’informazione.
Quando una certa stampa, mediocre per non dire scarsa, rinuncia al proprio mestiere e si trasforma nel megafono del potere di turno, non soltanto smette di informare: danneggia la collettività.
Il giornalismo dovrebbe disturbare il potere, controllarlo, porgli domande. Dovrebbe cercare ciò che non torna, raccontare ciò che viene nascosto, dare voce a chi ogni giorno subisce sulla propria pelle le conseguenze delle decisioni pubbliche.
Quando invece si limita a ripetere una narrazione già confezionata, diventa propaganda.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso.
Chi vive quotidianamente lo Stretto, chi affronta file, attese, costi, disservizi e collegamenti insufficienti, si ritrova spesso davanti a un racconto mediatico che sembra appartenere a un altro mondo.
Da una parte c’è la realtà.
Dall’altra c’è la sua rappresentazione.
E quando le due cose non coincidono più, il cittadino comincia inevitabilmente a chiedersi: chi sta raccontando la verità?
Per questo è giusto farsi sentire.
Anzi, è necessario.
Ed è altrettanto legittimo scegliere di non premiare quella pseudo-informazione che vive di sudditanza, di titoli costruiti per compiacere qualcuno o semplicemente di pochi click strappati alla rabbia e alla confusione.
Il lettore ha un potere enorme e spesso dimenticato: può scegliere chi leggere, chi sostenere e a chi concedere credibilità.
Non occorre censurare nessuno.
Basta distinguere.
Distinguere tra chi informa e chi recita.
Tra chi verifica e chi ripete.
Tra chi fa domande e chi serve risposte già scritte.
Tra il giornalista e il cortigiano.
Perché il giornalismo non può ridursi alla figura del lecchino del potente di turno. Quando accade, a perdere non è soltanto una redazione.
Perde un territorio.
Perdono i cittadini.
Perde la fiducia nelle istituzioni.
E alla lunga perde la democrazia stessa.
La questione, dunque, è molto più delicata di quanto possa apparire.
Non stiamo parlando soltanto della reputazione di qualche giornale o della dignità professionale di qualche cronista.
Stiamo parlando del rapporto tra informazione, potere e opinione pubblica.
Una democrazia senza un’informazione libera, critica e credibile diventa più fragile.
Perché il cittadino che non dispone di informazioni corrette non può giudicare correttamente.
E il cittadino che non può giudicare non è più davvero libero di scegliere.
Ecco perché non considero esagerato affermare che una cattiva informazione possa contribuire, nel tempo, a destabilizzare perfino il sistema Paese.
Non servono colpi di Stato.
A volte basta qualcosa di molto più banale: milioni di persone che smettono di credere a ciò che leggono, alle istituzioni, alla politica, perfino alla possibilità che esista ancora una verità accertabile.
È in quel vuoto che prosperano il populismo, la rabbia e la sfiducia.
Il caso dello Stretto è, nel suo piccolo, esemplare.
Mentre il dibattito pubblico viene trascinato continuamente sul terreno ideologico del Ponte sì, Ponte no, i pendolari pongono domande concretissime:
perché le rotte disponibili non vengono sfruttate pienamente?
Perché non aumentare le alternative?
Perché non riattivare collegamenti già esistiti?
Perché il cittadino deve essere costretto a subire una situazione che appare immutabile?
Sono queste le domande che un giornalismo degno di questo nome dovrebbe fare.
Non perché debba schierarsi con il Comitato.
Ma perché deve verificare.
Deve chiedere dati.
Deve pretendere risposte.
Deve mettere amministrazioni, società e decisori davanti alle proprie responsabilità.
Il giornalismo non è il mestiere di chi applaude.
È il mestiere di chi domanda.
E quando smette di domandare per compiacere il potente, per convenienza, per prossimità politica o per inseguire qualche click, smette semplicemente di essere giornalismo.
Per questo l’urlo dei Pendolari dello Stretto va ascoltato.
E forse, prima ancora delle rotte, dovremmo riattivare qualcosa che in troppi hanno lasciato fermo in porto:
il senso critico.
Perché una nave inutilizzata può creare una coda.
Ma un’informazione inutilizzata, addomesticata o asservita può creare qualcosa di assai peggiore:
un Paese incapace di distinguere la realtà dalla narrazione.
E allora sì, il problema non riguarda più soltanto Messina, Reggio Calabria o Villa San Giovanni.
Riguarda tutti noi.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontano
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