Il Consiglio regionale apre le porte alla città: a Palazzo Campanella nasce la sezione mariana
La Calabria fa i conti con le proprie radici: tra fede, identità e politica, inaugurata la nuova sezione nel Polo culturale “Mattia Preti” per custodire la memoria e l’arte delle diocesi calabresi.
Quando il Palazzo apre le porte alla città
L'Editoriale di Luigi Palamara
Certe giornate i palazzi pubblici somigliano meno a se stessi.
Perdono per qualche ora quell’aria un po’ severa e un po’ stanca che hanno gli edifici delle istituzioni, dove normalmente entrano funzionari, consiglieri, carte, delibere, regolamenti, commessi e qualche cittadino smarrito. E diventano altro.
Il 14 settembre, a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, è accaduto qualcosa del genere.
Non una rivoluzione, intendiamoci. Le rivoluzioni lasciamole ai libri e ai retori. È accaduta una cosa più semplice e, proprio per questo, forse più seria: il Palazzo ha aperto le porte alla città.
Dentro c’erano il presidente del Consiglio regionale Salvatore Cirillo, l’arcivescovo metropolita di Reggio Calabria-Bova Fortunato Morrone, monsignor Pietro Sergi, Gaetano Surace con i Portatori della Vara, fra Ugo Brogno, gli uffici regionali, artisti, cittadini.
E c’era soprattutto lei, benché rappresentata nei quadri, nelle fotografie, nei racconti e nella memoria: la Madonna della Consolazione.
A Reggio Calabria non occorre spiegare troppo chi sia.
Bisogna semmai spiegare che cosa accade a questa città quando arriva settembre.
Perché vi sono tradizioni che sopravvivono come reperti, altre come manifestazioni folcloristiche, altre ancora come abitudini alle quali nessuno osa più chiedere il significato. E poi ve ne sono alcune che continuano a muovere uomini, famiglie, quartieri, credenti e persino non credenti.
La Madonna della Consolazione appartiene a queste ultime.
Il Palazzo lungo la strada della Vara.
Il luogo, questa volta, conta.
Palazzo Campanella sorge lungo uno dei percorsi legati alla processione. Le vecchie fotografie mostrate durante l’incontro ricordano che lì, dove oggi sta la sede del Consiglio regionale, un tempo sorgeva la caserma Borrace.
Cambiano gli edifici, cambiano le amministrazioni, cambiano i presidenti.
La Vara, invece, passa.
È una di quelle ironie della storia che dovrebbero insegnare qualcosa alla politica: le istituzioni si credono permanenti, ma spesso sono le tradizioni popolari a sopravvivere ai loro inquilini.
Cirillo lo ha capito e ha scelto di fare di quel Palazzo non soltanto il luogo nel quale si votano leggi e si discutono provvedimenti, ma anche un passaggio della vita civile e religiosa della città.
Ha raccontato l’emozione provata quando, durante la processione, i Portatori si sono fermati davanti al Consiglio regionale e lui, nella veste di presidente, ha offerto i fiori alla Madonna.
Sono gesti che possono sembrare soltanto simbolici.
Ma la politica, quando non è soltanto amministrazione, vive anche di simboli. Il problema è distinguere quelli autentici da quelli costruiti per la fotografia.
La sfida comincia esattamente lì.
Cirillo ripete da mesi che vuole un Palazzo «sempre più aperto». Lo ha detto anche questa volta: basta con l’istituzione chiusa dentro se stessa, separata dai cittadini come se Palazzo e strada appartenessero a due mondi diversi.
È un proposito encomiabile.
Ma, come tutti i propositi politici, dovrà essere giudicato non dalle dichiarazioni, bensì dalla continuità.
Aprire una porta un giorno è facile.
Lasciarla aperta è molto più difficile.
Una sezione mariana, ma non soltanto religiosa.
L’occasione concreta è stata l’istituzione di una sezione mariana nel Polo culturale “Mattia Preti”.
L’idea nasce anche dall’impulso dei Portatori della Vara e di Gaetano Surace. In principio avrebbe potuto riguardare soltanto la Madonna della Consolazione.
Cirillo ha deciso di allargarne l’orizzonte all’intera Calabria.
Ed è qui che l’iniziativa acquista un significato più interessante.
Perché la Calabria, piaccia o no ai modernizzatori di professione, è una terra profondamente segnata dalla religiosità mariana. Non c’è quasi paese nel quale Maria non abbia un nome, un titolo, un santuario, una processione, un racconto.
La Consolazione a Reggio.
Altrove altri volti, altri appellativi, altre feste.
Ma, come ha osservato con una battuta monsignor Morrone, «è sempre Maria, non una cugina o una parente».
Una frase semplice, quasi scherzosa. Eppure contiene il senso della proposta che lo stesso arcivescovo ha lanciato: rappresentare nel Consiglio regionale i diversi volti mariani delle dodici diocesi calabresi.
Non per compilare un catalogo di Madonne.
Ma per raccontare, attraverso quei volti, le identità dei territori.
È questo, in fondo, il punto sollevato da Surace.
Il presidente dei Portatori ha chiamato la nuova sezione uno «scrigno» nel quale custodire i valori identitari.
Parola pericolosa, “identità”.
La si usa spesso male.
Può diventare una serratura, quando serve a chiudersi.
Oppure può diventare una memoria, quando serve a sapere chi siamo prima di incontrare gli altri.
Surace ha scelto la seconda strada: in un mondo che tende all’uniformità, ha detto, conservare le proprie radici non significa essere antiquati. Può essere, al contrario, un gesto moderno.
E non ha torto.
La globalizzazione produce connessioni, ma qualche volta anche amnesie.
Morrone e il peso della Vara.
Fra tutti gli interventi, quello di Fortunato Morrone è stato probabilmente il più politico, proprio perché pronunciato da un uomo di Chiesa.
L’arcivescovo ha preso l’immagine più concreta della festa, i Portatori che reggono il peso della Vara, e l’ha trasformata in una metafora delle responsabilità pubbliche.
Ci sono uomini che portano quintali sulle spalle.
E ci sono istituzioni chiamate a portare il peso di persone che soffrono, chiedono giustizia, cercano «un po’ di respiro».
È un’immagine che merita di non essere dispersa nella liturgia delle dichiarazioni ufficiali.
Perché un Palazzo può organizzare mostre, inaugurare sezioni culturali, accogliere associazioni, esporre fotografie.
Tutto bene.
Ma alla fine resta una domanda: che cosa fa per il peso reale che grava sulle spalle dei cittadini?
Morrone non lo ha detto in tono accusatorio.
Lo ha detto sorridendo, parlando della «febbricciattola» che prende chi ha responsabilità.
E tuttavia il messaggio era chiaro.
Il Palazzo deve aprirsi perché fuori dal Palazzo ci sono persone vere.
Non “la città” come parola astratta.
I cittadini.
Con i loro problemi, le loro attese, le loro ingiustizie.
Quando politica e società smettono di considerarsi due corpi separati, allora, ha detto l’arcivescovo, si può «camminare insieme».
Le curve resteranno.
Le salite pure.
Ci saranno discese, blocchi e imprevisti.
Ma almeno si percorre la stessa strada.
Dio, Michelangelo e quei “mutandoni”.
Morrone ha poi affrontato un altro tema: il rapporto tra fede e arte.
La mostra inaugurata nei giorni precedenti, con dodici artisti reggini, ha richiamato pubblico. Cirillo ne ha rivendicato il successo e ha assicurato che l’esperimento verrà ampliato.
Dodici artisti, per cominciare.
E qui il presidente ha avuto l’intelligenza di riconoscere anche un limite: qualcuno è rimasto fuori.
L’iniziativa è nata in tempi rapidi e non tutti sono stati coinvolti. Cirillo ha chiesto scusa a chi non è stato contattato e ha invitato gli artisti a rivolgersi all’Ufficio di Presidenza per le prossime esposizioni.
È un’ammissione che vale più di molte autocelebrazioni.
Le istituzioni non devono essere infallibili.
Devono essere correggibili.
Morrone, visitando la mostra, ha invece riflettuto sul significato stesso dell’arte religiosa.
La fede, ha detto, crede in un Dio che si fa carne, che assume un volto umano. Ed è dunque naturale che l’uomo tenti di rendere visibile ciò che porta dentro.
Con la pittura.
Con la musica.
Con l’arte.
Perché l’arte, nella sua lettura, è il segno di qualcosa di divino che abita l’uomo.
Poi ha tirato in ballo Michelangelo e la Cappella Sistina.
E, senza troppi giri, ha ricordato quando qualcuno pensò bene di coprire le nudità con i celebri “mutandoni”.
La storia dell’arte sacra, del resto, è anche questo: l’uomo che tenta di raffigurare Dio e l’uomo che subito dopo si preoccupa di coprirne qualche centimetro.
Morrone ne trae una conclusione precisa: la bellezza dell’essere umano riflette la bellezza di Dio.
Ed è forse per questo che gli sguardi degli artisti possono essere diversi senza diventare incompatibili.
La diversità non impedisce l’unità.
La rende possibile.
L’unicità contro l’autoreferenzialità.
Nell’intervista successiva Morrone ha insistito sul punto.
Gli è stato chiesto se l’individualità possa trasformarsi in comunità.
Ha fatto una distinzione sottile ma importante.
L’autoreferenzialità chiude.
L’unicità arricchisce.
Essere unici non significa mettersi al centro del mondo. Significa portare qualcosa di irripetibile dentro un’unità più grande.
Se manca quest’ultima, ciascuno finisce per andare per conto proprio.
È una riflessione religiosa, certamente.
Ma potrebbe essere stampata e appesa anche in qualche sede di partito.
O in qualche redazione.
O in qualche associazione.
O, perché no, nello stesso Consiglio regionale.
Le radici servono soltanto se producono frutti.
Alla domanda su cosa lo avesse colpito della mostra, Morrone ha risposto: la diversità.
Ha confessato che c’era anche un quadro preferito, ma non ha voluto indicarlo per non diventare, appunto, «autoreferenziale».
Battuta riuscita.
Ma la parte più interessante arriva poco dopo.
Conoscere la storia della devozione è fondamentale, gli viene osservato.
Sì, risponde Morrone, ma le radici hanno senso soltanto se l’albero cresce e produce frutti.
E i frutti non sono identici alle radici.
Questa potrebbe essere la chiave dell’intera giornata.
Tradizione non significa imbalsamazione.
Se una tradizione non genera nulla di nuovo, diventa museo.
Se invece cresce, cambia, produce cultura, arte, solidarietà, appartenenza, perfino economia e turismo, allora rimane viva.
Duc in altum, ha concluso Morrone.
Andate al largo.
Che per una devozione antica è forse il modo migliore di non invecchiare.
I Cappuccini e cinque secoli di storia.
Fra Ugo Brogno ha riportato l’attenzione alla storia.
Quella lunga.
Ha ricordato il legame fra la devozione alla Madonna della Consolazione e l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, risalendo al 1518 e ai primi riformatori reggini che cercavano una vita più eremitica e più vicina allo spirito di Francesco d’Assisi.
Ha ricordato l’Eremo di Valletuccio, l’arcivescovo Centelles, la piccola chiesa della Madonna del Consuolo, fino alla bolla Religionis zelus di Clemente VII del 3 luglio 1528, con la quale venne approvato ufficialmente l’Ordine dei Cappuccini.
Cinque secoli.
In un Paese che spesso fatica a ricordare quello che è accaduto cinque anni fa, sono parecchi.
La devozione reggina alla Consolazione non nasce dunque dal calendario degli eventi comunali né da una recente operazione di promozione territoriale.
Viene da lontano.
E proprio perché viene da lontano merita di essere studiata, non soltanto venerata.
Il manoscritto ritrovato.
Da qui l’altra notizia della giornata.
Gaetano Surace ha annunciato il ritrovamento di un antico manoscritto di padre Enrico Nava dedicato alla storia della Madonna della Consolazione.
Era conservato dai Cappuccini.
Per lungo tempo non si riusciva più a rintracciarlo.
Ora è riemerso.
È prevista anche la pubblicazione di un lavoro di padre Giuseppe Sinopoli, che ha studiato quel materiale, mentre i Cappuccini hanno dato disponibilità alla realizzazione di copie anastatiche del manoscritto da custodire nella nuova sezione mariana.
Questo è forse il passaggio che più di tutti giustifica la creazione della sezione.
Perché una biblioteca ha senso quando non conserva soltanto celebrazioni, ma documenti.
La devozione ha bisogno della memoria.
La memoria ha bisogno delle fonti.
E le fonti, possibilmente, devono essere accessibili agli studiosi e ai cittadini, non sepolte negli armadi.
Pietro Sergi e il bisogno di una casa.
Monsignor Pietro Sergi ha scelto invece un’altra parola: frammentazione.
Viviamo, ha detto, in un tempo sfilacciato.
Una società nella quale ciascuno dispone di strumenti potentissimi per comunicare e, paradossalmente, sembra sempre più difficile sentirsi parte di qualcosa.
Eppure il concorso di popolo attorno alla Madonna della Consolazione continua a sorprendere.
Perché?
Sergi propone una risposta: esiste un bisogno di unità, di famiglia, di casa.
Non necessariamente un bisogno già tradotto in parole.
Talvolta è un grido che l’uomo stesso non sa spiegare.
Si segue un volto.
Si guarda un quadro.
Si accompagna una processione.
Si porta una Vara.
E forse non si saprebbe dire con precisione perché.
Ma lo si fa.
Davanti a quel volto, dice Sergi, cadono per un momento le barriere e ci si sente famiglia.
In tempi di appartenenze sempre più urlate e comunità sempre più fragili, non è un dettaglio.
Turismo religioso: purché non diventi marketing della fede.
Cirillo ha inserito nel ragionamento anche il turismo religioso.
Ed è giusto farlo.
La Calabria possiede un patrimonio di santuari, feste, cammini, tradizioni, arte e devozioni che può generare cultura ed economia.
Ma occorre una certa cautela.
Perché una festa religiosa può diventare anche attrazione turistica.
Non dovrebbe mai diventare soltanto attrazione turistica.
C’è una differenza tra valorizzare e vendere.
Tra raccontare un’identità e confezionarla.
La nuova sezione mariana sarà utile proprio se saprà evitare questa trappola: presentare la fede popolare non come una cartolina folkloristica, ma come un fenomeno storico, artistico, antropologico e spirituale.
In altre parole: non un souvenir.
Un archivio vivo.
Il peso delle promesse.
Alla fine arrivano i doni.
Lo stemma dei Portatori.
Gli omaggi.
Le fotografie.
Il video di gruppo.
Morrone, Cirillo, Surace, Sergi, fra Ugo Brogno.
Sono le immagini inevitabili di ogni cerimonia.
E va bene così.
Ma le fotografie, si sa, hanno un difetto: fermano un istante e non raccontano ciò che viene dopo.
Ciò che viene dopo sarà la vera misura di questa giornata.
Cirillo promette che la mostra continuerà, che altri artisti saranno coinvolti, che il Palazzo resterà aperto, che la sezione mariana crescerà attraverso donazioni, studi e ricerche.
Morrone propone che dentro quella sezione trovino spazio i diversi volti mariani della Calabria.
Surace parla di uno scrigno dell’identità regionale.
I Cappuccini mettono a disposizione documenti.
Il manoscritto di padre Nava aspetta di tornare a parlare.
Tutto bene.
Adesso bisogna farlo.
Perché in Calabria non mancano le inaugurazioni.
Qualche volta manca il giorno successivo.
Ecco perché questa vicenda merita attenzione.
Non tanto per i nastri tagliati, i quadri esposti o i discorsi pronunciati.
Ma per una domanda che rimane aperta.
Può un Consiglio regionale diventare davvero una casa nella quale la Calabria non soltanto amministra se stessa, ma riconosce se stessa?
Può il Palazzo incontrare la piazza senza impossessarsene?
Può la politica accogliere una tradizione religiosa senza trasformarla in passerella?
Può la Chiesa entrare nelle istituzioni senza chiedere privilegi, ma offrendo memoria, cultura e coscienza?
Se la risposta sarà sì, allora quella piccola sezione mariana del Polo “Mattia Preti” avrà fatto qualcosa di molto più importante che riempire uno scaffale.
Avrà costruito un ponte.
Fra il Palazzo e la strada.
Fra fede e arte.
Fra passato e futuro.
Fra l’unicità e l’unità di cui parla Morrone.
Fra le radici e quei frutti che ancora non conosciamo.
E forse è proprio questo il senso più profondo della Vara.
Un peso enorme che nessuno potrebbe portare da solo.
E che avanza soltanto perché molti, insieme, decidono di farsene carico.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Una mattinata a Palazzo Campanella Insieme al Presidente del Consiglio Regionale della Calabria Salvatore Cirillo, Sua Eccellenza Monsignor Fortunato Morrone, Arte, Fede, Cultura, Portatori di Vara e la Madonna della Consolazione. Reggio Calabria 14 settembre 2026 #madonnadellaconsolazione #fortunatomorrone #portatoridivara #arte #fede ♬ My Guiding Light - Jenny Wren Designs
@luigi.palamara Viva Maria. #vivamaria #reggiocalabria ♬ audio originale - Luigi Palamara
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