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Il lusso di muoversi

Il lusso di muoversi

La gabbia invisibile: quando muoversi diventa un privilegio per pochi

Il caro-trasporti non svuota solo i serbatoi, ma restringe la libertà delle persone e trasforma la mobilità in un lusso dipendente dal reddito, modificando silenziosamente la geografia sociale del Paese.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci siamo abituati quasi a tutto.

Al pane che costa di più. Alla spesa che si alleggerisce mentre lo scontrino si allunga. Alla benzina che sale. Al biglietto dell’autobus che aumenta. Al treno che diventa una piccola tassa sulla distanza. E perfino all’idea che muoversi, ormai, non sia più un diritto ma una possibilità economica.

È questo il punto.

Non stiamo parlando soltanto del prezzo del carburante.

Stiamo parlando della libertà.

Perché la libertà, prima ancora di essere una parola da Costituzione, è una cosa molto concreta: poter andare.

Andare al lavoro. Andare a trovare un genitore. Portare un figlio a scuola. Spostarsi per una visita medica. Raggiungere un amico. Uscire dalla propria città. Prendere la macchina senza fare prima un calcolo. Salire su un treno senza domandarsi se il viaggio vale davvero quei soldi.

Quando il costo dello spostamento diventa proibitivo, la libertà si restringe.

Non te la tolgono con un decreto.

Non arriva nessuno a chiuderti il cancello.

Semplicemente, smetti di uscire.

Rinunci.

Ed è forse questa la forma più subdola di perdita di libertà: quella che non viene imposta, ma che finiamo per amministrarci da soli.

«Questa volta non vado.»

«È troppo lontano.»

«Costa troppo.»

«Rimandiamo.»

«Non conviene.»

Cinque frasi apparentemente innocue.

Cinque piccole rinunce.

Poi diventano abitudine.

E l’abitudine diventa una gabbia.

La geografia dei poveri.

Una società si può misurare anche dalla distanza che i suoi cittadini possono permettersi di percorrere.

Per chi ha denaro, cento chilometri sono cento chilometri.

Per chi ne ha poco, cento chilometri possono diventare un muro.

È questa la nuova geografia sociale.

Non più soltanto centro e periferia.

Ricchi e poveri.

Nord e Sud.

Ma chi può muoversi e chi no.

Chi può scegliere un lavoro a trenta, quaranta, cinquanta chilometri da casa e chi deve rinunciarvi perché tra benzina, autostrada, parcheggio e manutenzione dell’auto lavorerebbe quasi per pagarsi il viaggio.

Chi può prendere un treno all’ultimo momento e chi deve programmare settimane prima una necessità che, per definizione, forse programmabile non è.

Chi può concedersi una giornata fuori e chi considera ormai anche una gita un lusso.

E non raccontiamoci che la soluzione siano automaticamente i mezzi pubblici.

In molte zone non bastano.

In altre funzionano male.

In altre ancora ci sono, ma costano.

E nelle grandi città persino muoversi per pochi chilometri può diventare una somma quotidiana di biglietti, abbonamenti, parcheggi, carburante.

Piccole cifre, dirà qualcuno.

Già.

Le piccole cifre sono sempre piccole per chi non deve contarle.

Il rincaro che viaggia insieme alle merci.

Poi c’è il secondo problema.

Il carburante non muove soltanto noi.

Muove tutto.

Il pane.

La frutta.

Il latte.

La carne.

I medicinali.

I materiali.

I pacchi.

I prodotti che arrivano nei negozi e nei supermercati.

Quando aumentano i costi del trasporto, il conto non rimane alla pompa di benzina.

Entra nei magazzini.

Sale sui camion.

Arriva sugli scaffali.

Finisce nel carrello.

E alla fine lo paga sempre lo stesso soggetto: il consumatore.

Che è poi una parola elegante per dire una cosa assai meno elegante: noi.

Così il problema della mobilità si trasforma in problema alimentare.

Il costo della vita cresce.

E comincia un’altra forma di rinuncia.

Non mangi meno, magari.

Mangi peggio.

Scegli il prodotto più economico.

Rinunci alla qualità.

Riduci il fresco.

Tagli ciò che viene considerato superfluo.

Poi scopri che, in una famiglia normale, il confine tra superfluo e necessario è diventato straordinariamente sottile.

Sono arretramenti piccoli.

Quasi invisibili nelle grandi statistiche.

Ma enormi nella vita quotidiana.

Perché le crisi vere non cominciano quando crolla tutto.

Cominciano quando, senza accorgercene, iniziamo a rinunciare a qualcosa che ieri consideravamo normale.

Il problema non è soltanto quanto costa. È quanto accettiamo.

E qui arriva la domanda più scomoda.

Perché accettiamo tutto questo come se fosse inevitabile?

Perché ogni aumento viene accolto con una smorfia, due proteste al bar, qualche post sui social e poi la vita continua?

Forse perché ci hanno convinto che non esistano alternative.

Forse perché ogni singolo aumento appare troppo piccolo per giustificare una reazione.

Cinque centesimi oggi.

Dieci domani.

Un euro in più sul biglietto.

Venti sulla spesa.

Trenta sull’abbonamento.

Cinquanta sulle bollette.

Presi uno alla volta sembrano fastidi.

Sommati diventano una trasformazione sociale.

Ma noi li subiamo uno alla volta.

Ed è questo il trucco.

Nessuno ci presenta il conto completo.

Ce lo fanno pagare a rate.

Quando un diritto diventa reddito-dipendente.

Il diritto alla mobilità non è una formula astratta.

È ciò che permette a una persona di studiare, lavorare, curarsi, avere relazioni, scegliere.

Se puoi muoverti soltanto quando te lo puoi permettere, allora quella libertà non è più davvero universale.

È diventata reddito-dipendente.

E una libertà che dipende dal reddito non è più una libertà uguale per tutti.

È un privilegio graduato.

Chi ha molto si muove molto.

Chi ha poco restringe il raggio.

Prima cento chilometri.

Poi cinquanta.

Poi venti.

Poi il quartiere.

È così che si impoverisce una società: non soltanto diminuendo il denaro disponibile, ma riducendo lo spazio nel quale una persona può vivere.

E adesso?

La domanda più facile sarebbe: di chi è la colpa?

Quella più utile è un’altra: cosa si fa?

Perché se la risposta pubblica al caro carburanti consiste soltanto nell’aspettare che il prezzo scenda, non è una politica.

È meteorologia.

Se il trasporto pubblico diventa troppo costoso o insufficiente, occorre domandarsi quale idea di mobilità vogliamo.

Se lavorare lontano da casa significa spendere una parte crescente dello stipendio per arrivare al lavoro, occorre domandarsi quale idea di lavoro stiamo difendendo.

Se il prezzo dell’energia e del trasporto finisce per peggiorare perfino ciò che mangiamo, occorre domandarsi quale idea di società stiamo costruendo.

Io non ho la risposta.

Diffido, anzi, di chi sostiene di averne una semplice.

Ma ho molte domande.

Quanto deve ancora aumentare il costo di muoversi prima che la mobilità venga trattata come una questione sociale e non soltanto economica?

Quanto deve restringersi la vita quotidiana delle famiglie?

Quante rinunce devono diventare normali?

Quanto dobbiamo impoverirci senza chiamarlo impoverimento?

E soprattutto: cosa deve accadere perché una società smetta di adattarsi e cominci a reagire?

Non lo so.

Ma so una cosa.

Una libertà raramente scompare tutta insieme.

Prima diventa cara.

Poi scomoda.

Poi occasionale.

Infine, un giorno, ci accorgiamo che non possiamo più permettercela.

E magari continuiamo perfino a chiamarla libertà.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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