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Il voto di Reggio Calabria non è una sfera di cristallo

Il voto di Reggio Calabria non è una sfera di cristallo

Le suppletive di Reggio Calabria tra cronaca nazionale e tentazioni profetiche

La tentazione di trasformare le elezioni reggine in un test per l’intera politica italiana rischia di travisare la realtà. Tra dinamiche locali, il ritorno di Peppe Scopelliti e i nuovi movimenti che attraversano la destra italiana, serve un’analisi lucida di ciò che conta davvero, al di là delle profezie.

L’Editoriale di Luigi Palamara

Le elezioni suppletive di Reggio Calabria hanno improvvisamente conquistato l’onore delle cronache nazionali. Editorialisti, osservatori e strateghi vi scrutano dentro come gli antichi scrutavano il volo degli uccelli: cercando il presagio delle elezioni politiche che verranno.

Nessuno ci crede davvero. Ma quasi tutti lo dicono.

Perché in Italia una semplice elezione non basta mai. Deve diventare un segnale, un laboratorio, una prova generale, possibilmente uno spartiacque. E così Reggio Calabria, da città chiamata a scegliere il proprio rappresentante, rischia di trasformarsi nell’improbabile sfera di cristallo della politica nazionale.

Noi preferiamo essere meno solenni.

Reggio Calabria è, prima di tutto, Reggio Calabria. Ogni elezione ha la propria storia, i propri uomini, le proprie ferite, le proprie ambizioni. Pensare di prendere quel risultato, qualunque esso sia, e spalmarlo sull’intero Paese significa, più che interpretare la politica, compiacersi nel raccontarla.

Per Futuro Nazionale, invece, questa consultazione è certamente un test. Il primo in assoluto,  con un suo candidato. Un test importante. Ma un test resta tale: non una profezia.

Questo non significa, però, ignorare ciò che sta accadendo nel quadro nazionale. Anzi. Proprio perché Reggio Calabria non può essere trasformata in un oracolo, vale la pena guardare separatamente ai fenomeni politici che stanno attraversando il Paese.

Tra questi c’è certamente il consenso raccolto da Roberto Vannacci.

Come spiegarselo?

In parte, ammettiamolo, una spiegazione definitiva non c’è. La politica non è una scienza esatta e non sempre esiste una formula capace di chiarire ogni fenomeno elettorale. Una parte del consenso di Vannacci sembra però nascere all’interno dello stesso bacino della destra: elettori provenienti dalla Lega, da Forza Italia e, in qualche misura, anche da Fratelli d’Italia.

Da questo punto di vista, la sua crescita non rappresenta necessariamente la nascita improvvisa di un nuovo elettorato, quanto piuttosto una redistribuzione di consensi già presenti nel centrodestra, ai quali potrebbe aggiungersi una quota di persone che in precedenza non partecipavano al voto.

È un meccanismo che la destra italiana ha già conosciuto.

Per una stagione il protagonista fu Matteo Salvini. Poi arrivò Giorgia Meloni, con parole d’ordine più nette e una proposta politica capace di intercettare una parte consistente di quell’elettorato. Oggi una parte di quello stesso mondo sembra cercare ancora qualcosa di più radicale, più identitario, più esplicito.

È qui che il fenomeno merita attenzione.

Non tanto per stabilire chi sia “più a destra” di chi, quanto per comprendere una dinamica ricorrente: una parte dell’elettorato sembra premiare chi propone messaggi sempre più marcati su immigrazione, identità nazionale, sovranità e appartenenza.

Anche il linguaggio conta.

Espressioni, simboli e richiami che un tempo molti esponenti della destra avrebbero trattato con cautela vengono oggi rivendicati da alcuni settori politici con maggiore disinvoltura. Il rapporto con la memoria storica, con il fascismo e con certi riferimenti simbolici non viene più sempre vissuto sulla difensiva. In alcuni casi diventa parte di una precisa costruzione identitaria.

Ed è proprio su questo terreno che torna utile una riflessione maturata in queste settimane a Reggio Calabria.

Dentro la campagna elettorale reggina, infatti, si stanno muovendo dinamiche che meritano attenzione. E tra queste c’è il ritorno sulla scena di Peppe Scopelliti, già sindaco di Reggio Calabria e presidente della Regione Calabria.

Scopelliti conosce la destra calabrese e conosce Reggio. Ne conosce entusiasmi, rancori, fedeltà e improvvise amnesie. Per questo colpiscono le parole affidate al collega Piero Gaeta della Gazzetta del Sud:

«La nostra destra, oggi, non ammette rigurgiti, ma respiri profondi e sguardi lunghi per incontrare il domani».

È una frase politica, naturalmente. Ma è anche qualcosa di più: quasi un avvertimento.

Perché la destra, soprattutto quando torna a interrogarsi sulla propria identità, corre sempre un rischio antico: confondere la memoria con la nostalgia. La prima serve a capire da dove si viene. La seconda, molto spesso, impedisce di capire dove si sta andando.

In questo senso, la riflessione reggina incontra quella nazionale.

La crescita di figure come Vannacci pone una domanda alla destra italiana: fino a che punto l’identità politica può essere costruita spingendo continuamente più avanti il confine della radicalità? E quanto di quel consenso deriva da una reale espansione elettorale, e quanto invece da una competizione interna allo stesso campo?

Sono domande legittime. Ma sarebbe sbagliato cercarne la risposta nelle sole urne di Reggio Calabria.

Così come sarebbe ingenuo, dall’altra parte, immaginare che l’eventuale crescita di una destra più radicale possa automaticamente trasformarsi in un vantaggio per la sinistra.

Se il centrosinistra pensa di poter vincere semplicemente aspettando che il campo avversario si divida, si estremizzi o produca nuove contraddizioni, rischia di commettere un errore. Le elezioni raramente si vincono per le debolezze degli altri. Si vincono, prima di tutto, costruendo una proposta riconoscibile, credibile e capace di parlare al Paese.

Ed è forse qui che le suppletive reggine diventano davvero interessanti.

Non perché anticipino il risultato delle prossime elezioni politiche. Sarebbe una sciocchezza attribuire a qualche urna dello Stretto il potere di raccontare in anticipo milioni di elettori italiani.

Ma perché possono dire qualcosa su un mondo politico che cerca nuovi equilibri, nuovi linguaggi e forse nuovi protagonisti.

Possono dirci qualcosa sulla destra, sulla sua memoria e sulle sue trasformazioni. Possono dirci qualcosa sulla capacità del centrosinistra di costruire un’alternativa. Possono dirci, soprattutto, quanto la politica locale continui ad avere logiche proprie che nessuna lettura nazionale dovrebbe cancellare.

I laboratori, del resto, servono a fare esperimenti. Non a leggere il futuro.

E Reggio Calabria, questa volta, farebbe bene a restare ciò che è: una città che vota, non un oracolo che profetizza.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno

Foto di Attilio Morabito, il Principe dei Fotografi

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