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In ginocchio sull’asfalto: il coraggio silenzioso di chi resta quando non c’è più nulla da fare

In ginocchio sull’asfalto: il coraggio silenzioso di chi resta quando non c’è più nulla da fare.

A voi che eravate inginocchiati sull’asfalto 

Il dramma dei soccorritori immobili davanti al vuoto e la dura verità di un mestiere che non può salvare tutti, ma sa esserci fino all’ultimo istante.

di Luigi Palamara

A voi che quel giorno eravate lì.

In ginocchio sull’asfalto.

Con una divisa addosso, il rumore dell’autostrada intorno e un uomo davanti al vuoto.

Non so cosa abbiate pensato in quei minuti.

Forse niente.

Forse il tempo, quando si stringe così, smette perfino di essere tempo.

Diventa un respiro.

Uno sguardo.

Un movimento delle mani.

Una voce che prova a raggiungere qualcuno che sembra già lontanissimo.

“Fede, non farlo.”

Tre parole.

Solo tre.

Eppure ci sono momenti in cui un’intera vita può restare appesa a tre parole.

Forse avete sperato che bastasse sentirsi chiamare per nome.

Perché il nome è la prima cosa che riceviamo quando veniamo al mondo.

E qualche volta è anche l’ultima corda che qualcuno prova a lanciarci quando stiamo per lasciarlo.

Voi eravate lì.

Pronti a fare quello che fate sempre.

Correre.

Entrare.

Afferrare.

Sollevare.

Portare via.

Salvare.

Questa volta, invece, dovevate restare fermi.

Ed è difficile immaginare una condanna peggiore per chi ha scelto di vivere andando verso gli altri.

Avere forza nelle braccia e non poterla usare.

Avere corde, strumenti, esperienza, coraggio.

E capire che nessuna di quelle cose può raggiungere il punto preciso nel quale, dentro un uomo, si decide se fare un passo avanti o un passo indietro.

Ci sono incendi che si spengono con l’acqua.

Porte che cedono sotto un colpo.

Lamiere che si possono tagliare.

Macerie che si possono scavare.

Ma ci sono abissi per i quali non esistono attrezzi.

Prima di quell’uomo sul viadotto c’era stata Lorena.

Lorena Isceri.

Quarantacinque anni.

Una donna che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era riuscita a trovare un telefono dal luogo in cui era stata rinchiusa.

Aveva chiamato.

Aveva chiesto aiuto.

Forse aveva pronunciato poche parole.

Forse le parole che si pronunciano quando non c’è più tempo per spiegare.

Da qualche parte qualcuno aveva risposto.

Qualcuno aveva capito.

Qualcuno aveva iniziato a cercarla.

Le pattuglie si erano mosse.

Le sirene avevano cominciato a correre.

Eppure esistono giorni in cui anche correre non basta.

Questa è una verità che facciamo fatica ad accettare.

Abbiamo bisogno di credere che, se chiediamo aiuto abbastanza forte, qualcuno arriverà.

Che se esiste una sirena accesa da qualche parte, allora esiste ancora una possibilità.

Che il bene, se corre abbastanza veloce, possa sempre raggiungere il male prima che sia troppo tardi.

Ma la vita non mantiene sempre questa promessa.

A volte qualcuno arriva.

E il troppo tardi è arrivato un minuto prima.

Forse è questo che pesa.

Quel minuto.

Non tutto quello che avete fatto.

Ma quello che nessun essere umano avrebbe potuto fare.

Arrivare prima del tempo.

Poi, sul viadotto, restava ancora una vita.

E voi siete rimasti.

In ginocchio sull’asfalto.

Aspettando.

Forse qualcuno di voi guardava le mani.

Forse qualcuno guardava quell’uomo.

Forse nessuno osava nemmeno immaginare il momento successivo.

Gli agenti parlavano.

Una poliziotta cercava di avvicinarsi.

Una voce continuava a chiedere:

“Fede, non farlo.”

Non so quante volte quelle parole siano state pronunciate.

Ma immagino che, per qualcuno di voi, non siano finite quel giorno.

Ci sono parole che continuano a essere dette anche quando nessuno le pronuncia più.

Le senti tornando in caserma.

Le senti nel silenzio dopo il turno.

Le senti magari mentre sei seduto a tavola e qualcuno ti domanda se vuoi ancora un po’ di pane.

Perché è questa la parte che vediamo meno del vostro mestiere.

Il ritorno.

Vediamo la sirena partire.

Quasi mai la vediamo spegnersi.

Vediamo uomini entrare dentro una casa in fiamme.

Non vediamo l’uomo che, qualche ora dopo, apre la porta di casa propria.

Vediamo la divisa.

Non vediamo quando viene appoggiata su una sedia.

E insieme alla divisa, purtroppo, non si può sempre togliere quello che si è visto.

Ci sono immagini che non rispettano la fine del turno.

Non timbrano il cartellino.

Non rimangono in caserma.

Entrano in macchina con voi.

Vi seguono per le scale.

Si siedono a tavola.

Aspettano che la casa diventi silenziosa.

E poi tornano.

Un volto.

Un rumore.

Una frase.

Un istante.

“Fede, non farlo.”

Forse qualcuno di voi, quella sera o nei giorni dopo, avrà pensato:

Potevo fare qualcosa?

Potevamo avvicinarci?

Potevamo provare ancora?

Sono domande umane.

Ma sono domande crudeli.

Perché arrivano quando tutto è già accaduto e pretendono da noi un potere che nessun essere umano possiede.

Quello di riscrivere un minuto.

Di spostare un gesto.

Di riportare una persona dalla parte giusta del guardrail.

Ci sono tragedie che non avvengono perché qualcuno non ha fatto abbastanza.

Avvengono perché, a un certo punto, tutto ciò che poteva essere fatto è stato fatto.

E rimane soltanto la libertà terribile dell’altro.

È forse questo il confine più doloroso del vostro mestiere.

Voi potete entrare nel fuoco.

Ma non potete entrare nella volontà di un uomo.

Potete tendergli una mano.

Ma non potete obbligarlo ad afferrarla.

Potete chiamarlo.

Perfino chiamarlo per nome.

Ma l’ultimo passo appartiene a lui.

Quella fotografia di voi inginocchiati sull’asfalto, allora, non racconta una resa.

Racconta la speranza quando non ha più strumenti.

Racconta uomini abituati ad agire che accettano di restare immobili perché, in quell’istante, perfino l’amore per la vita deve avere pazienza.

Aspettate un passo indietro.

Un centimetro.

Un’esitazione.

Un ripensamento.

Qualunque cosa.

Finché c’è quella possibilità, nessuno se ne va.

Poi quella possibilità scompare.

E voi restate.

È questa, forse, la parola più importante.

Restare.

Perché alla fine di ogni tragedia ci sono quelli che se ne vanno e quelli che restano.

Resta una famiglia davanti a una sedia vuota.

Restano gli amici con l’ultima telefonata.

Restano i poliziotti che hanno parlato.

Restano i soccorritori che hanno corso.

Restano i Vigili del Fuoco che hanno aspettato.

Restate voi.

E il giorno dopo bisogna ricominciare.

Un’altra chiamata.

Un altro allarme.

Un’altra sirena.

Qualcuno avrà ancora bisogno di voi.

E voi andrete.

È forse questa la forma più silenziosa del coraggio.

Non entrare una volta nel fuoco.

Ma tornarci dopo avere scoperto che non sempre si vince.

Tornarci sapendo che non tutte le porte si aprono.

Che non tutte le mani riescono a essere afferrate.

Che qualche volta arriverete troppo tardi.

E andarci lo stesso.

Vi chiamano eroi.

È una parola che pronunciamo spesso perché ci rassicura.

Gli eroi, nelle storie, non hanno paura.

Non hanno incubi.

Non si chiedono se avrebbero potuto fare di più.

Non devono tornare a casa e sedersi a tavola come se fosse stata una giornata normale.

Voi sì.

Voi siete uomini e donne.

Ed è molto di più.

Perché il vero coraggio non appartiene a chi non sente il dolore.

Appartiene a chi lo sente e il giorno dopo indossa di nuovo la divisa.

Quella mattina, però, prima di voi e prima di quell’uomo sul bordo, c’era Lorena.

Ed è a lei che questa storia deve tornare.

Lorena Isceri.

Non soltanto un nome scritto nella cronaca.

Non soltanto quarantacinque anni.

Non soltanto una vittima.

Prima di diventare una notizia, Lorena era una vita.

Aveva giorni normali.

Oggetti lasciati in casa.

Persone che conoscevano il suono della sua voce.

Avrà avuto una canzone che le piaceva.

Una tazza preferita.

Un posto nel quale sentirsi al sicuro.

Qualcuno che aspettava una sua telefonata.

Piccole cose.

Sono sempre le piccole cose a dirci quanto grande fosse una vita quando quella vita non c’è più.

E da qualche parte, quel giorno, una donna chiusa in un bagagliaio aveva trovato un telefono.

Aveva ancora creduto nella possibilità di essere raggiunta.

Aveva chiamato.

Questo non dobbiamo dimenticarlo.

Come non dobbiamo dimenticare voi.

Non perché foste eroi.

Ma proprio perché non lo eravate.

Eravate persone davanti all’irreparabile.

Persone che, per mestiere, sono abituate a entrare dove gli altri scappano.

E che quella volta hanno dovuto compiere un gesto forse ancora più difficile:

restare ferme.

In ginocchio.

Su una striscia bianca d’asfalto.

Ad aspettare che un uomo decidesse di tornare verso la vita.

Quel passo non arrivò.

E forse questa è la parte più dura da portarsi a casa.

Ma quando tutto finisce, quando le sirene tacciono e la strada torna a essere soltanto una strada, resta una verità semplice.

Non sempre possiamo salvare chi abbiamo davanti.

Non sempre possiamo arrivare in tempo.

Non sempre una mano tesa viene afferrata.

Ma possiamo esserci.

Possiamo restare.

Possiamo chiamare qualcuno per nome fino all’ultimo istante.

E forse, in certi giorni terribili, essere lì è l’unica forma di amore che ci è concessa.

A voi che eravate inginocchiati sull’asfalto non servono monumenti.

Forse non servono nemmeno parole.

Basterebbe che qualcuno, guardando quella fotografia, capisse una cosa.

Che sotto quelle divise non c’erano uomini invincibili.

C’erano uomini.

Ed erano ancora lì.

Quando non c’era più niente da fare.

Erano ancora lì.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

In ginocchio sull’asfalto: il coraggio silenzioso di chi resta quando non c’è più nulla da fare. A voi che eravate inginocchiati sull’asfalto. ​Il dramma dei soccorritori immobili davanti al vuoto e la dura verità di un mestiere che non può salvare tutti, ma sa esserci fino all’ultimo istante. di Luigi Palamara A voi che quel giorno eravate lì. In ginocchio sull’asfalto. Con una divisa addosso, il rumore dell’autostrada intorno e un uomo davanti al vuoto. Non so cosa abbiate pensato in quei minuti. Forse niente. Forse il tempo, quando si stringe così, smette perfino di essere tempo. Diventa un respiro. Uno sguardo. Un movimento delle mani. Una voce che prova a raggiungere qualcuno che sembra già lontanissimo. “Fede, non farlo.” Tre parole. Solo tre. Eppure ci sono momenti in cui un’intera vita può restare appesa a tre parole. Forse avete sperato che bastasse sentirsi chiamare per nome. Perché il nome è la prima cosa che riceviamo quando veniamo al mondo. E qualche volta è anche l’ultima corda che qualcuno prova a lanciarci quando stiamo per lasciarlo. Voi eravate lì. Pronti a fare quello che fate sempre. Correre. Entrare. Afferrare. Sollevare. Portare via. Salvare. Questa volta, invece, dovevate restare fermi. Ed è difficile immaginare una condanna peggiore per chi ha scelto di vivere andando verso gli altri. Avere forza nelle braccia e non poterla usare. Avere corde, strumenti, esperienza, coraggio. E capire che nessuna di quelle cose può raggiungere il punto preciso nel quale, dentro un uomo, si decide se fare un passo avanti o un passo indietro. Ci sono incendi che si spengono con l’acqua. Porte che cedono sotto un colpo. Lamiere che si possono tagliare. Macerie che si possono scavare. Ma ci sono abissi per i quali non esistono attrezzi. Prima di quell’uomo sul viadotto c’era stata Lorena. Lorena Isceri. Quarantacinque anni. Una donna che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era riuscita a trovare un telefono dal luogo in cui era stata rinchiusa. Aveva chiamato. Aveva chiesto aiuto. Forse aveva pronunciato poche parole. Forse le parole che si pronunciano quando non c’è più tempo per spiegare. Da qualche parte qualcuno aveva risposto. Qualcuno aveva capito. Qualcuno aveva iniziato a cercarla. Le pattuglie si erano mosse. Le sirene avevano cominciato a correre. Eppure esistono giorni in cui anche correre non basta. Questa è una verità che facciamo fatica ad accettare. Abbiamo bisogno di credere che, se chiediamo aiuto abbastanza forte, qualcuno arriverà. Che se esiste una sirena accesa da qualche parte, allora esiste ancora una possibilità. Che il bene, se corre abbastanza veloce, possa sempre raggiungere il male prima che sia troppo tardi. Ma la vita non mantiene sempre questa promessa. A volte qualcuno arriva. E il troppo tardi è arrivato un minuto prima. Forse è questo che pesa. Quel minuto. Non tutto quello che avete fatto. Ma quello che nessun essere umano avrebbe potuto fare. Arrivare prima del tempo. Poi, sul viadotto, restava ancora una vita. E voi siete rimasti. In ginocchio sull’asfalto. Aspettando. Forse qualcuno di voi guardava le mani. Forse qualcuno guardava quell’uomo. Forse nessuno osava nemmeno immaginare il momento successivo. Gli agenti parlavano. Una poliziotta cercava di avvicinarsi. Una voce continuava a chiedere: “Fede, non farlo.” Non so quante volte quelle parole siano state pronunciate. Ma immagino che, per qualcuno di voi, non siano finite quel giorno. Ci sono parole che continuano a essere dette anche quando nessuno le pronuncia più. Le senti tornando in caserma. Le senti nel silenzio dopo il turno. Le senti magari mentre sei seduto a tavola e qualcuno ti domanda se vuoi ancora un po’ di pane. Perché è questa la parte che vediamo meno del vostro mestiere. Il ritorno. Vediamo la sirena partire. Quasi mai la vediamo spegnersi. Vediamo uomini entrare dentro una casa in fiamme. Non vediamo l’uomo che, qualche ora dopo, apre la porta di casa propria. Vediamo la divisa. Non vediamo quando viene appoggiata su una sedia. Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

In ginocchio sull’asfalto: il coraggio silenzioso di chi resta quando non c’è più nulla da fare. A voi che eravate inginocchiati sull’asfalto. ​Il dramma dei soccorritori immobili davanti al vuoto e la dura verità di un mestiere che non può salvare tutti, ma sa esserci fino all’ultimo istante. di Luigi Palamara A voi che quel giorno eravate lì. In ginocchio sull’asfalto. Con una divisa addosso, il rumore dell’autostrada intorno e un uomo davanti al vuoto. Non so cosa abbiate pensato in quei minuti. Forse niente. Forse il tempo, quando si stringe così, smette perfino di essere tempo. Diventa un respiro. Uno sguardo. Un movimento delle mani. Una voce che prova a raggiungere qualcuno che sembra già lontanissimo. “Fede, non farlo.” Tre parole. Solo tre. Eppure ci sono momenti in cui un’intera vita può restare appesa a tre parole. Forse avete sperato che bastasse sentirsi chiamare per nome. Perché il nome è la prima cosa che riceviamo quando veniamo al mondo. E qualche volta è anche l’ultima corda che qualcuno prova a lanciarci quando stiamo per lasciarlo. Voi eravate lì. Pronti a fare quello che fate sempre. Correre. Entrare. Afferrare. Sollevare. Portare via. Salvare. Questa volta, invece, dovevate restare fermi. Ed è difficile immaginare una condanna peggiore per chi ha scelto di vivere andando verso gli altri. Avere forza nelle braccia e non poterla usare. Avere corde, strumenti, esperienza, coraggio. E capire che nessuna di quelle cose può raggiungere il punto preciso nel quale, dentro un uomo, si decide se fare un passo avanti o un passo indietro. Ci sono incendi che si spengono con l’acqua. Porte che cedono sotto un colpo. Lamiere che si possono tagliare. Macerie che si possono scavare. Ma ci sono abissi per i quali non esistono attrezzi. Prima di quell’uomo sul viadotto c’era stata Lorena. Lorena Isceri. Quarantacinque anni. Una donna che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era riuscita a trovare un telefono dal luogo in cui era stata rinchiusa. Aveva chiamato. Aveva chiesto aiuto. Forse aveva pronunciato poche parole. Forse le parole che si pronunciano quando non c’è più tempo per spiegare. Da qualche parte qualcuno aveva risposto. Qualcuno aveva capito. Qualcuno aveva iniziato a cercarla. Le pattuglie si erano mosse. Le sirene avevano cominciato a correre. Eppure esistono giorni in cui anche correre non basta. Questa è una verità che facciamo fatica ad accettare. Abbiamo bisogno di credere che, se chiediamo aiuto abbastanza forte, qualcuno arriverà. Che se esiste una sirena accesa da qualche parte, allora esiste ancora una possibilità. Che il bene, se corre abbastanza veloce, possa sempre raggiungere il male prima che sia troppo tardi. Ma la vita non mantiene sempre questa promessa. A volte qualcuno arriva. E il troppo tardi è arrivato un minuto prima. Forse è questo che pesa. Quel minuto. Non tutto quello che avete fatto. Ma quello che nessun essere umano avrebbe potuto fare. Arrivare prima del tempo. Poi, sul viadotto, restava ancora una vita. E voi siete rimasti. In ginocchio sull’asfalto. Aspettando. Forse qualcuno di voi guardava le mani. Forse qualcuno guardava quell’uomo. Forse nessuno osava nemmeno immaginare il momento successivo. Gli agenti parlavano. Una poliziotta cercava di avvicinarsi. Una voce continuava a chiedere: “Fede, non farlo.” Non so quante volte quelle parole siano state pronunciate. Ma immagino che, per qualcuno di voi, non siano finite quel giorno. Ci sono parole che continuano a essere dette anche quando nessuno le pronuncia più. Le senti tornando in caserma. Le senti nel silenzio dopo il turno. Le senti magari mentre sei seduto a tavola e qualcuno ti domanda se vuoi ancora un po’ di pane. Perché è questa la parte che vediamo meno del vostro mestiere. Il ritorno. Vediamo la sirena partire. Quasi mai la vediamo spegnersi. Vediamo uomini entrare dentro una casa in fiamme. Non vediamo l’uomo che, qualche ora dopo, apre la porta di casa propria. Vediamo la divisa. Non vediamo quando viene appoggiata su una sedia. Racconto completo su CartaStraccia.News

♬ Just Only You - Margot Teller

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