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Aule a 40 gradi e scuole senza aria condizionata: e se l'unica soluzione fosse rinviare la campanella?

Aule a 40 gradi e scuole senza aria condizionata: e se l'unica soluzione fosse rinviare la campanella?

Il clima è cambiato. E la scuola non può far finta di niente

Emergenza caldo e rientro in classe

Il termometro continua a salire ma il calendario scolastico resta immobile. Tra aule-forno nel Mezzogiorno e istituzioni chiamate a decidere, posticipare l'avvio delle lezioni non è più soltanto un'ipotesi drastica: è una questione di salute pubblica.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Il cambiamento climatico è in atto. Si può discutere sulle cause, sulle responsabilità, sulle percentuali, sui modelli previsionali e perfino sulle parole da usare. Ma c’è una cosa sulla quale discutere diventa ogni giorno più difficile: il clima che conoscevamo non è più quello di prima.

Negarlo non serve.

Ignorarlo è peggio.

L’estate del 2026, almeno fino a questo momento, non sembra intenzionata a concedere attenuanti. Il caldo opprimente continua a mettere a dura prova la vita quotidiana delle città, soprattutto al Sud. Reggio Calabria e l’intera Città Metropolitana ne sono un esempio evidente.

Sul mare come in montagna, temperature che un tempo avremmo definito eccezionali stanno diventando quasi ordinarie. E proprio mentre il termometro continua a raccontarci questa nuova realtà, ci prepariamo ad aprire un nuovo anno scolastico come se nulla fosse cambiato.

Qui comincia il problema.

Molte scuole hanno aule prive di climatizzazione. Stanze che, durante le ore più calde della giornata, rischiano di trasformarsi in autentici forni. E dentro quei forni dovrebbero sedersi bambini e ragazzi, dovrebbero insegnare i docenti, dovrebbero lavorare collaboratori scolastici e personale amministrativo.

Dovrebbero studiare, concentrarsi, apprendere.

Con quaranta gradi?

La domanda non è retorica.

È una domanda di salute pubblica.

Naturalmente la risposta più logica sarebbe climatizzare gli edifici scolastici. Ma sappiamo bene che non basta pronunciare la parola “condizionatore” per farne apparire migliaia nelle aule. Servono risorse, impianti adeguati, interventi strutturali, verifiche sulla capacità delle reti elettriche e soprattutto tempo.

E il tempo, oggi, non c’è.

È difficile immaginare che in poche settimane possano essere climatizzate tutte le scuole di Reggio Calabria e della sua Città Metropolitana. Ed è altrettanto difficile pensare che il problema riguardi soltanto Reggio.

Il problema è calabrese.

E, più in generale, riguarda ormai buona parte del Mezzogiorno.

Regione, Comuni, Città Metropolitana, dirigenti scolastici e istituzioni competenti devono affrontarlo ciascuno per la propria parte, evitando quel consueto balletto delle responsabilità che troppo spesso accompagna le emergenze italiane fino al momento in cui qualcuno si accorge che era necessario intervenire prima.

Perché una soluzione immediata, per quanto drastica, esiste:

rinviare l’apertura delle scuole nelle aree interessate dal caldo più intenso, valutando uno slittamento significativo del calendario scolastico.

Anche di alcune settimane, se necessario.

Non sarebbe una resa.

Sarebbe una scelta di responsabilità.

E a questo punto la richiesta deve avere nomi e destinatari precisi.

Roberto Occhiuto, Presidente della Regione Calabria, e Francesco Cannizzaro, Sindaco di Reggio Calabria: prendete una decisione.

Non aspettate che siano i fatti a decidere per voi.

Non aspettate il primo malore serio dentro un’aula.

Non aspettate che genitori, docenti e personale scolastico siano costretti a domandarsi perché nessuno abbia valutato per tempo ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Mettete al primo posto la tutela della salute.

Se le condizioni climatiche e strutturali degli edifici scolastici non consentono un rientro sicuro, si abbia il coraggio di posticipare la campanella.

Governare significa anche assumersi la responsabilità di una scelta impopolare quando quella scelta serve a proteggere le persone.

E qui non stiamo parlando di qualche giorno di vacanza in più.

Stiamo parlando di bambini, adolescenti, insegnanti, collaboratori scolastici e personale amministrativo costretti a trascorrere cinque o sei ore al giorno in ambienti che, in assenza di climatizzazione adeguata, possono raggiungere temperature difficilmente compatibili con lo studio e con il lavoro.

La scuola è fondamentale.

Ma la salute viene prima.

Sempre.

Le previsioni indicano temperature elevate ancora per buona parte delle prossime settimane. Se questo scenario dovesse essere confermato, sarebbe irresponsabile fingere che una data stampata sul calendario valga più delle condizioni reali nelle quali migliaia di persone saranno chiamate a lavorare e studiare.

Il calendario è uno strumento.

Non un dogma.

Non si può pretendere da un bambino di sette anni, da un adolescente, da un insegnante o da un collaboratore scolastico di trascorrere ore in un’aula surriscaldata e poi chiamare tutto questo “normale attività didattica”.

Non è normale.

E soprattutto non deve diventarlo.

Per questo chiediamo risposte chiare.

Non rassicurazioni di circostanza.

Non dichiarazioni pronunciate alla vigilia della campanella.

Non l’ennesima soluzione improvvisata quando ormai sarà troppo tardi.

Serve una ricognizione seria e immediata delle condizioni degli edifici scolastici.

Quante aule dispongono realmente di climatizzazione?

Quante ne sono prive?

Quali temperature vengono raggiunte nelle ore centrali della giornata?

Quali protocolli sono previsti in caso di caldo estremo?

Chi si assume la responsabilità di dichiarare che quelle aule sono idonee ad accogliere centinaia di bambini e ragazzi per molte ore consecutive?

Sono domande semplici.

E proprio per questo pretendono risposte semplici.

Sì oppure no.

Ci sono le condizioni per riaprire le scuole in sicurezza?

Se ci sono, lo si dimostri con dati e verifiche.

Se non ci sono, si abbia il coraggio di rinviare.

Perché il punto vero non è soltanto settembre 2026.

Il punto è settembre 2027.

Poi settembre 2028.

E tutti gli anni che verranno.

Se il clima è cambiato, deve cambiare anche il modo con cui organizziamo la vita delle nostre comunità. Continuare ad applicare calendari, strutture e abitudini pensati per un’Italia climatica che non esiste più significa trasformare l’inerzia in una scelta politica.

Il calendario scolastico non è una tavola della legge.

Può essere modificato.

Può essere adattato.

Può prevedere una diversa distribuzione delle lezioni durante l’anno, recuperando eventualmente i giorni nei periodi climaticamente più favorevoli.

E parallelamente bisogna avviare una vera programmazione per rendere gli edifici scolastici capaci di affrontare temperature che ormai non possono più essere considerate eventi eccezionali.

Climatizzazione.

Efficientamento energetico.

Isolamento termico.

Schermature solari.

Ventilazione adeguata.

Adeguamento degli impianti.

Sono interventi che richiedono risorse, certo. Ma richiedono soprattutto programmazione e volontà politica.

Quello che non può essere modificato a piacimento è il corpo umano.

E soprattutto quello di un bambino.

Per questo l’appello a Occhiuto e Cannizzaro non vuole essere una provocazione politica.

È una richiesta di responsabilità istituzionale.

Presidente Occhiuto, Sindaco Cannizzaro: verificate le condizioni delle scuole e, se la sicurezza non può essere garantita, abbiate il coraggio di rinviare l’apertura.

Meglio qualche giorno di scuola recuperato durante l’anno che un solo giorno trascorso in condizioni potenzialmente pericolose.

Meglio una decisione contestata oggi che una spiegazione tardiva domani.

Perché davanti alla salute dei ragazzi non possono esistere calcoli di opportunità, appartenenze politiche o timori di scontentare qualcuno.

Esiste una responsabilità.

Quella di prevenire.

Prima di aspettare il primo malore grave, prima di assistere alla prima emergenza dentro un’aula arroventata, sarebbe bene ricordarsi che governare non significa soltanto amministrare ciò che accade.

Governare significa prevedere ciò che può accadere.

Il clima è cambiato.

Il calendario può cambiare.

Le scuole possono essere adeguate.

Le istituzioni possono decidere.

La salute dei nostri ragazzi, invece, non può aspettare.

Adesso tocca a chi governa dimostrare di averlo capito.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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