@luigi.palamara REGGIO CALABRIA, LO SFRATTO È SERVITO. E ADESSO LA CITTÀ SI RISVEGLIA Dodici anni di amministrazione Falcomatà, una stagione che si chiude e una città che prova a rialzare la testa. Dal ponte del Calopinace ai palazzi del potere, il cambiamento non è più soltanto una promessa. Ma la vera sfida comincia adesso. L'Editoriale di Luigi Palamara Un anno fa sembrava una provocazione. Una di quelle frasi destinate a infiammare una piazza, strappare applausi e poi perdersi nel vento della politica. «Prendete gli scatoloni e andatevene». A pronunciarla fu Francesco Cannizzaro, durante un comizio di Forza Italia in Piazza Duomo, nel cuore di Reggio Calabria. Parole dure. Senza diplomazia. Un avviso di sfratto politico, pronunciato davanti a una città che da troppo tempo aspettava risposte. Ebbene, lo sfratto è arrivato. E a giudicare da quanto accaduto nei primi tre mesi, non è stato soltanto un cambio di occupanti nelle stanze del potere. È cambiata l'aria. Che non è poco, in una città dove per anni si è avuta la sensazione che perfino l'aria fosse rimasta immobile. Dodici anni. Tanto è durata la stagione politica di Giuseppe Falcomatà. Dodici anni di annunci, aspettative, promesse, occasioni mancate. Non tutto da buttare, naturalmente. Sarebbe ingeneroso sostenerlo. Ma sarebbe altrettanto ingeneroso, soprattutto verso i reggini, fingere che quella stagione non abbia lasciato dietro di sé ritardi, contraddizioni e una diffusa sensazione di immobilismo. La politica non si giudica dalle intenzioni. Si giudica dai risultati. E quando un problema resta irrisolto per oltre sei anni e trova una risposta nel giro di una settimana, qualche domanda bisognerà pure porsela. Il ponte del Calopinace è lì a ricordarcelo. Un ponte. Non una metropolitana. Non un aeroporto internazionale. Non un'opera destinata a cambiare gli equilibri del Mediterraneo. Un ponte. Eppure è diventato il simbolo di una certa maniera di amministrare: complicare ciò che dovrebbe essere semplice, rinviare ciò che dovrebbe essere urgente, trasformare l'ordinario in un'impresa straordinaria. Poi arriva qualcuno, affronta il problema e prova a risolverlo. E allora viene spontanea una domanda, tanto semplice quanto imbarazzante: perché non prima? Non è questione di destra o di sinistra. È questione di rispetto. Rispetto per una città che non può permettersi il lusso di aspettare all'infinito. Rispetto per i cittadini che pagano le tasse, sopportano i disservizi e hanno il diritto di pretendere che chi governa faccia il proprio mestiere. Oggi, a Palazzo San Giorgio e a Palazzo Alvaro, si respira un clima diverso. I palazzi istituzionali sembrano aver ritrovato movimento, presenza, entusiasmo. Si percepisce una voglia di fare che per troppo tempo era sembrata smarrita. La politica torna a mostrarsi operativa, i rappresentanti istituzionali danno l'impressione di voler meritare, con il lavoro quotidiano, la fiducia ricevuta e anche l'indennità che percepiscono. Sembra una banalità. Ma in tempi nei quali il semplice adempimento del proprio dovere rischia di diventare una notizia, anche la normalità assume il sapore di una rivoluzione. Attenzione, però. Tre mesi non cancellano dodici anni. E soprattutto non bastano a certificare la qualità di una nuova classe dirigente. Sarebbe un errore trasformare l'entusiasmo in un assegno in bianco. La politica ha bisogno di consenso, ma ancora di più ha bisogno di controllo. Di giudizi severi. Di cittadini che sappiano applaudire quando è giusto e protestare quando è necessario. Reggio Calabria resta una città difficile. Con problemi enormi, ferite aperte, contraddizioni antiche. La Città Metropolitana porta sulle spalle questioni che nessuna amministrazione potrà risolvere con una conferenza stampa o una fotografia davanti a un cantiere. Serviranno competenza, continuità, coraggio. E soprattutto risultati. Ma una cosa, oggi, appare diversa. CartaStraccia.News
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