La montagna dei confini invisibili: il forestiero fa paura solo se porta il bisogno.
Tra paesi che si svuotano e terre di antiche partenze, la distanza tra gli uomini non si misura in chilometri. A spaventare non è chi viene da lontano con una promessa, ma chi bussa senza nulla, ricordandoci quanto sia fragile il nostro posto nel mondo.
L'Editoriale di Luigi Palamara
In Aspromonte la distanza non si misura con le strade.
Le strade, in fondo, sono poche. Scendono al mare, risalgono ai paesi, girano intorno ai costoni e finiscono davanti a una piazza, a una chiesa, a una casa chiusa. La vera distanza passa altrove.
Passa tra chi ha qualcosa e chi cerca ancora.
Per questo il forestiero non è sempre quello che viene da lontano. Qualche volta viene da lontano e diventa subito uno di noi. Basta che abbia denaro, una casa, un affare da fare. Gli domandiamo da dove arriva per curiosità. Gli offriamo da bere. Se compra un terreno, se restaura un palazzo, se porta lavoro, dopo un poco nessuno ricorda più che era straniero.
Il povero invece resta forestiero.
Anche quando lo vediamo ogni giorno.
Forse perché non porta niente che possiamo desiderare. Porta soltanto il bisogno. E il bisogno degli altri ci fa paura quando assomiglia troppo al nostro.
Nei paesi dell’Aspromonte questa paura è antica.
Qui si è sempre partiti.
Per Torino, per Milano, per la Germania, per la Francia, per l’Australia. Ogni famiglia ha una fotografia di qualcuno davanti a una fabbrica, a una stazione, a una casa che non era la sua.
Sappiamo dunque cosa vuol dire essere stranieri.
Eppure ce ne dimentichiamo facilmente.
Forse perché ricordare costa.
Ricordare significa ammettere che anche nostro padre, nostro fratello, nostro figlio hanno bussato alla porta di qualcuno senza sapere se sarebbe stata aperta.
Qui le case sono rimaste più degli uomini.
Le stanze vuote raccontano partenze che nessun discorso politico sa spiegare. I figli se ne vanno e i vecchi restano. Poi arriva qualcuno da fuori e cerca un lavoro, una stanza, un posto a tavola.
Ed è allora che comincia il sospetto.
Non perché gli uomini siano cattivi.
La cattiveria spiega poco.
Spiega di più la paura.
Quando il lavoro è poco, un altro uomo sembra già troppo.
Quando un figlio aspetta una chiamata da mesi, ogni mano nuova sembra una mano che potrebbe prendere il suo posto.
Quando il paese si svuota, paradossalmente, chi arriva può sembrare un’invasione.
È una contraddizione soltanto in apparenza.
Gli uomini non difendono sempre ciò che possiedono.
Spesso difendono ciò che temono di perdere.
In Aspromonte questo sentimento lo conosciamo bene.
Si vive da sempre sul confine tra il restare e il partire.
La montagna dà l’impressione della fermezza, ma sotto quella pietra c’è un movimento continuo. Gente che scende. Gente che torna. Gente che non torna più.
Forse per questo ogni forestiero ci interroga.
Ci ricorda che il posto nel mondo non è mai sicuro.
Un uomo con denaro arriva da Bruxelles e diventa investitore.
Un altro arriva con una valigia e diventa straniero.
Non è la geografia che li divide.
È la condizione.
Il primo porta una promessa.
Il secondo porta una domanda.
E le domande fanno sempre più paura delle promesse.
Poi arrivano le parole della politica.
Accoglienza.
Sicurezza.
Destra.
Sinistra.
Prima, però, c’è stata la vita.
C’è stata una cucina dove si contavano i soldi.
Un padre che aspettava lavoro per il figlio.
Una madre che divideva una bolletta.
Un ragazzo che pensava alla Germania.
Un uomo arrivato da lontano che cercava una stanza.
Le idee vengono dopo.
La paura viene prima.
Forse sarebbe bene ricordarlo ogni volta che parliamo di stranieri.
Chiedersi non soltanto chi arriva, ma chi lo guarda.
Da quale casa.
Con quale stipendio.
Con quale figlio disoccupato.
Con quale ricordo.
Con quale domani.
Perché due uomini possono stare nella stessa piazza e vivere a una distanza enorme.
E altri due possono venire da continenti diversi e scoprire di avere la stessa paura.
Quella di non trovare posto.
Alla fine tutto torna lì.
Al posto.
Un uomo smette di essere straniero quando gli altri vedono che ne ha uno.
Un lavoro.
Una casa.
Un nome pronunciato senza diffidenza.
Finché quel posto non c’è, resta lontano anche se lo incontriamo ogni mattina.
La montagna ci insegna che le distanze ingannano.
Da un paese all’altro sembrano pochi chilometri, ma d’inverno possono diventare un mondo.
Così è tra gli uomini.
Il confine non passa sempre tra nazioni.
Qualche volta passa tra due case.
Tra una paga e la disoccupazione.
Tra chi può perdere qualcosa e chi non possiede più niente.
E forse è questo che il povero ci ricorda.
Non che viene da lontano.
Ma che la distanza tra la sua vita e la nostra potrebbe essere molto più breve di quanto vogliamo credere.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara La montagna dei confini invisibili: il forestiero fa paura solo se porta il bisogno. Tra paesi che si svuotano e terre di antiche partenze, la distanza tra gli uomini non si misura in chilometri. A spaventare non è chi viene da lontano con una promessa, ma chi bussa senza nulla, ricordandoci quanto sia fragile il nostro posto nel mondo. L'Editoriale di Luigi Palamara In Aspromonte la distanza non si misura con le strade. Le strade, in fondo, sono poche. Scendono al mare, risalgono ai paesi, girano intorno ai costoni e finiscono davanti a una piazza, a una chiesa, a una casa chiusa. La vera distanza passa altrove. Passa tra chi ha qualcosa e chi cerca ancora. Per questo il forestiero non è sempre quello che viene da lontano. Qualche volta viene da lontano e diventa subito uno di noi. Basta che abbia denaro, una casa, un affare da fare. Gli domandiamo da dove arriva per curiosità. Gli offriamo da bere. Se compra un terreno, se restaura un palazzo, se porta lavoro, dopo un poco nessuno ricorda più che era straniero. Il povero invece resta forestiero. Anche quando lo vediamo ogni giorno. Forse perché non porta niente che possiamo desiderare. Porta soltanto il bisogno. E il bisogno degli altri ci fa paura quando assomiglia troppo al nostro. Nei paesi dell’Aspromonte questa paura è antica. Qui si è sempre partiti. Per Torino, per Milano, per la Germania, per la Francia, per l’Australia. Ogni famiglia ha una fotografia di qualcuno davanti a una fabbrica, a una stazione, a una casa che non era la sua. Sappiamo dunque cosa vuol dire essere stranieri. Eppure ce ne dimentichiamo facilmente. Forse perché ricordare costa. Ricordare significa ammettere che anche nostro padre, nostro fratello, nostro figlio hanno bussato alla porta di qualcuno senza sapere se sarebbe stata aperta. Qui le case sono rimaste più degli uomini. Le stanze vuote raccontano partenze che nessun discorso politico sa spiegare. I figli se ne vanno e i vecchi restano. Poi arriva qualcuno da fuori e cerca un lavoro, una stanza, un posto a tavola. Ed è allora che comincia il sospetto. Non perché gli uomini siano cattivi. La cattiveria spiega poco. Spiega di più la paura. Quando il lavoro è poco, un altro uomo sembra già troppo. Quando un figlio aspetta una chiamata da mesi, ogni mano nuova sembra una mano che potrebbe prendere il suo posto. Quando il paese si svuota, paradossalmente, chi arriva può sembrare un’invasione. È una contraddizione soltanto in apparenza. Gli uomini non difendono sempre ciò che possiedono. Spesso difendono ciò che temono di perdere. In Aspromonte questo sentimento lo conosciamo bene. Si vive da sempre sul confine tra il restare e il partire. La montagna dà l’impressione della fermezza, ma sotto quella pietra c’è un movimento continuo. Gente che scende. Gente che torna. Gente che non torna più. Forse per questo ogni forestiero ci interroga. Ci ricorda che il posto nel mondo non è mai sicuro. Un uomo con denaro arriva da Bruxelles e diventa investitore. Un altro arriva con una valigia e diventa straniero. Non è la geografia che li divide. È la condizione. Il primo porta una promessa. Il secondo porta una domanda. E le domande fanno sempre più paura delle promesse. Poi arrivano le parole della politica. Accoglienza. Sicurezza. Destra. Sinistra. Prima, però, c’è stata la vita. C’è stata una cucina dove si contavano i soldi. Un padre che aspettava lavoro per il figlio. Una madre che divideva una bolletta. Un ragazzo che pensava alla Germania. Un uomo arrivato da lontano che cercava una stanza. Le idee vengono dopo. La paura viene prima. Forse sarebbe bene ricordarlo ogni volta che parliamo di stranieri. Chiedersi non soltanto chi arriva, ma chi lo guarda. Da quale casa. Con quale stipendio. Con quale figlio disoccupato. Con quale ricordo. Con quale domani. Perché due uomini possono stare nella stessa piazza e vivere a una distanza enorme. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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@luigi.palamara La montagna dei confini invisibili: il forestiero fa paura solo se porta il bisogno. Tra paesi che si svuotano e terre di antiche partenze, la distanza tra gli uomini non si misura in chilometri. A spaventare non è chi viene da lontano con una promessa, ma chi bussa senza nulla, ricordandoci quanto sia fragile il nostro posto nel mondo. L'Editoriale di Luigi Palamara In Aspromonte la distanza non si misura con le strade. Le strade, in fondo, sono poche. Scendono al mare, risalgono ai paesi, girano intorno ai costoni e finiscono davanti a una piazza, a una chiesa, a una casa chiusa. La vera distanza passa altrove. Passa tra chi ha qualcosa e chi cerca ancora. Per questo il forestiero non è sempre quello che viene da lontano. Qualche volta viene da lontano e diventa subito uno di noi. Basta che abbia denaro, una casa, un affare da fare. Gli domandiamo da dove arriva per curiosità. Gli offriamo da bere. Se compra un terreno, se restaura un palazzo, se porta lavoro, dopo un poco nessuno ricorda più che era straniero. Il povero invece resta forestiero. Anche quando lo vediamo ogni giorno. Forse perché non porta niente che possiamo desiderare. Porta soltanto il bisogno. E il bisogno degli altri ci fa paura quando assomiglia troppo al nostro. Nei paesi dell’Aspromonte questa paura è antica. Qui si è sempre partiti. Per Torino, per Milano, per la Germania, per la Francia, per l’Australia. Ogni famiglia ha una fotografia di qualcuno davanti a una fabbrica, a una stazione, a una casa che non era la sua. Sappiamo dunque cosa vuol dire essere stranieri. Eppure ce ne dimentichiamo facilmente. Forse perché ricordare costa. Ricordare significa ammettere che anche nostro padre, nostro fratello, nostro figlio hanno bussato alla porta di qualcuno senza sapere se sarebbe stata aperta. Qui le case sono rimaste più degli uomini. Le stanze vuote raccontano partenze che nessun discorso politico sa spiegare. I figli se ne vanno e i vecchi restano. Poi arriva qualcuno da fuori e cerca un lavoro, una stanza, un posto a tavola. Ed è allora che comincia il sospetto. Non perché gli uomini siano cattivi. La cattiveria spiega poco. Spiega di più la paura. Quando il lavoro è poco, un altro uomo sembra già troppo. Quando un figlio aspetta una chiamata da mesi, ogni mano nuova sembra una mano che potrebbe prendere il suo posto. Quando il paese si svuota, paradossalmente, chi arriva può sembrare un’invasione. È una contraddizione soltanto in apparenza. Gli uomini non difendono sempre ciò che possiedono. Spesso difendono ciò che temono di perdere. In Aspromonte questo sentimento lo conosciamo bene. Si vive da sempre sul confine tra il restare e il partire. La montagna dà l’impressione della fermezza, ma sotto quella pietra c’è un movimento continuo. Gente che scende. Gente che torna. Gente che non torna più. Forse per questo ogni forestiero ci interroga. Ci ricorda che il posto nel mondo non è mai sicuro. Un uomo con denaro arriva da Bruxelles e diventa investitore. Un altro arriva con una valigia e diventa straniero. Non è la geografia che li divide. È la condizione. Il primo porta una promessa. Il secondo porta una domanda. E le domande fanno sempre più paura delle promesse. Poi arrivano le parole della politica. Accoglienza. Sicurezza. Destra. Sinistra. Prima, però, c’è stata la vita. C’è stata una cucina dove si contavano i soldi. Un padre che aspettava lavoro per il figlio. Una madre che divideva una bolletta. Un ragazzo che pensava alla Germania. Un uomo arrivato da lontano che cercava una stanza. Le idee vengono dopo. La paura viene prima. Forse sarebbe bene ricordarlo ogni volta che parliamo di stranieri. Chiedersi non soltanto chi arriva, ma chi lo guarda. Da quale casa. Con quale stipendio. Con quale figlio disoccupato. Con quale ricordo. Con quale domani. Perché due uomini possono stare nella stessa piazza e vivere a una distanza enorme. E altri due possono venire da continenti diversi e scoprire di avere la stessa paura. Quella di non trovare posto. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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