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L’albero, le mele e la resa dei conti nel centrodestra reggino

L’albero, le mele e la resa dei conti nel centrodestra reggino

L’Editoriale di Luigi Palamara
Certe immagini politiche valgono più di dieci comunicati stampa.

Francesco Cannizzaro ne ha scelta una semplice, quasi contadina: l’albero.

Il centrodestra, dice, è un albero bello, visibile, capace di dare molti frutti. Ma ogni tanto qualche frutto marcisce. E allora, aggiunge, è meglio perderlo per strada, prima che rovini l’intera pianta. La frase è stata pronunciata il 19 settembre, durante l’iniziativa a sostegno di Fabio Roscioli, ed è stata riportata nelle cronache locali. 

È una metafora elegante solo in apparenza.

In realtà è una dichiarazione di guerra.

Perché quando un politico parla di frutti marci non sta facendo agronomia. Sta tracciando un confine tra chi considera ancora parte della casa e chi, invece, considera già fuori dalla porta.

E Cannizzaro quella porta la chiude con nomi e cognomi.

Nino Minicuci. Domenico Giannetta. Roberto Vannacci.

Tre storie diverse.

Un solo filo.

Quello della frattura.

Minicuci, il passato che ritorna

Cannizzaro torna indietro di cinque anni.

Alle comunali.

Alla candidatura di Nino Minicuci.

Dice di non averla condivisa allora, di non averlo considerato il profilo adeguato per rappresentare il centrodestra a Reggio Calabria, ma di avere comunque rispettato la decisione della coalizione.

Ha lavorato.

Ha organizzato le liste.

Ha fatto campagna.

Poi è arrivata la sconfitta contro Giuseppe Falcomatà.

Questa è la versione politica di Cannizzaro, ed è importante dirlo: non una sentenza storica, ma la lettura di un protagonista di quella stagione. Cannizzaro oggi utilizza quel precedente per sostenere una tesi precisa: la lealtà si misura quando non hai ottenuto ciò che volevi. 

Ed è proprio qui che Minicuci torna nella scena delle suppletive.

Cannizzaro lo indica come il “trait d’union” che avrebbe favorito il contatto tra Domenico Giannetta e il progetto politico di Roberto Vannacci. La ricostruzione è stata resa pubblica dallo stesso sindaco; resta, appunto, la sua ricostruzione politica. 

Il senso dell’accusa è chiaro.

Secondo Cannizzaro, non saremmo davanti soltanto alla libera scelta di un dirigente che cambia partito.

Saremmo davanti a un’operazione.

E le operazioni, in politica, hanno sempre un obiettivo.

Qui l’obiettivo sarebbe stato mettere in difficoltà il nuovo centrodestra reggino.

Giannetta, l’uomo che cambia campo

Domenico Giannetta era capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale.

Poi ha lasciato il partito.

Ed è diventato il candidato di Futuro Nazionale alle suppletive di Reggio Calabria. La candidatura è stata annunciata ufficialmente da Roberto Vannacci e dal coordinatore nazionale del movimento. 

Questo è il fatto.

Poi vengono le interpretazioni.

Per Cannizzaro, Giannetta è il simbolo della rottura.

Per Giannetta, invece, il racconto è diverso: ha sostenuto pubblicamente di non aver tradito Forza Italia e di essere stato, semmai, tradito dal partito. 

Eccola, la politica italiana nella sua forma più pura.

Due persone escono dalla stessa porta.

Una dice: te ne sei andato.

L’altra risponde: mi avete cacciato voi.

Forse è per questo che le scissioni fanno più male delle sconfitte.

Perché con l’avversario sai già di essere avversario.

Con chi era seduto al tuo tavolo, invece, ogni divergenza diventa biografia.

Ogni biografia diventa risentimento.

E ogni risentimento cerca una giustificazione morale.

Cannizzaro non concede a Giannetta il diritto alla neutralità.

Lo colloca dall’altra parte.

Non “diversamente dentro”.

Fuori.

È qui che torna l’albero.

La mela non viene potata.

Cade.

Vannacci, il concorrente più pericoloso perché parla allo stesso elettorato

Poi c’è Roberto Vannacci.

Ed è forse il vero punto politico della vicenda.

Perché Vannacci non viene da sinistra.

Non prova a strappare voti al campo progressista.

Li cerca nello stesso spazio elettorale del centrodestra.

È questo che rende lo scontro più aspro.

Vannacci sostiene Giannetta e ha presentato le suppletive come una prova importante per Futuro Nazionale; a Siderno ha rivendicato l’idea che il territorio debba esprimere un proprio candidato, senza escludere future convergenze con il centrodestra. 

Cannizzaro, invece, sceglie la separazione.

Dice di aver trovato inizialmente simpatico Vannacci.

Poi, sostiene, di averne approfondito le posizioni.

E prende le distanze su disabilità, Russia, Ucraina ed Europa. È la sua lettura delle posizioni del leader di Futuro Nazionale e la utilizza per segnare una linea politica netta. 

Qui il problema non è più Giannetta.

Non è più Minicuci.

È l’identità.

Quale destra?

Quella di governo?

Quella di protesta?

Quella europeista e atlantica rivendicata dal centrodestra di Meloni?

O quella sovranista e più radicale proposta da Vannacci?

È questa la vera battaglia che si nasconde dietro una suppletiva apparentemente locale.

L’albero non è una metafora innocente

La metafora dell’albero serve a Cannizzaro per dire una cosa precisa:

la coalizione può perdere pezzi senza perdere sé stessa.

Anzi, sostiene, alcune uscite possono perfino rafforzarla.

È una tesi politica.

E va giudicata come tale.

Perché un albero può liberarsi di un frutto malato.

Ma può anche scoprire, troppo tardi, che quel frutto era il segnale di qualcosa che non funzionava nel tronco.

È questo il rischio di ogni forza di governo.

Interpretare ogni dissenso come tradimento.

Ogni abbandono come irrilevante.

Ogni contestazione come malattia da espellere.

A volte è davvero così.

Altre volte no.

Ed è proprio qui che la politica deve distinguere.

La differenza tra disciplina e fedeltà

Cannizzaro rivendica la propria esperienza con Minicuci come prova di disciplina.

Non lo ritenevo adeguato, dice in sostanza, ma quando la coalizione lo scelse lo sostenni.

È un argomento forte.

Perché mette sul tavolo una concezione precisa della coalizione:

prima si discute.

Poi si decide.

Infine si sta insieme.

È la vecchia grammatica dei partiti organizzati.

Ed è esattamente quella che oggi entra in collisione con la politica personale.

Il dirigente che non accetta più la decisione comune se ne va.

Costruisce un nuovo contenitore.

Trova un nuovo leader.

E riparte.

La domanda non è se questo sia legittimo.

Lo è.

La domanda politica è quanto possa durare un sistema nel quale ogni sconfitta interna produce una nuova sigla.

Vannacci e la tentazione della scorciatoia

La forza di Vannacci è evidente.

Parla semplice.

Divide.

Provoca.

Occupa spazio.

Non chiede permesso.

È la politica ad alta intensità.

E funziona soprattutto quando i partiti tradizionali appaiono lenti, burocratici, compromessi.

Ma proprio per questo pone una questione al centrodestra di governo.

Non basta dire che Vannacci è distante.

Bisogna spiegare perché l’elettore dovrebbe scegliere chi governa anziché chi protesta.

E qui gli insulti servono poco.

Servono risultati.

È il punto che Cannizzaro, forse involontariamente, finisce per consegnare ai suoi stessi avversari.

Se la destra di governo vuole dimostrare di essere più credibile della destra di protesta, deve governare meglio.

Non urlare meglio.

Giannetta è il sintomo, non la malattia

Domenico Giannetta, in questo quadro, non è soltanto un candidato.

È un sintomo.

Dimostra che una parte del centrodestra ritiene di poter trovare spazio politico fuori dal recinto tradizionale.

La sua candidatura ha effettivamente prodotto tensioni profonde nel centrodestra calabrese e ha aperto interrogativi sugli equilibri futuri della coalizione. 

Cannizzaro reagisce espellendo simbolicamente il problema.

Mela marcia.

Fuori dall’albero.

È una risposta comprensibile per chi vuole difendere la compattezza.

Ma il vero problema resta.

Perché un albero sano non vive soltanto tagliando i rami.

Deve continuare a produrre frutti.

E qui torna Roscioli

La candidatura di Fabio Roscioli assume così un significato più grande del suo stesso nome.

Non è soltanto il candidato di Forza Italia.

È il candidato attraverso il quale Cannizzaro, Occhiuto, Donzelli e gli alleati vogliono dimostrare che il centrodestra tradizionale è ancora il centro di gravità del campo conservatore.

La coalizione contro la scissione.

Il governo contro la protesta.

La struttura contro il movimento.

La continuità contro l’avventura.

Questa è la narrazione.

E il 27 e 28 settembre gli elettori non misureranno soltanto una candidatura.

Misureranno anche quanto questa narrazione regga.

Il vero problema delle mele marce

C’è però una cosa che vale per ogni albero.

Le mele marce possono cadere.

Ma il contadino serio non si limita a insultarle.

Controlla il terreno.

Guarda le radici.

Studia il tronco.

Si chiede perché siano marcite.

È questa la parte che la politica dimentica più spesso.

Perché è molto più facile dire “traditore” che chiedersi perché se ne sia andato.

Molto più facile dire “non ci serve” che capire quale spazio stava cercando.

Molto più facile trasformare una frattura in una colpa morale che affrontarla come problema politico.

Cannizzaro sceglie la linea dura.

È coerente con il suo carattere politico.

Ma quella linea avrà senso soltanto se il centrodestra dimostrerà che, senza quei frutti, l’albero continua davvero a crescere.

Alla fine non conta chi cade. Conta cosa resta

Nino Minicuci appartiene a una stagione.

Domenico Giannetta ha scelto un altro percorso.

Roberto Vannacci prova a costruire un altro spazio.

Cannizzaro difende quello esistente.

È politica.

Ed è anche selezione naturale del consenso.

Ma un partito non viene giudicato da quanti riesce a espellere.

Viene giudicato da ciò che riesce a costruire.

La metafora dell’albero, dunque, può tornare utile fino in fondo.

Un albero non vale perché conserva ogni mela.

Vale perché continua a produrre.

Se il centrodestra reggino produrrà amministrazione, opere, servizi, capacità di governo, allora Cannizzaro potrà dire che quelle perdite non hanno intaccato la pianta.

Se invece le fratture cresceranno e i risultati tarderanno, allora qualcuno potrà domandare se il problema fossero davvero le mele.

O l’albero.

Ed è questa, forse, la vera domanda politica lasciata aperta ieri sera.

Non chi abbia tradito chi.

Ma quanto sia solido il centrodestra reggino quando smette di parlare dei suoi ex e comincia a misurarsi con i suoi risultati.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

L’albero, le mele e la resa dei conti nel centrodestra reggino L’Editoriale di Luigi Palamara  Certe immagini politiche valgono più di dieci comunicati stampa. Francesco Cannizzaro ne ha scelta una semplice, quasi contadina: l’albero. Il centrodestra, dice, è un albero bello, visibile, capace di dare molti frutti. Ma ogni tanto qualche frutto marcisce. E allora, aggiunge, è meglio perderlo per strada, prima che rovini l’intera pianta. La frase è stata pronunciata il 19 settembre, durante l’iniziativa a sostegno di Fabio Roscioli, ed è stata riportata nelle cronache locali.  È una metafora elegante solo in apparenza. In realtà è una dichiarazione di guerra. Perché quando un politico parla di frutti marci non sta facendo agronomia. Sta tracciando un confine tra chi considera ancora parte della casa e chi, invece, considera già fuori dalla porta. E Cannizzaro quella porta la chiude con nomi e cognomi. Nino Minicuci. Domenico Giannetta. Roberto Vannacci. Tre storie diverse. Un solo filo. Quello della frattura. Minicuci, il passato che ritorna Cannizzaro torna indietro di cinque anni. Alle comunali. Alla candidatura di Nino Minicuci. Dice di non averla condivisa allora, di non averlo considerato il profilo adeguato per rappresentare il centrodestra a Reggio Calabria, ma di avere comunque rispettato la decisione della coalizione. Ha lavorato. Ha organizzato le liste. Ha fatto campagna. Poi è arrivata la sconfitta contro Giuseppe Falcomatà. Questa è la versione politica di Cannizzaro, ed è importante dirlo: non una sentenza storica, ma la lettura di un protagonista di quella stagione. Cannizzaro oggi utilizza quel precedente per sostenere una tesi precisa: la lealtà si misura quando non hai ottenuto ciò che volevi.  Ed è proprio qui che Minicuci torna nella scena delle suppletive. Cannizzaro lo indica come il “trait d’union” che avrebbe favorito il contatto tra Domenico Giannetta e il progetto politico di Roberto Vannacci. La ricostruzione è stata resa pubblica dallo stesso sindaco; resta, appunto, la sua ricostruzione politica.  Il senso dell’accusa è chiaro. Secondo Cannizzaro, non saremmo davanti soltanto alla libera scelta di un dirigente che cambia partito. Saremmo davanti a un’operazione. E le operazioni, in politica, hanno sempre un obiettivo. Qui l’obiettivo sarebbe stato mettere in difficoltà il nuovo centrodestra reggino. Giannetta, l’uomo che cambia campo Domenico Giannetta era capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale. Poi ha lasciato il partito. Ed è diventato il candidato di Futuro Nazionale alle suppletive di Reggio Calabria. La candidatura è stata annunciata ufficialmente da Roberto Vannacci e dal coordinatore nazionale del movimento.  Questo è il fatto. Poi vengono le interpretazioni. Per Cannizzaro, Giannetta è il simbolo della rottura. Per Giannetta, invece, il racconto è diverso: ha sostenuto pubblicamente di non aver tradito Forza Italia e di essere stato, semmai, tradito dal partito.  Eccola, la politica italiana nella sua forma più pura. Due persone escono dalla stessa porta. Una dice: te ne sei andato. L’altra risponde: mi avete cacciato voi. Forse è per questo che le scissioni fanno più male delle sconfitte. Perché con l’avversario sai già di essere avversario. Con chi era seduto al tuo tavolo, invece, ogni divergenza diventa biografia. Ogni biografia diventa risentimento. E ogni risentimento cerca una giustificazione morale. Cannizzaro non concede a Giannetta il diritto alla neutralità. Lo colloca dall’altra parte. Non “diversamente dentro”. Fuori. È qui che torna l’albero. La mela non viene potata. Cade. Vannacci, il concorrente più pericoloso perché parla allo stesso elettorato Poi c’è Roberto Vannacci. Ed è forse il vero punto politico della vicenda. Perché Vannacci non viene da sinistra. Non prova a strappare voti al campo progressista. CartaStraccia.News

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