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L'esperimento politico di Frank Benedetto e la sfida della partecipazione oltre i simboli.

L'esperimento politico di Frank Benedetto e la sfida della partecipazione oltre i simboli.

Suppletive a Reggio Calabria: il test del centrosinistra tra campo largo, astensionismo e problemi reali.

​Dalle dodici liste di sostegno alle priorità su sanità, giovani e infrastrutture: le interviste a Benedetto, Irto e Zoccali svelano la scommessa (e i rischi) di un territorio che chiede alla politica di tornare a essere prossimità anziché apparato.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Le elezioni servono a eleggere qualcuno. A volte servono a capire qualcosa.

Le suppletive di Reggio Calabria sembrano essere quelle che ci aiuteranno a capire meglio gli scenari futuri.

Perché dietro il nome di Frank Benedetto non c’è soltanto un seggio da conquistare. C’è un esperimento politico, un tentativo di ricucitura, una prova generale di centrosinistra. E c’è soprattutto una domanda che da queste parti torna puntuale come un treno che, paradossalmente, non arriva mai: può la politica tornare a essere territorio invece che apparato?

Le tre interviste, a Frank Benedetto, al segretario regionale del Pd Nicola Irto e a Salvatore Zoccali dei Riformisti, raccontano tre facce della stessa scommessa.

Benedetto è il candidato.

Irto spiega perché quella candidatura è politicamente utile.

Zoccali dice, con meno cautele, che per vincere non basta mettersi tutti nella stessa fotografia.

Ed è forse proprio qui che comincia la storia.

Frank Benedetto parte da un numero: dodici.

Dodici liste.

In tempi in cui spesso bastano due segretari di partito nella stessa stanza per produrre tre correnti, riuscire a mettere insieme dodici liste è già un fatto politico.

Benedetto lo chiama un onore. Ed è comprensibile. Ma l’onore, in politica, dura il tempo di un applauso. Dopo arrivano i voti.

La vera questione è capire se quelle dodici liste rappresentino soltanto dodici simboli sulla scheda o dodici pezzi di società capaci di camminare davvero nella stessa direzione.

Benedetto sembra averlo capito.

Non promette la luna. E già questo, nel panorama elettorale italiano, rasenta l’eccentricità.

Sa di affrontare un’elezione suppletiva, sa che il tempo parlamentare sarebbe limitato e non si presenta come il taumaturgo destinato a guarire in pochi mesi malattie accumulate in decenni.

Sceglie tre temi: sanità, giovani, infrastrutture.

Tre parole che in Calabria rischiano di sembrare eternamente nuove soltanto perché eternamente irrisolte.

La sanità, innanzitutto.

Benedetto parla delle Case della Comunità e mette il dito in una contraddizione tanto semplice quanto feroce: costruire edifici sanitari senza metterci dentro il personale significa costruire contenitori.

Muri, targhe, inaugurazioni. Poi il cittadino arriva e scopre che il servizio non c’è.

E allora dove va?

All’ospedale.

Il risultato lo conosciamo: pronto soccorso sovraccarichi, liste d’attesa, persone costrette ad aspettare proprio quando aspettare è ciò che possono permettersi di meno.

La questione posta da Benedetto non è dunque ideologica. È quasi elementare: a cosa serve una struttura sanitaria se dentro non c’è chi deve curare?

Domanda semplice.

Risposta, evidentemente, molto più complicata.

Poi ci sono i giovani.

Qui il problema è persino più profondo, perché non riguarda soltanto ciò che manca, ma ciò che se ne va.

Quando un territorio perde i suoi giovani, perde contemporaneamente contribuenti, lavoratori, famiglie, competenze e futuro. La politica può organizzare tutti i convegni che vuole sullo spopolamento, ma resta un fatto: un ragazzo non rimane in Calabria perché un assessore glielo chiede. Rimane se trova una ragione per farlo.

E la ragione si chiama lavoro, servizi, mobilità, possibilità.

Da qui il terzo capitolo: le infrastrutture.

Treni e strade, dice Benedetto.

Sembra poco.

In Calabria è quasi tutto.

Perché una terra male collegata non è soltanto una terra nella quale ci si muove lentamente. È una terra nella quale l’economia costa di più, studiare costa di più, lavorare costa di più, curarsi costa di più. La distanza geografica diventa distanza sociale.

Benedetto sostiene di averlo toccato con mano girando il territorio in campagna elettorale.

Ed è precisamente qui che entra Nicola Irto.

Il segretario regionale del Partito Democratico non insiste soltanto sul candidato. Insiste sul concetto di candidato del territorio.

Una persona che si può incontrare.

Chiamare.

Una persona con cui, dice Irto, si può prendere un caffè.

La frase sembra piccola. Non lo è.

Perché racconta indirettamente una delle grandi malattie della politica contemporanea: candidati che conoscono perfettamente le segreterie e pochissimo le strade nelle quali chiedono il voto.

Irto usa una parola pesante: colonialismo.

Dice che il tempo delle candidature imposte da altri palazzi e da altre città deve finire.

È un’accusa politica, naturalmente. Ma contiene anche una verità che va oltre gli schieramenti: quando un territorio percepisce i propri rappresentanti come corpi estranei, la democrazia si indebolisce prima ancora che si aprano le urne.

Ed è qui che Benedetto diventa qualcosa di più di Frank Benedetto.

Diventa, almeno nelle intenzioni del centrosinistra, il prototipo di un metodo.

Candidato riconoscibile.

Radicato.

Civico abbastanza da allargare il perimetro.

Politico abbastanza da tenere insieme dodici liste.

Una specie di esperimento da laboratorio, soltanto che il laboratorio è Reggio Calabria e le cavie, come sempre, sono gli elettori.

Irto lo dice apertamente: il centrosinistra vuole presentarsi unito.

La memoria corre alle politiche del 2022, quando le divisioni dell’opposizione contribuirono alla vittoria della destra.

Da quella sconfitta Irto trae una lezione semplice: dividersi significa regalare all’avversario ciò che magari l’avversario da solo non riuscirebbe a conquistare con la stessa facilità.

È la teoria del campo largo.

Solo che i campi, per quanto larghi, non vincono le elezioni.

Le persone sì.

Ed è Salvatore Zoccali a dirlo con la crudezza che spesso manca alle liturgie di coalizione.

“Il campo largo da solo non ce la fa”, è in sostanza il suo ragionamento.

Ed è probabilmente la frase politicamente più interessante delle tre interviste.

Perché mette un limite all’entusiasmo.

Stare insieme è necessario.

Non è sufficiente.

Puoi mettere una accanto all’altra tutte le sigle dell’universo progressista, ma se non convinci chi non vota più, chi ha cambiato campo, chi è deluso, chi non crede più a nessuno, avrai costruito una coalizione perfetta per una fotografia e insufficiente per un’urna.

Zoccali individua infatti il vero partito di queste elezioni.

Non il Pd.

Non i Riformisti.

Non la destra.

L’astensionismo.

Se davvero dovesse votare soltanto una minoranza degli aventi diritto, il più grande bacino elettorale non sarebbe quello di un partito, ma quello di chi resta a casa.

Ed ecco la parola d’ordine di Zoccali: porta a porta.

I dirigenti devono diventare attivisti.

Meno riunioni, più campanelli.

Meno tavoli, più marciapiedi.

Meno comunicati, più persone.

È una ricetta antica. Talmente antica da sembrare rivoluzionaria.

Ma Zoccali va oltre.

Dice che bisogna entrare nel campo degli altri, approfittare delle fratture del centrodestra e intercettare un elettorato che potrebbe essere mobile.

Il ragionamento è pragmatico: le elezioni non si vincono contando i propri fedeli, ma convincendo almeno una parte degli infedeli.

E qui il confronto si allarga.

Sul tavolo finisce anche il centrodestra, con le sue divisioni e con la presenza politica di Vannacci, rispetto alla quale Zoccali non nasconde un giudizio durissimo.

Si può condividere o meno quel giudizio. Ma il dato politico resta: questa suppletiva non misura soltanto la capacità del centrosinistra di stare insieme. Misura anche quanto le tensioni interne alla destra possano tradursi in spostamenti reali nell’elettorato.

Il passaggio più interessante di Zoccali, tuttavia, arriva quando abbandona quasi del tutto la geometria delle coalizioni e comincia a parlare della Calabria.

Perché lì la politica smette di essere una faccenda di alleanze e torna a essere geografia.

Una geografia spietata.

Zoccali descrive una Calabria divisa.

Nord e Sud.

Tirreno e Ionio.

Reggio e provincia.

La Locride da una parte, Gioia Tauro dall’altra.

Territori che appartengono formalmente alla stessa regione ma che spesso sembrano vivere in universi infrastrutturali differenti.

Il nodo è precisamente questo: non basta dire “Città Metropolitana” per trasformare una provincia in un sistema.

Se le persone, le merci e le imprese non riescono a muoversi facilmente da una costa all’altra, la città metropolitana resta un’espressione amministrativa.

Un titolo.

Una carta intestata.

La denuncia di Zoccali sulle difficoltà dei collegamenti tra Ionio e Tirreno tocca uno dei nervi scoperti dello sviluppo reggino.

Perché le infrastrutture non servono soltanto ad arrivare prima.

Servono a far incontrare economie che altrimenti restano separate.

Servono a trasformare due periferie in un unico mercato.

Servono a fare in modo che un porto sia collegato a un territorio e non semplicemente appoggiato sulla sua costa.

Ed ecco Gioia Tauro.

Uno dei più grandi paradossi del Mezzogiorno.

Una gigantesca infrastruttura portuale che, secondo Zoccali, produce ancora troppo poco valore diffuso per ciò che le sta attorno.

Container che arrivano.

Container che partono.

Ma la domanda è: che cosa rimane?

Se il porto diventa soltanto il luogo in cui la merce cambia nave, il territorio rischia di guardare una ricchezza immensa passargli davanti senza riuscire ad afferrarla.

Zoccali propone allora di guardare all’area industriale, di favorire l’insediamento delle imprese, di fare in modo che quelle navi possano trasportare anche ciò che viene prodotto localmente.

È qui che il discorso sulle infrastrutture incontra quello sui giovani.

Ed è qui che il discorso sui giovani incontra quello sull’astensionismo.

Perché un ragazzo che non trova lavoro parte.

Un padre che aspetta mesi una prestazione sanitaria si arrabbia.

Un imprenditore che non riesce a muovere agevolmente le merci rinuncia.

Un cittadino che ascolta le stesse promesse da trent’anni smette di votare.

Alla fine, dunque, le tre interviste parlano della stessa cosa.

Fiducia.

Benedetto chiede fiducia nella persona.

Irto chiede fiducia nell’unità politica.

Zoccali chiede alla politica di meritarsela andando a cercare gli elettori uno per uno.

Ed è probabilmente questo il vero significato delle suppletive di Reggio Calabria.

Il seggio conta, naturalmente.

Ma conta anche ciò che accadrà dopo.

Se il centrosinistra vincerà, sosterrà di aver trovato una formula: candidato radicato, coalizione larga, mobilitazione territoriale.

Se perderà, dovrà domandarsi se dodici liste abbiano davvero prodotto una comunità politica o soltanto una somma aritmetica.

In entrambi i casi, il risultato parlerà ben oltre Reggio.

Perché Irto vede in questa unità una prospettiva futura.

Zoccali la collega addirittura alle prossime sfide nazionali.

E Benedetto, forse saggiamente, prova invece a riportare tutto alla dimensione concreta: sanità, giovani, strade, treni.

Forse è questa la parte più interessante.

Mentre i partiti discutono del campo largo, i cittadini discutono di quanto aspettano al pronto soccorso.

Mentre Roma ragiona sulle alleanze, a Reggio si ragiona su come attraversare un territorio.

Mentre la politica misura le percentuali, una parte enorme dell’elettorato valuta se valga ancora la pena uscire di casa per votare.

Frank Benedetto ha davanti a sé questa sfida.

Non deve soltanto convincere gli elettori che è il candidato giusto.

Deve convincere molti di loro che votare serve ancora.

E questa, per chiunque faccia politica oggi, è probabilmente l’elezione più difficile di tutte.

Luigi Palamara Giornalista,  Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara Perché una terra male collegata non è soltanto una terra nella quale ci si muove lentamente. È una terra nella quale l’economia costa di più, studiare costa di più, lavorare costa di più, curarsi costa di più. La distanza geografica diventa distanza sociale. Benedetto sostiene di averlo toccato con mano girando il territorio in campagna elettorale. #frankbenedetto #elezionisuppletive #reggiocalabria #politica #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Ed è precisamente qui che entra Nicola Irto. Il segretario regionale del Partito Democratico non insiste soltanto sul candidato. Insiste sul concetto di candidato del territorio. Una persona che si può incontrare. Chiamare. Una persona con cui, dice Irto, si può prendere un caffè. La frase sembra piccola. Non lo è. Perché racconta indirettamente una delle grandi malattie della politica contemporanea: candidati che conoscono perfettamente le segreterie e pochissimo le strade nelle quali chiedono il voto. Irto usa una parola pesante: colonialismo. Dice che il tempo delle candidature imposte da altri palazzi e da altre città deve finire. È un’accusa politica, naturalmente. Ma contiene anche una verità che va oltre gli schieramenti: quando un territorio percepisce i propri rappresentanti come corpi estranei, la democrazia si indebolisce prima ancora che si aprano le urne. Ed è qui che Benedetto diventa qualcosa di più di Frank Benedetto. Diventa, almeno nelle intenzioni del centrosinistra, il prototipo di un metodo. Candidato riconoscibile. Radicato. Civico abbastanza da allargare il perimetro. Politico abbastanza da tenere insieme dodici liste. Una specie di esperimento da laboratorio, soltanto che il laboratorio è Reggio Calabria e le cavie, come sempre, sono gli elettori. Irto lo dice apertamente: il centrosinistra vuole presentarsi unito. #nicolairto #elezionisuppletive #reggiocalabria #frankbenedetto #politica ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara È la teoria del campo largo. Solo che i campi, per quanto larghi, non vincono le elezioni. Le persone sì. Ed è Salvatore Zoccali a dirlo con la crudezza che spesso manca alle liturgie di coalizione. “Il campo largo da solo non ce la fa”, è in sostanza il suo ragionamento. Ed è probabilmente la frase politicamente più interessante delle tre interviste. Perché mette un limite all’entusiasmo. Stare insieme è necessario. Non è sufficiente. Puoi mettere una accanto all’altra tutte le sigle dell’universo progressista, ma se non convinci chi non vota più, chi ha cambiato campo, chi è deluso, chi non crede più a nessuno, avrai costruito una coalizione perfetta per una fotografia e insufficiente per un’urna. Zoccali individua infatti il vero partito di queste elezioni. Non il Pd. Non i Riformisti. Non la destra. L’astensionismo. Se davvero dovesse votare soltanto una minoranza degli aventi diritto, il più grande bacino elettorale non sarebbe quello di un partito, ma quello di chi resta a casa. Ed ecco la parola d’ordine di Zoccali: porta a porta. I dirigenti devono diventare attivisti. Meno riunioni, più campanelli. Meno tavoli, più marciapiedi. Meno comunicati, più persone. È una ricetta antica. Talmente antica da sembrare rivoluzionaria. Ma Zoccali va oltre. Dice che bisogna entrare nel campo degli altri, approfittare delle fratture del centrodestra e intercettare un elettorato che potrebbe essere mobile. Il ragionamento è pragmatico: le elezioni non si vincono contando i propri fedeli, ma convincendo almeno una parte degli infedeli. #salvatorezoccali #elezionisuppletive #reggiocalabria #centrosinistra #frankbenedetto ♬ audio originale - Luigi Palamara

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