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Senza tessera ma eletto: il caso Malagò imbarazza la Figc

Senza tessera ma eletto: il caso Malagò imbarazza la Figc.

Il pasticcio delle regole aggirate nel calcio italiano.

​La procura federale archivia l'irregolarità della candidatura, ma il verdetto ora passa al Coni e rischia di travolgere mesi di decisioni federali.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Quaranta pagine per dire una cosa che stava in una riga: Giovanni Malagò, quando si candidò alla presidenza della Federcalcio, non era tesserato.

Fine.

O meglio: sarebbe fine in un Paese normale.

In Italia, invece, da quel momento comincia il circo.

Perché il procuratore federale Giuseppe Chiné, dopo citazioni, note, richiami, postille e acrobazie giuridiche, arriva al punto che conta: la tessera non c’era. Mancava cioè il requisito che lo Statuto indica per concorrere alla massima carica del calcio italiano.

E allora l’elezione dovrebbe essere nulla.

Dovrebbe.

Parola pericolosissima, in Italia.

Perché quando la regola rischia di colpire uno qualunque, si applica. Quando rischia di colpire uno importante, si interpreta.

E infatti Chiné propone l’archiviazione.

Motivo? In passato nessuno avrebbe controllato.

Capolavoro.

È come dire che se per anni nessuno ha controllato i biglietti sul treno, allora viaggiare senza biglietto diventa legittimo.

Non una norma. Una consuetudine.

Non un diritto. Una distrazione diventata sistema.

La Figc, naturalmente, sostiene che la candidatura fosse comunque «idonea». Idonea a cosa, non è chiarissimo. Di certo non a rispettare alla lettera ciò che lo Statuto pretendeva.

Ma anche qui siamo al vecchio trucco nazionale: quando la norma disturba, si proclama che conta la sostanza. Quando invece serve a fermare qualcun altro, improvvisamente anche una virgola diventa sacra.

Il punto vero è semplice e imbarazzante.

Se Malagò non poteva candidarsi, non poteva essere eletto.

Se non poteva essere eletto, gli atti successivi diventano un problema.

Firme, decisioni, contratti.

Compresi quelli che hanno riportato Roberto Mancini in Nazionale.

Due mesi e mezzo di calcio federale potrebbero trasformarsi in carta straccia.

E il bello è che nessuno sembra scandalizzato dall’errore.

Ci si scandalizza, semmai, all’idea di applicarne le conseguenze.

È questa la parte più italiana della storia.

Non il pasticcio.

Il modo in cui si cerca di salvarlo.

L’indagine, sollecitata dal procuratore generale dello Sport Ugo Taucer dopo il ricorso dell’avvocato ed ex calciatore Renato Mele, finirà sul tavolo del Coni.

E qui la farsa rischia di diventare perfetta.

Perché a decidere sarà la giunta di quell’organismo che per dodici anni è stato il regno di Malagò.

Giudici, in pratica, nella casa dell’imputato politico-sportivo.

Se al Foro Italico le regole significano ancora qualcosa, la conclusione dovrebbe essere una sola: decadenza.

Se invece prevarrà la teoria secondo cui una norma smette di valere quando per anni nessuno si è preoccupato di rispettarla, allora almeno si abbia il coraggio di dirlo.

Si riscriva lo Statuto.

Articolo unico:

«Le regole valgono, salvo inconvenienti».

Sarebbe più sincero.

Per il resto, il calcio italiano può stare tranquillo.

Dopo aver perso partite, Mondiali, credibilità e decenza istituzionale, conserva ancora un primato inattaccabile:

quello delle figuracce.

E stavolta non serve neppure andare in campo.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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