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Il medico, Reggio Calabria e il seggio di Roma

Il medico, Reggio Calabria e il seggio di Roma

Suppletive alla Camera

Frank Benedetto si presenta al centrosinistra reggino con quarantacinque anni di ospedale alle spalle e tre parole d'ordine: sanità, infrastrutture, giovani. Ma la vera scommessa è un'altra: convincere gli elettori che questa elezione, apparentemente minore, riguardi molto più di un seggio.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

REGGIO CALABRIA, 4 settembre 2026 - Le elezioni suppletive hanno, in genere, il difetto delle cose provvisorie: interessano molto chi le organizza e assai meno chi dovrebbe votare.

Questa di Reggio Calabria, però, ha già trovato un modo per sottrarsi alla modestia del proprio rango. Intorno alla candidatura di Frank Benedetto si è raccolto quasi tutto ciò che, a sinistra e dintorni, è possibile raccogliere senza convocare un congresso internazionale.

Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, i Riformisti, Verdi e Sinistra, Socialisti, Repubblicani, Rifondazione, +Europa, Possibile, Centro Democratico e altre sigle ancora.

A contarle tutte si rischia di perdere il candidato.

Il candidato, invece, è abbastanza facile da individuare.

Frank Benedetto viene dalla sanità, dove ha trascorso quarantacinque anni. Chirurgo, direttore di struttura, commissario straordinario, ricercatore, amministratore. Ha avuto anche una precedente esperienza politica, da consigliere comunale e da capogruppo del Partito Democratico.

Non è dunque uno di quei candidati che scoprono il territorio dopo averne ottenuto il collegio.

E su questo, infatti, costruisce gran parte della propria campagna.

La contrapposizione è semplice e, come tutte le cose semplici, efficace: da una parte l'uomo di Reggio, dall'altra il candidato venuto da Roma.

È un argomento antico.

Forse persino troppo antico.

Ma in una terra che da decenni lamenta di essere governata da lontano, conserva una sua forza.

Benedetto lo ripete senza troppi giri di parole: in Parlamento deve andare qualcuno che conosce questa terra.

Fin qui, nulla di rivoluzionario.

Il problema è che conoscere una malattia non significa necessariamente saperla curare.

E Benedetto, essendo medico, dovrebbe saperlo meglio di tutti.

La sua diagnosi della Calabria si articola in tre punti: sanità, infrastrutture, giovani.

Tre emergenze che hanno una caratteristica in comune: non sono nuove.

In Calabria il futuro arriva spesso con qualche decennio di ritardo.

Sulla sanità Benedetto gioca, comprensibilmente, in casa.

Non ne parla come un politico che ha letto un dossier. Ne parla come uno che per quarantacinque anni ha visto corridoi, reparti, pronto soccorso, pazienti e famiglie.

Il quadro che traccia non ha bisogno di particolare retorica.

Liste d'attesa.

Pronto soccorso intasati.

Medici di base sovraccarichi.

Pazienti costretti a partire per curarsi.

Strutture previste sulla carta e scarsamente operative nella realtà.

Il caso più istruttivo è quello delle Case della Comunità.

Secondo Benedetto, nel territorio ne esistono diciassette. Gli edifici ci sono. I muri pure.

Mancano, però, medici e infermieri.

È una piccola parabola dell'amministrazione italiana.

Costruiamo il contenitore e dimentichiamo ciò che dovrebbe starci dentro.

Benedetto promette di visitare queste strutture e di capire perché non funzionino.

Sarebbe già qualcosa.

La politica italiana ama molto inaugurare.

Ama assai meno verificare.

Più interessante è un'altra proposta, molto meno spettacolare e forse proprio per questo più sensata.

Benedetto racconta di ospedali che non riescono ancora a condividere in modo efficiente immagini diagnostiche con i centri di secondo livello.

Capita così, dice, che una TAC venga mandata attraverso WhatsApp.

Nel 2026.

È uno di quei particolari che valgono più di molte statistiche.

La proposta è elementare: mettere davvero in rete gli ospedali, consentendo a un medico di Polistena, Locri o Melito di trasmettere immediatamente immagini ed esami al GOM di Reggio Calabria.

Il vantaggio sarebbe evidente.

Si trasferisce il paziente quando serve.

Lo si evita quando non serve.

Meno viaggi, meno attese, meno sprechi.

Sembra quasi troppo semplice.

Ed è forse per questo che non è stato ancora fatto.

Poi ci sono le infrastrutture.

Qui il discorso rischia inevitabilmente di assumere il tono della memoria familiare.

L'alta velocità.

La linea ionica.

La Statale 106.

Sono parole che in Calabria vengono pronunciate da così tanto tempo che ormai appartengono più alla tradizione orale che alla programmazione pubblica.

Benedetto fa notare che da Roma a Milano si viaggia in circa tre ore, mentre per raggiungere Reggio Calabria ne occorrono quasi sei.

Non è soltanto una questione ferroviaria.

È una misura della distanza.

Nel Nord moderno la distanza si calcola in chilometri.

Nel Sud, ancora troppo spesso, in ore perdute.

Per la linea ionica, osserva Benedetto, i tempi prospettati per alcuni interventi arrivano addirittura verso il 2040.

Il 2040 è un anno curioso.

È abbastanza vicino da poter essere inserito in un piano.

Ed è abbastanza lontano da consentire a quasi tutti coloro che lo hanno annunciato di non doverne rispondere.

C'è poi la Statale 106.

Da anni la chiamano «strada della morte».

Una definizione che dovrebbe essere intollerabile e che, invece, la consuetudine ha quasi normalizzato.

Benedetto racconta che da Pellaro un cartello indica Taranto.

Basta andare dritto.

Il problema, dice, è arrivarci.

È una battuta.

Ma in Calabria le battute sulle infrastrutture hanno spesso il vizio di somigliare troppo alla cronaca.

Il terzo capitolo riguarda i giovani.

Qui Benedetto cita un dato che pesa più di molte dichiarazioni: circa 19.500 giovani avrebbero lasciato il territorio negli ultimi sei anni.

Un paese intero.

La Calabria li forma.

Le famiglie pagano gli studi.

Le università preparano professionisti.

Gli ospedali specializzano medici.

Poi il Nord, o l'estero, li assumono.

È un sistema efficientissimo.

Per gli altri.

Benedetto conosce bene questo fenomeno perché dice di aver formato nella propria struttura giovani specialisti poi immediatamente reclutati dagli ospedali settentrionali.

Da qui nasce quella che è forse la proposta più originale della sua campagna.

La chiama «il ponte del ritorno».

Tiene subito a precisare che non si tratta del ponte di Salvini.

Quello di Benedetto, almeno nelle intenzioni, non avrebbe né piloni né campate.

Consisterebbe nell'incentivare fiscalmente le aziende che consentano ai giovani calabresi occupati altrove di rientrare nella propria regione continuando a lavorare a distanza.

Credito d'imposta alle imprese.

Smart working ai dipendenti.

Ritorno a casa.

L'idea ha una sua logica.

Un giovane che oggi vive a Milano pagando affitto, servizi e costi familiari potrebbe tornare in Calabria mantenendo lo stesso lavoro.

Spenderebbe qui.

Vivrebbe qui.

Forse metterebbe su famiglia qui.

Il che, in una regione che perde abitanti, non sarebbe poco.

Naturalmente tra uno slogan felice e una buona legge c'è una certa distanza.

Servono coperture, criteri, limiti e controlli.

Ma almeno, per una volta, si parla di ritorno senza affidarlo soltanto alla nostalgia.

Resta la politica.

Benedetto insiste sull'unità del centrosinistra.

Fa bene.

Perché è probabilmente il principale significato nazionale di questa elezione.

La coalizione che lo sostiene è larga.

Molto larga.

Forse larghissima.

Abbastanza da contenere anime che, in altre occasioni, faticano perfino a condividere lo stesso vocabolario.

Benedetto sostiene che le differenze siano normali e che si possa lavorare insieme per un obiettivo comune.

È un'affermazione di buon senso.

In politica, però, il buon senso deve sempre affrontare la prova dei fatti.

Perché dodici partiti possono rappresentare una grande forza.

Oppure una grande riunione.

La differenza la fa ciò che accade dopo.

Alla fine Benedetto torna al punto dal quale era partito.

Dice di essere uomo del territorio.

Dice di voler continuare a stare in mezzo alla gente.

Dice che dopo quarantacinque anni di medicina il principio resta lo stesso: servire le persone.

È una dichiarazione che non ha nulla di sofisticato.

E proprio per questo funziona.

Il 27 e 28 settembre gli elettori dovranno decidere se questo chirurgo prestato nuovamente alla politica possa rappresentarli alla Camera.

Lui chiede di essere giudicato sulla conoscenza di Reggio, sulla professione, sull'esperienza e sulla capacità di ascoltare.

Vedremo.

Di candidati che promettono di portare il territorio a Roma ne abbiamo conosciuti parecchi.

Il problema, generalmente, comincia dopo.

Quando arrivano a Roma e il territorio resta dov'era.

Frank Benedetto chiede un voto per percorrere la strada in direzione opposta.

Da Reggio a Montecitorio.

La vera prova, se verrà eletto, sarà ricordarsi ogni giorno che esiste anche il viaggio di ritorno.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara Perché una terra male collegata non è soltanto una terra nella quale ci si muove lentamente. È una terra nella quale l’economia costa di più, studiare costa di più, lavorare costa di più, curarsi costa di più. La distanza geografica diventa distanza sociale. Benedetto sostiene di averlo toccato con mano girando il territorio in campagna elettorale. #frankbenedetto #elezionisuppletive #reggiocalabria #politica #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Ed è precisamente qui che entra Nicola Irto. Il segretario regionale del Partito Democratico non insiste soltanto sul candidato. Insiste sul concetto di candidato del territorio. Una persona che si può incontrare. Chiamare. Una persona con cui, dice Irto, si può prendere un caffè. La frase sembra piccola. Non lo è. Perché racconta indirettamente una delle grandi malattie della politica contemporanea: candidati che conoscono perfettamente le segreterie e pochissimo le strade nelle quali chiedono il voto. Irto usa una parola pesante: colonialismo. Dice che il tempo delle candidature imposte da altri palazzi e da altre città deve finire. È un’accusa politica, naturalmente. Ma contiene anche una verità che va oltre gli schieramenti: quando un territorio percepisce i propri rappresentanti come corpi estranei, la democrazia si indebolisce prima ancora che si aprano le urne. Ed è qui che Benedetto diventa qualcosa di più di Frank Benedetto. Diventa, almeno nelle intenzioni del centrosinistra, il prototipo di un metodo. Candidato riconoscibile. Radicato. Civico abbastanza da allargare il perimetro. Politico abbastanza da tenere insieme dodici liste. Una specie di esperimento da laboratorio, soltanto che il laboratorio è Reggio Calabria e le cavie, come sempre, sono gli elettori. Irto lo dice apertamente: il centrosinistra vuole presentarsi unito. #nicolairto #elezionisuppletive #reggiocalabria #frankbenedetto #politica ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara È la teoria del campo largo. Solo che i campi, per quanto larghi, non vincono le elezioni. Le persone sì. Ed è Salvatore Zoccali a dirlo con la crudezza che spesso manca alle liturgie di coalizione. “Il campo largo da solo non ce la fa”, è in sostanza il suo ragionamento. Ed è probabilmente la frase politicamente più interessante delle tre interviste. Perché mette un limite all’entusiasmo. Stare insieme è necessario. Non è sufficiente. Puoi mettere una accanto all’altra tutte le sigle dell’universo progressista, ma se non convinci chi non vota più, chi ha cambiato campo, chi è deluso, chi non crede più a nessuno, avrai costruito una coalizione perfetta per una fotografia e insufficiente per un’urna. Zoccali individua infatti il vero partito di queste elezioni. Non il Pd. Non i Riformisti. Non la destra. L’astensionismo. Se davvero dovesse votare soltanto una minoranza degli aventi diritto, il più grande bacino elettorale non sarebbe quello di un partito, ma quello di chi resta a casa. Ed ecco la parola d’ordine di Zoccali: porta a porta. I dirigenti devono diventare attivisti. Meno riunioni, più campanelli. Meno tavoli, più marciapiedi. Meno comunicati, più persone. È una ricetta antica. Talmente antica da sembrare rivoluzionaria. Ma Zoccali va oltre. Dice che bisogna entrare nel campo degli altri, approfittare delle fratture del centrodestra e intercettare un elettorato che potrebbe essere mobile. Il ragionamento è pragmatico: le elezioni non si vincono contando i propri fedeli, ma convincendo almeno una parte degli infedeli. #salvatorezoccali #elezionisuppletive #reggiocalabria #centrosinistra #frankbenedetto ♬ audio originale - Luigi Palamara

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