Quando l’intimidazione da tastiera fallisce e la minaccia torna al mittente
Un giornalista bersagliato da insulti e formule dal sapore intimidatorio risponde a muso duro, ribadendo che la libertà di cronaca non si piega alla violenza verbale.
L'Editoriale di Luigi Palamara
In certe situazioni una battuta smette di essere una battuta. Ed è quando, dietro il dialetto, la provocazione e il lazzo da tastiera, compare quella vecchia pretesa tutta italiana di decidere chi possa parlare, chi debba tacere e soprattutto chi debba “andarsene”.
Il commento rivolto al sottoscritto non è una critica a un articolo. Non contesta un fatto, non smonta una tesi, non oppone un argomento. Dice, in sostanza: sei fuori luogo, fatti da parte, “iettiti a mari”. È il vocabolario dell’espulsione, non quello del confronto.
E quando a un giornalista si risponde così, il problema non è la suscettibilità del giornalista. Il problema è l’idea che chi racconta fatti sgraditi debba essere ricondotto al silenzio con l’insulto, la confidenza aggressiva, l’allusione personale.
In certe terre questo linguaggio possiede una risonanza ancora più sinistra. Non perché ogni frase sguaiata debba essere trasformata, irresponsabilmente, in un’accusa di ’ndrangheta. Sarebbe assurdo e ingiusto. Ma perché esiste un codice intimidatorio ben riconoscibile: non discutere ciò che scrivi, discutere il tuo diritto a scriverlo; non contestare la notizia, mettere nel mirino chi la firma; sostituire all’argomento il messaggio personale.
Ed è proprio qui che la mia risposta rovescia la scena.
«Sta confidenza… vieni a dirmelo di persona».
Tradotto: niente posture da tastiera, niente superiorità concessa dall’anonimato psicologico della rete, niente patente per insultare chi fa il proprio mestiere. Se hai qualcosa da contestare, assumitene la responsabilità.
Poi arriva il finale, ruvido quanto il commento ricevuto: «Va caca!!!».
Non sarà una frase da Accademia della Crusca. Ma ha almeno il pregio della chiarezza. L’aggressione verbale viene respinta, senza inchini, al mittente.
Qualcuno potrà storcere il naso e dire che un giornalista dovrebbe sempre mantenere un aplomb britannico. Forse. Ma è troppo comodo pretendere il galateo soltanto da chi riceve l’insulto, dimenticando la violenza verbale di chi lo ha provocato.
Il punto, però, resta un altro.
Un giornalista può essere criticato, smentito, persino demolito sul piano professionale. È il prezzo, e insieme il privilegio, di un mestiere pubblico. Ma lo si faccia con fatti, documenti e argomenti. Quando invece alla penna si risponde con il «vattene», con l’insulto personale e con formule dal sapore intimidatorio, non si sta più combattendo una notizia.
Si sta tentando di intimidire chi l’ha scritta.
E quella, in una società che voglia ancora definirsi civile, è una linea che non dovrebbe essere oltrepassata.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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