Marco Franchini: «Il candidato non c’entra un cazzo con la città». Ma non è una rivelazione
Trenta secondi senza filtro
Il fuorionda dell’assessore reggino non svela un segreto. Dice brutalmente quello che Reggio Calabria e l’Italia già sapevano.
L’Editoriale di Luigi Palamara
Poi arriva qualcuno che dimentica il vocabolario.
Marco Franchini, assessore della Giunta Cannizzaro ed ex presidente della SACAL, parlando con Danilo Lupo della candidatura di Fabio Roscioli alle elezioni suppletive per la Camera, dice:
«Il candidato di centrodestra, da quello che ho capito io, non c’entra un cazzo con la città».
La frase è ruvida.
Anzi, ruvidissima.
Ha fatto rumore perché in politica certe cose si possono pensare, qualche volta si possono perfino dire, ma bisogna trovare le parole giuste.
Franchini non le ha cercate.
Ha preso una scorciatoia.
Ma c’è un particolare che rischia di perdersi dentro il clamore.
Franchini non ha rivelato quasi nulla.
Che Fabio Roscioli non fosse un uomo della storia politica, civile o amministrativa di Reggio Calabria lo sapevano i reggini, lo sapevano i calabresi e lo sapeva chiunque avesse seguito per qualche minuto la vicenda.
Roscioli è un avvocato romano, tesoriere nazionale di Forza Italia.
Nessuno lo aveva presentato come il figlio politico di Reggio Calabria.
Nessuno aveva raccontato che fosse cresciuto nelle sezioni di partito della città, che avesse amministrato uno dei suoi comuni o che avesse costruito qui il proprio percorso pubblico.
Era tutto noto.
Ed era stato detto.
Francesco Cannizzaro aveva rivendicato pubblicamente la candidatura come una scelta maturata insieme a Roberto Occhiuto.
Lo stesso Roscioli, presentandosi agli elettori, aveva spiegato di avere accettato la proposta per aiutare il territorio negli ultimi mesi della legislatura e aveva usato una parola abbastanza precisa.
Ponte.
Un ponte tra Reggio Calabria e Roma.
Tra il territorio e i luoghi nei quali si prendono decisioni, si seguono dossier, si accompagnano progetti.
Questa era la candidatura.
Non Roscioli perché reggino.
Roscioli perché, secondo chi lo ha scelto, utile a Reggio Calabria.
La differenza non è piccola.
Ed è bene dirlo perché altrimenti si rischia di trasformare trenta secondi di televisione in una specie di Watergate dello Stretto.
Non c’è nessun segreto strappato a una cassaforte.
Non c’è un documento clandestino.
Non c’è una verità finalmente emersa dopo mesi di menzogne.
C’è un assessore che dice male, molto male, quello che altri avevano già detto meglio.
Cannizzaro parla di rapporti istituzionali.
Occhiuto parla di una scelta politica.
Roscioli parla di un ponte con Roma.
Franchini riassume:
«Non c’entra un cazzo con la città».
Il linguaggio cambia.
Il punto di partenza, molto meno.
E forse proprio qui sta la parte interessante della storia.
La politica possiede una lingua tutta sua.
Se un candidato viene da lontano, si dice che ha un “profilo nazionale”.
Se conosce i palazzi romani, possiede “relazioni istituzionali”.
Se può parlare con ministri, dirigenti e partiti, garantisce “interlocuzione”.
Se serve a portare avanti pratiche e progetti, diventa un “ponte”.
Sono formule rispettabili.
Talvolta sono anche vere.
Franchini ha semplicemente buttato via la confezione.
E dentro la scatola abbiamo trovato quello che già sapevamo.
Roscioli non è stato scelto per rappresentare una biografia reggina.
È stato scelto perché Cannizzaro e Occhiuto ritengono che il suo peso nazionale possa essere utile a Reggio e alla Calabria.
Su questo gli elettori possono essere d’accordo oppure no.
È la politica.
E la politica, quando è chiara, almeno consente di scegliere sapendo di cosa si parla.
Il discorso diventa più delicato quando Franchini aggiunge che il candidato servirebbe perché a Roma ci sarebbero finanziamenti da “sbloccare”.
Qui bisogna essere precisi.
È una dichiarazione di Franchini.
Non è un fatto dimostrato soltanto perché lui lo dice.
E non va trasformata in qualcosa di diverso.
Ma anche questa frase appartiene, in fondo, allo stesso ragionamento.
Roscioli sarebbe utile non perché conosce meglio di altri una contrada dell’Aspromonte o una strada di Reggio, ma perché conosce Roma.
E Roma, in Italia, continua ad avere un certo peso.
Lo aveva quando i meridionali prendevano il treno con la valigia di cartone.
Lo ha ancora oggi, quando i dossier viaggiano per posta elettronica.
Cambiano i mezzi.
Le capitali restano.
Poi Franchini aggiunge un’altra cosa.
Parla della candidatura come di una dimostrazione di Forza Italia per il futuro.
Danilo Lupo suggerisce:
«Occhiuto…»
Franchini continua:
«Per Occhiuto e per quello che saranno le elezioni prossime…»
Lupo conclude:
«Le Politiche vere».
Anche qui, però, attenzione alle rivelazioni.
Che le elezioni suppletive di Reggio Calabria abbiano anche un significato nazionale non lo aveva nascosto nessuno.
Lo stesso Roscioli, nella presentazione della candidatura, aveva parlato del ruolo di Reggio negli equilibri del centrodestra nazionale.
Dunque anche le «Politiche vere» non spuntano all’improvviso dal buio di un fuorionda.
Forza Italia vuole misurare la propria forza.
Occhiuto e Cannizzaro hanno un peso crescente nel partito.
Il voto reggino interessa Roma.
Tutto legittimo.
Tutto politico.
E, soprattutto, tutto abbastanza visibile.
Il problema, se ce n’è uno, non sta nella scoperta.
Sta nel modo in cui Franchini l’ha raccontata.
La sua non è la voce dell’investigatore che trova la prova.
È quella dell’uomo che entra in cucina mentre gli altri stanno servendo la cena in sala e dice agli ospiti come è stato preparato il piatto.
Con meno eleganza.
Forse con troppa sincerità.
Ma senza cambiare la ricetta.
Per questo quei trenta secondi meritano di essere ascoltati senza attribuire loro più mistero di quanto ne contengano.
Franchini non ha smascherato Cannizzaro.
Non ha contraddetto Occhiuto.
Non ha smentito Roscioli.
Ha usato parole che loro non avrebbero usato.
E questo, in politica, qualche volta basta per fare notizia.
La sostanza, però, era già sul tavolo.
Fabio Roscioli non è stato candidato perché uomo di Reggio Calabria.
È stato candidato perché chi lo ha scelto sostiene che possa essere utile a Reggio Calabria.
Questa è la questione.
Ed è una questione perfettamente politica.
Si può discutere se un territorio debba essere rappresentato da chi vi è nato, vi vive e ne conosce direttamente storia e problemi.
Si può sostenere, al contrario, che contino di più l’esperienza, le relazioni e la capacità di incidere nei luoghi nei quali si prendono le decisioni.
Sono due idee della rappresentanza.
Saranno gli elettori a decidere quale preferiscono.
Il fuorionda non decide per loro.
Semmai rende più semplice capire la domanda.
Poi resta il tema delle suppletive come prova generale.
Anche qui non occorre scandalizzarsi.
I partiti hanno sempre utilizzato le elezioni per contarsi.
Persino quando giurano di non farlo.
Una comunale anticipa una regionale.
Una regionale viene letta pensando alle politiche.
Una suppletiva diventa un test nazionale.
È una vecchia storia.
La politica possiede la straordinaria capacità di considerare ogni elezione decisiva, tranne quella appena persa.
A Reggio Calabria accade qualcosa di molto più semplice di quanto suggerisca il clamore.
C’è un candidato romano che non nasconde di essere romano.
Ci sono due dirigenti politici calabresi che non nascondono di averlo scelto proprio per il suo profilo nazionale.
C’è un partito che non nasconde di attribuire a questa elezione anche un valore che supera i confini del collegio.
E c’è un assessore che, per trenta secondi, racconta tutto questo senza il manuale delle buone maniere sul tavolo.
Non è una confessione.
È una traduzione.
Dal politichese all’italiano corrente.
Molto corrente.
Forse troppo.
Ecco perché il punto non è chiedersi che cosa Franchini abbia svelato.
La risposta è semplice:
quasi niente.
Il punto è chiedersi perché una cosa già nota sembri improvvisamente diversa quando viene detta senza aggettivi, senza comunicati e senza portavoce.
Forse perché siamo abituati alla politica che mette la cravatta anche alle frasi.
Franchini, per trenta secondi, gliel’ha tolta.
Sotto c’era quello che avevamo già visto.
Roscioli non come uomo del territorio.
Roscioli come uomo ritenuto utile al territorio.
Roma come risorsa.
Reggio come collegio.
Forza Italia come partito che guarda anche al proprio futuro.
E le suppletive come elezioni locali alle quali la politica nazionale attribuisce un significato più largo.
Niente complotti.
Niente misteri.
Niente sipari squarciati.
Soltanto una frase brutale che racconta, con meno educazione, una storia già raccontata.
In Italia capita anche questo.
Passiamo settimane a cercare la verità nascosta.
Poi, quando qualcuno la dice in maniera sgarbata, ci accorgiamo che era sul giornale da giorni.
Alla fine la domanda da porsi non è se Roscioli non c'entra un cazzo con la città, ma se Franchini c'entra con la politica, visto lo scivolone inutile e inopportuno.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Marco Franchini: «Il candidato non c’entra un cazzo con la città». Ma non è una rivelazione Trenta secondi senza filtro Il fuorionda dell’assessore reggino non svela un segreto. Dice brutalmente quello che Reggio Calabria e l’Italia già sapevano. L’Editoriale di Luigi Palamara  In politica le parole servono spesso a rendere complicate le cose semplici. Poi arriva qualcuno che dimentica il vocabolario. Marco Franchini, assessore della Giunta Cannizzaro ed ex presidente della SACAL, parlando con Danilo Lupo della candidatura di Fabio Roscioli alle elezioni suppletive per la Camera, dice: «Il candidato di centrodestra, da quello che ho capito io, non c’entra un cazzo con la città». La frase è ruvida. Anzi, ruvidissima. Ha fatto rumore perché in politica certe cose si possono pensare, qualche volta si possono perfino dire, ma bisogna trovare le parole giuste. Franchini non le ha cercate. Ha preso una scorciatoia. Ma c’è un particolare che rischia di perdersi dentro il clamore. Franchini non ha rivelato quasi nulla. Che Fabio Roscioli non fosse un uomo della storia politica, civile o amministrativa di Reggio Calabria lo sapevano i reggini, lo sapevano i calabresi e lo sapeva chiunque avesse seguito per qualche minuto la vicenda. Roscioli è un avvocato romano, tesoriere nazionale di Forza Italia. Nessuno lo aveva presentato come il figlio politico di Reggio Calabria. Nessuno aveva raccontato che fosse cresciuto nelle sezioni di partito della città, che avesse amministrato uno dei suoi comuni o che avesse costruito qui il proprio percorso pubblico. Era tutto noto. Ed era stato detto. Francesco Cannizzaro aveva rivendicato pubblicamente la candidatura come una scelta maturata insieme a Roberto Occhiuto. Lo stesso Roscioli, presentandosi agli elettori, aveva spiegato di avere accettato la proposta per aiutare il territorio negli ultimi mesi della legislatura e aveva usato una parola abbastanza precisa. Ponte. Un ponte tra Reggio Calabria e Roma. Tra il territorio e i luoghi nei quali si prendono decisioni, si seguono dossier, si accompagnano progetti. Questa era la candidatura. Non Roscioli perché reggino. Roscioli perché, secondo chi lo ha scelto, utile a Reggio Calabria. La differenza non è piccola. Ed è bene dirlo perché altrimenti si rischia di trasformare trenta secondi di televisione in una specie di Watergate dello Stretto. Non c’è nessun segreto strappato a una cassaforte. Non c’è un documento clandestino. Non c’è una verità finalmente emersa dopo mesi di menzogne. C’è un assessore che dice male, molto male, quello che altri avevano già detto meglio. Cannizzaro parla di rapporti istituzionali. Occhiuto parla di una scelta politica. Roscioli parla di un ponte con Roma. Franchini riassume: «Non c’entra un cazzo con la città». Il linguaggio cambia. Il punto di partenza, molto meno. E forse proprio qui sta la parte interessante della storia. La politica possiede una lingua tutta sua. Se un candidato viene da lontano, si dice che ha un “profilo nazionale”. Se conosce i palazzi romani, possiede “relazioni istituzionali”. Se può parlare con ministri, dirigenti e partiti, garantisce “interlocuzione”. Se serve a portare avanti pratiche e progetti, diventa un “ponte”. Sono formule rispettabili. Talvolta sono anche vere. Franchini ha semplicemente buttato via la confezione. E dentro la scatola abbiamo trovato quello che già sapevamo. Roscioli non è stato scelto per rappresentare una biografia reggina. È stato scelto perché Cannizzaro e Occhiuto ritengono che il suo peso nazionale possa essere utile a Reggio e alla Calabria. Su questo gli elettori possono essere d’accordo oppure no. È la politica. E la politica, quando è chiara, almeno consente di scegliere sapendo di cosa si parla. Il discorso diventa più delicato quando Franchini aggiunge che il candidato servirebbe perché a Roma ci sarebbero finanziamenti da “sbloccare”. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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