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Quando l’odio entra nella cameretta

Quando l’odio entra nella cameretta

Non basta indignarsi per diciassette ragazzi finiti nel mirino degli investigatori. Bisogna domandarsi quale società abbia insegnato loro che la violenza può essere un’identità, l’insulto una prova di coraggio e l’odio una forma di libertà.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certe notizie non possono essere archiviate sotto la voce “cronaca”. Questa, per esempio. Diciassette persone perquisite in diverse città italiane, quattordici delle quali minorenni, nell’ambito di un’indagine di Ros e Digos su propaganda razzista, antisemitismo, suprematismo e contenuti collegati all’addestramento con finalità terroristiche. Secondo gli investigatori, nelle chat circolavano propaganda nazista, esaltazione di autori di stragi, materiali sull’uso delle armi e sulla costruzione di ordigni. Sono stati sequestrati anche coltelli e oggetti con simbologia nazista. Le accuse, naturalmente, dovranno essere verificate nelle sedi giudiziarie e gli indagati restano tali.

Ma il punto più inquietante non è soltanto ciò che sarebbe stato scritto. È l’età di chi lo scriveva.

Sedici anni. Diciassette. In qualche caso poco più.

Età nelle quali fino a ieri si litigava per una partita, per un motorino, per un amore non ricambiato. Oggi, dentro certi angoli della rete, si può incontrare invece una liturgia dell’odio costruita come un videogioco: gradi, simboli, nemici, gerarchie, appartenenza. Nei gruppi finiti nell’indagine comparivano nomi come “Chat del Nuovo Ordine Europeo” e “Fronte Fascista Italiano”; secondo le ricostruzioni giornalistiche, vi si diffondevano contenuti contro ebrei, omosessuali e persone di colore, insieme a materiale suprematista e neonazista.

E allora la domanda non può essere soltanto: chi sono questi ragazzi?

La domanda adulta, quella più scomoda, è un’altra: chi ha preparato il terreno sul quale questo linguaggio riesce a germogliare?

Non sarebbe serio attribuire automaticamente a questo o quel leader politico la responsabilità penale o morale di una radicalizzazione individuale. Mancano elementi per stabilire un nesso del genere. Sarebbe però altrettanto miope fingere che il linguaggio pubblico non abbia conseguenze.

Le parole non sono pallottole. Ma possono insegnare a considerare normale il bersaglio.

Quando nella discussione politica l’avversario diventa sistematicamente un traditore, un parassita, un invasore, un nemico da annientare; quando l’umiliazione viene venduta come autenticità e l’aggressività scambiata per coraggio; quando ogni limite viene deriso come censura, si produce un’abitudine. L’abitudine alla disumanizzazione.

E i più giovani, soprattutto quelli più soli, fragili o affamati di appartenenza, possono diventarne terreno di conquista.

Qui emerge un equivoco che andrebbe smontato una volta per tutte: la violenza verbale non diventa democrazia soltanto perché viene pronunciata in pubblico. E la libertà di espressione non trasforma ogni frase in una frase innocente.

In una democrazia liberale la libertà di parola è essenziale proprio perché consente idee scomode, dissenso, provocazione e critica radicale. Ma l’ordinamento distingue la manifestazione di un’opinione da condotte che possono integrare minacce, istigazione a delinquere o propaganda fondata sull’odio razziale e religioso. L’indagine di queste ore riguarda precisamente ipotesi di questo genere, non il semplice possesso di opinioni estremiste.

Ed è importante dirlo, perché invocare genericamente la “punizione di chi usa un linguaggio violento” rischierebbe di consegnare a qualcuno il potere di decidere quali opinioni siano ammissibili. Sarebbe un rimedio peggiore del male.

Occorre invece applicare con rigore le leggi quando vengono superati i confini fissati dalla legge, e contemporaneamente ricostruire qualcosa che nessun codice penale può fabbricare: una cultura del limite, della responsabilità e della fraternità concreta.

Perfino una parola oggi compromessa dall’uso politico merita di essere recuperata nel suo significato umano: cameratismo.

Quello vero non è la posa da branco.

Non è la divisa immaginaria, non è il grado distribuito dentro una chat, non è il saluto romano trasformato in fotografia da condividere.

Il cameratismo delle esperienze dure era un’altra cosa: mangiare insieme quando c’era poco da mangiare; dividere il peso; non lasciare indietro chi faticava; resistere alla paura perché accanto c’era qualcuno che avrebbe fatto lo stesso per te.

Era solidarietà prima ancora che ideologia.

Il fanatismo ne è la caricatura.

Il gruppo estremista non insegna a sostenere il compagno. Gli insegna ad avere un nemico. Non costruisce carattere: costruisce obbedienza. Non domanda sacrificio per qualcuno: pretende odio contro qualcuno.

E questo è forse il passaggio culturale più grave che stiamo sottovalutando.

Abbiamo una generazione che può raggiungere in pochi secondi propagande che un tempo richiedevano organizzazioni, sedi, reclutatori, viaggi, contatti clandestini. Oggi basta uno smartphone. La radicalizzazione può cominciare con una battuta, trasformarsi in meme, diventare comunità e infine offrirsi come identità. Nell’indagine attuale, gli investigatori descrivono proprio un ecosistema nel quale propaganda, immagini di massacri, videogiochi e materiale operativo potevano convivere nello stesso flusso digitale.

Per questo sbaglia chi pensa che basti chiudere una chat.

Ne nascerà un’altra.

Sbaglia anche chi pensa che la risposta possa essere soltanto repressiva.

Quando intervengono Ros, Digos e magistratura, significa che la società educativa è arrivata tardi. Forse inevitabilmente, qualche volta. Ma sempre tardi.

Prima dovrebbero esserci famiglie capaci di accorgersi del mutamento di un ragazzo. Scuole che insegnino la storia senza ridurla a una sfilza di date. Adulti che sappiano discutere senza trasformare ogni dissenso in una guerra civile in miniatura. Piattaforme più efficaci nell'intercettare reti che diffondono propaganda violenta e istruzioni operative, nel rispetto delle garanzie e della legge.

E soprattutto servirebbe una politica consapevole di una responsabilità elementare: chi possiede un megafono possiede anche una responsabilità maggiore sulle parole che sceglie.

Non perché un adolescente imiti automaticamente ciò che sente da un comizio o da un talk show. Sarebbe una spiegazione troppo facile. Ma perché i leader pubblici contribuiscono a stabilire ciò che una società considera normale.

E se l’insulto diventa normalità, il disprezzo diventa linguaggio.

Se il disprezzo diventa linguaggio, prima o poi qualcuno cercherà un bersaglio.

Il fatto che in questa indagine figurino così tanti minorenni dovrebbe spaventarci più dei simboli sequestrati. Le svastiche si possono togliere da una parete. I coltelli si possono sequestrare. Una chat può essere chiusa.

Più difficile è estirpare da un ragazzo l’idea che la vita abbia valore soltanto quando appartiene alla sua tribù.

È lì che bisogna intervenire.

Prima della perquisizione.

Prima del coltello.

Prima dell’ordigno.

Quando l’odio è ancora soltanto una parola digitata dietro una porta chiusa.

Luigi Palamara Giornalista,  Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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