Quelli che non sopportano il vento.
di Luigi Palamara
A che servivano le parole in un paese dove tutti conoscevano tutti, dove un rancore poteva durare più di un matrimonio e un’offesa passare di padre in figlio? A che serviva cercare di spiegare, quando era più facile gridare? A che serviva fare bene le cose, se proprio il farle bene finiva per attirare l’invidia di chi le aveva fatte male?
«Forse a niente,» disse.
Peppino sorrise, soddisfatto.
«Finalmente l’hai capito.»
Michele si rimise la giacca.
«Forse.»
Poi guardò gli uomini attorno alla stufa.
«Ma anche se non servisse a niente, resta il fatto che posso farlo.»
«Fare cosa?»
«Dire quello che penso.»
Peppino fece un gesto con la mano.
«Belle parole.»
Rocco, dalla porta, disse:
«Le parole diventano brutte soltanto quando non sono le nostre.»
Tutti si voltarono verso di lui.
Il vecchio si strinse nelle spalle.
«Io non so leggere bene,» continuò. «Ma una cosa la so. Se un uomo dice una sciocchezza, gli si risponde. Se dice una cosa giusta, ci si pensa. Solo i vigliacchi gli sputano addosso.»
Nessuno parlò.
Rocco uscì.
Michele lo seguì.
Fuori, la notte era scesa del tutto.
Camminarono verso casa senza parlare.
Quando arrivarono al bivio, Rocco si fermò.
«Tu domani scrivi ancora?»
Michele guardò la montagna.
Le cime non si vedevano, ma si sentivano. Stavano nel buio come grandi animali addormentati.
«Non lo so.»
«Scrivi.»
«Perché?»
Rocco indicò di nuovo i castagni.
«Perché il vento continuerà comunque.»
Michele sorrise.
«E se dà fastidio?»
Il vecchio si avviò lungo il sentiero.
«Il vento non chiede permesso.»
Michele rimase solo.
Dal paese arrivavano poche voci. Una porta sbatté. Un cane abbaiò dietro una rete.
Pensò agli uomini della bottega, alle risate trattenute, alle offese, ai piccoli rancori che crescevano nei paesi come l’erba tra le pietre.
Pensò anche ai potenti, quelli veri e quelli da cortile, che erano forse la stessa razza con vestiti diversi. Gli uomini che sopportavano tutto tranne di essere contraddetti.
Poi guardò verso il bosco.
Il vento passava tra gli alberi senza domandare a nessuno se fosse gradito.
E per la prima volta, quella sera, Michele capì che forse non era necessario essere utili a tutti.
Bastava non diventare inutili a se stessi.
Estratto dal libro di Luigi Palamara: Aspromonte, dove l'anima non muore.
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