Sono entrati per vedere una mostra. Hanno lasciato una lezione
A Palazzo Tommaso Campanella la mostra d'arte dedicata alla Madonna della Consolazione si trasforma in un momento di autentica partecipazione: la visita di una scolaresca abbatte i protocolli istituzionali, trasformando i banchi del potere in uno spazio di ascolto, domande e futuro.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Sembrava una mostra.
Una delle tante.
Un titolo solenne, una sala istituzionale, dodici artisti, qualche fotografia, le autorità, gli inviti, il comunicato stampa.
Tutto previsto.
Tutto ordinato.
Tutto normale.
Poi sono arrivati i bambini.
E la normalità è finita.
È successo a Palazzo Tommaso Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, nei giorni in cui Reggio vive uno dei momenti più profondi e identitari dell’anno: quelli dedicati alla Madonna della Consolazione.
Per la prima volta quel Palazzo ha scelto di rendere omaggio alla Patrona dei reggini attraverso una mostra d’arte.
“Consolazione, culti, devozione, memoria e comunità”.
Un titolo che sembrava racchiudere tutto.
E invece non racchiudeva ancora niente.
Perché le parole, finché restano stampate su una locandina, sono soltanto parole.
“Comunità”.
“Memoria”.
“Devozione”.
“Identità”.
Belle parole.
Ma quante volte le abbiamo sentite?
Quante volte sono state pronunciate nei convegni, infilate nei comunicati, ripetute davanti a un microfono e poi dimenticate cinque minuti dopo?
Questa volta, però, quelle parole hanno preso corpo.
La gente è arrivata davvero.
Numerosa.
Ha attraversato le sale, si è fermata davanti alle opere, ha osservato, ricordato, domandato.
E già questo è stato un piccolo miracolo laico.
Perché portare le persone dentro un Palazzo istituzionale non è sempre facile.
I Palazzi pubblici, diciamolo, qualche volta riescono nell’impresa straordinaria di appartenere a tutti e sembrare di nessuno.
Sono la casa dei cittadini, almeno sulla carta.
Ma spesso il cittadino li guarda da fuori.
Vede porte, corridoi, scrivanie, protocolli.
Vede il potere.
Raramente vede casa propria.
Questa volta è accaduto il contrario.
Palazzo Campanella ha aperto le porte e dentro quelle porte è entrata Reggio Calabria.
È entrata la sua fede.
È entrata la sua storia.
È entrata quella Madonna che per i reggini non è soltanto una statua, non è soltanto una processione, non è soltanto una festa religiosa.
È molto di più.
È il ricordo di una madre.
La mano di una nonna.
Un padre che da bambino seguiva la Vara.
Una preghiera sussurrata.
Una promessa.
Una lacrima.
Una città intera che, almeno per qualche giorno, sembra ricordarsi da dove viene.
La mostra avrebbe potuto fermarsi qui.
E sarebbe già stata un successo.
Ma poi sono arrivati loro.
I bambini.
Piccoli alunni accompagnati dalle loro maestre.
Sono entrati nella Sala Federica Monteleone e l’hanno trasformata.
Non servivano effetti speciali.
Non servivano discorsi solenni.
Non serviva spiegare che quello era un momento importante.
Lo hanno reso importante loro.
Con gli occhi.
Con le mani alzate.
Con la curiosità.
Con quelle domande che soltanto i bambini sanno fare perché non hanno ancora imparato il terribile mestiere degli adulti: fingere di aver capito tutto.
Sono stati accolti personalmente dal presidente del Consiglio regionale Salvatore Cirillo, dal capo di Gabinetto Milo Nucera, dalla vice capo di Gabinetto Sabina Cannizzaro, dal portavoce Francesco Chindemi, insieme agli artisti protagonisti della collettiva.
E improvvisamente i ruoli hanno perso importanza.
Il Presidente era davanti a dei bambini.
Gli artisti erano davanti a dei bambini.
Gli adulti, insomma, erano davanti al tribunale più innocente e più spietato del mondo.
Perché un bambino non conosce il protocollo.
Non sa che una certa domanda forse “non si fa”.
Non sa quando sarebbe opportuno tacere.
Non conosce il linguaggio istituzionale.
E soprattutto non applaude per educazione.
Se si annoia, si annoia.
Se non capisce, domanda.
Se qualcosa lo incuriosisce, vuole sapere.
Subito.
Ed eccole, allora, quelle domande.
Una dietro l’altra.
Ingenue.
Dirette.
Disarmanti.
Perché questo quadro?
Perché questi colori?
Che cosa significa?
Chi l’ha dipinto?
Perché la Madonna?
Perché la Vara?
Perché?
Perché?
Perché?
La parola più semplice del vocabolario.
E forse la più rivoluzionaria.
Gli adulti costruiscono interi palazzi di parole per evitare un “perché”.
I bambini lo pronunciano senza paura.
E costringono tutti a tornare all’essenziale.
Quel pomeriggio è successo proprio questo.
Sono cadute le formule.
Sono spariti i convenevoli.
È rimasto l’incontro.
Autentico.
Vero.
Umano.
Qualcuno potrà dire che furono momenti da Libro Cuore.
E sia.
Abbiamo forse paura di commuoverci?
Siamo diventati così sofisticati da vergognarci della semplicità?
Dobbiamo per forza sporcare di cinismo ogni cosa bella per dimostrare di essere intelligenti?
No.
Quella scena era bella.
E basta.
Era bella vedere dei bambini dentro il Palazzo del Consiglio regionale.
Era bello vederli interrogare un Presidente.
Era bello osservare gli artisti spiegare le proprie opere a chi non conosce né critici, né cataloghi, né quotazioni.
Era bello vedere un’istituzione che, almeno per un pomeriggio, non chiedeva ai cittadini di ascoltare.
Li ascoltava.
Ed è qui che quella mostra ha smesso di essere soltanto una mostra.
È diventata qualcosa di diverso.
Forse qualcosa di più importante.
Perché possiamo organizzare cento convegni sulla distanza tra cittadini e istituzioni.
Possiamo spendere migliaia di parole sulla partecipazione.
Possiamo inventare slogan, campagne, tavole rotonde.
Oppure possiamo aprire una porta.
Far entrare una classe di bambini.
Mettere un Presidente davanti alle loro domande.
E rispondere.
Tutto qui.
Sembra poco?
Non lo è.
Le istituzioni diventano credibili quando smettono di essere scenografie.
Quando hanno un volto.
Quando si lasciano toccare.
Quando un bambino può entrarci senza sentirsi fuori posto.
Quando può guardare chi le rappresenta negli occhi e chiedere semplicemente: “Perché?”.
Forse è questa la politica più alta.
Non quella gridata.
Non quella dei manifesti.
Non quella delle frasi preparate.
Quella dell’incontro.
E c’è qualcosa di ancora più bello.
Gli adulti avevano preparato quella visita pensando, probabilmente, di insegnare qualcosa ai bambini.
L’arte.
La tradizione.
La Madonna della Consolazione.
La storia di Reggio.
La Vara.
La memoria.
Poi i bambini hanno cominciato a fare domande.
E i maestri sono diventati allievi.
Perché succede sempre così.
Noi pensiamo di dover spiegare il mondo ai bambini.
Poi loro ci guardano con quegli occhi ancora incapaci di ipocrisia e ci ricordano quanto poco abbiamo capito noi.
Ci insegnano la curiosità.
Lo stupore.
L’assenza di pregiudizio.
La libertà di chiedere.
Ci ricordano che una cosa può essere importante senza essere complicata.
Che una comunità esiste davvero soltanto quando le generazioni si parlano.
E che la memoria non serve a niente se non viene consegnata a qualcuno.
Quel pomeriggio, nella Sala Federica Monteleone, è accaduto questo.
Una generazione ha consegnato qualcosa a quella successiva.
E quella successiva, quasi senza accorgersene, ha restituito molto di più.
Per questo quella giornata merita di essere ricordata.
Non perché c'erano le autorità.
Non perché c'erano le fotografie.
Non perché c'era un programma ufficiale.
Ma perché per qualche ora un Palazzo è diventato una casa.
Un Presidente è diventato un interlocutore.
Gli artisti sono diventati narratori.
E dei bambini sono diventati protagonisti.
Erano entrati per visitare una mostra.
Sono usciti lasciando una lezione.
A tutti noi.
Che forse avevamo dimenticato quanto sia semplice costruire comunità.
Basta aprire una porta.
Basta avere qualcosa da raccontare.
Basta trovare qualcuno disposto ad ascoltare.
E qualche volta basta la domanda di un bambino.
Una di quelle domande piccole, innocenti, quasi banali.
Una domanda capace però di mettere in difficoltà un adulto, un artista, perfino un Presidente.
“Perché?”
Finché i nostri bambini continueranno a farcela, quella domanda, avremo ancora una speranza.
E forse questo è stato il vero omaggio alla Madonna della Consolazione.
Non soltanto i quadri.
Non soltanto la mostra.
Non soltanto la memoria.
Ma una porta aperta sul futuro.
E dentro quella porta, quel pomeriggio, il futuro aveva il volto dei bambini.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Sono entrati per vedere una mostra. Hanno lasciato una lezione A Palazzo Tommaso Campanella la mostra d'arte dedicata alla Madonna della Consolazione si trasforma in un momento di autentica partecipazione: la visita di una scolaresca abbatte i protocolli istituzionali, trasformando i banchi del potere in uno spazio di ascolto, domande e futuro. L'Editoriale di Luigi Palamara  Sembrava una mostra. Una delle tante. Un titolo solenne, una sala istituzionale, dodici artisti, qualche fotografia, le autorità, gli inviti, il comunicato stampa. Tutto previsto. Tutto ordinato. Tutto normale. Poi sono arrivati i bambini. E la normalità è finita. È successo a Palazzo Tommaso Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, nei giorni in cui Reggio vive uno dei momenti più profondi e identitari dell’anno: quelli dedicati alla Madonna della Consolazione. Per la prima volta quel Palazzo ha scelto di rendere omaggio alla Patrona dei reggini attraverso una mostra d’arte. “Consolazione, culti, devozione, memoria e comunità”. Un titolo che sembrava racchiudere tutto. E invece non racchiudeva ancora niente. Perché le parole, finché restano stampate su una locandina, sono soltanto parole. “Comunità”. “Memoria”. “Devozione”. “Identità”. Belle parole. Ma quante volte le abbiamo sentite? Quante volte sono state pronunciate nei convegni, infilate nei comunicati, ripetute davanti a un microfono e poi dimenticate cinque minuti dopo? Questa volta, però, quelle parole hanno preso corpo. La gente è arrivata davvero. Numerosa. Ha attraversato le sale, si è fermata davanti alle opere, ha osservato, ricordato, domandato. E già questo è stato un piccolo miracolo laico. Perché portare le persone dentro un Palazzo istituzionale non è sempre facile. I Palazzi pubblici, diciamolo, qualche volta riescono nell’impresa straordinaria di appartenere a tutti e sembrare di nessuno. Sono la casa dei cittadini, almeno sulla carta. Ma spesso il cittadino li guarda da fuori. Vede porte, corridoi, scrivanie, protocolli. Vede il potere. Raramente vede casa propria. Questa volta è accaduto il contrario. Palazzo Campanella ha aperto le porte e dentro quelle porte è entrata Reggio Calabria. È entrata la sua fede. È entrata la sua storia. È entrata quella Madonna che per i reggini non è soltanto una statua, non è soltanto una processione, non è soltanto una festa religiosa. È molto di più. È il ricordo di una madre. La mano di una nonna. Un padre che da bambino seguiva la Vara. Una preghiera sussurrata. Una promessa. Una lacrima. Una città intera che, almeno per qualche giorno, sembra ricordarsi da dove viene. La mostra avrebbe potuto fermarsi qui. E sarebbe già stata un successo. Ma poi sono arrivati loro. I bambini. Piccoli alunni accompagnati dalle loro maestre. Sono entrati nella Sala Federica Monteleone e l’hanno trasformata. Non servivano effetti speciali. Non servivano discorsi solenni. Non serviva spiegare che quello era un momento importante. Lo hanno reso importante loro. Con gli occhi. Con le mani alzate. Con la curiosità. Con quelle domande che soltanto i bambini sanno fare perché non hanno ancora imparato il terribile mestiere degli adulti: fingere di aver capito tutto. Sono stati accolti personalmente dal presidente del Consiglio regionale Salvatore Cirillo, dal capo di Gabinetto Milo Nucera, dalla vice capo di Gabinetto Sabina Cannizzaro, dal portavoce Francesco Chindemi, insieme agli artisti protagonisti della collettiva. E improvvisamente i ruoli hanno perso importanza. Il Presidente era davanti a dei bambini. Gli artisti erano davanti a dei bambini. Gli adulti, insomma, erano davanti al tribunale più innocente e più spietato del mondo. Perché un bambino non conosce il protocollo. Non sa che una certa domanda forse “non si fa”. Non sa quando sarebbe opportuno tacere. Non conosce il linguaggio istituzionale. E soprattutto non applaude per educazione. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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