Tra le vetrine del centro, la danza popolare sconfigge il silenzio e la modernità distratta. Perché una comunità senza memoria è soltanto una folla con un indirizzo.
A Reggio Calabria il gruppo "La Ginestra" porta la musica popolare nel cuore della città: non folklore da vetrina, ma una dichiarazione d'identità e un argine contro l'indifferenza.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Esiste una Calabria che non protesta, non supplica, non presenta domanda in carta bollata per avere il diritto di esistere. Esiste. E basta.
A Reggio Calabria entra da Corso Garibaldi al passo della tarantella. Non con la timidezza del folklore messo in vetrina per i turisti, ma con la sicurezza antica di chi sa di essere a casa propria. Luigi Palamara l’ha fermata nelle sue immagini senza trucco e senza compiacimento. E forse proprio per questo quelle immagini dicono più di tanti convegni sulla cultura, sull’identità, sulle radici e sulle altre parole che diventano solenni quando cominciano a perdere significato.
Perché qui non c’è la Calabria da cartolina.
C’è una dichiarazione civile.
Perfino una provocazione, se vogliamo. Ma una provocazione educata, che non spacca vetrine e non alza barricate. Si limita a fare una cosa assai più fastidiosa: costringe a ricordare.
La tarantella, relegata per troppo tempo ai margini delle città e spesso anche ai margini di una certa cultura che considera moderno tutto ciò che dimentica da dove viene, questa volta prende il centro. Attraversa il corso principale, passa accanto alle vetrine, sfiora i tavolini, sorprende chi cammina distratto e ricorda a tutti una verità elementare: le città non sono fatte soltanto di pietre, monumenti e regolamenti comunali. Sono fatte soprattutto delle persone che le abitano.
E una comunità senza memoria è soltanto una folla con un indirizzo.
Guardateli danzare.
C’è un giovane che conduce e gli altri che lo seguono. Ma nessuno scompare dietro l’altro. Non è poco. Anzi, è quasi una lezione politica, nel significato più antico e meno partitico della parola: stare insieme senza rinunciare a essere se stessi.
L’organetto detta il respiro. Il tamburello lo incalza. I bassi tengono in piedi l’architettura musicale.
E intanto un bambino guarda.
Una donna sorride.
Un vecchio, forse, riconosce in un passo qualcosa che credeva perduto.
Sono queste le cose che non finiscono sui manifesti.
Strumenti poveri? Certo. Come erano povere le case, le campagne, le barche e spesso le tavole di chi quella musica l’ha costruita nei secoli. Ma la povertà degli strumenti non ha mai significato povertà della cultura. Soltanto chi confonde il prezzo con il valore può pensarlo.
Qui, infatti, nulla è improvvisato nel senso banale del termine.
Il passo ha una regola. Il cerchio ha un ordine. Il gesto ha una memoria.
La tradizione autentica non è caos. È disciplina sedimentata. È sapere senza cattedra. È una lingua imparata guardando gli altri, ascoltando i vecchi, sbagliando un passo e rifacendolo finché il corpo non ricorda da solo.
Da molto tempo il gruppo “La Ginestra” di San Salvatore, a pochi chilometri da Reggio Calabria, custodisce questa lingua.
Non come si custodisce un reperto archeologico dietro un vetro, ma come si custodisce il fuoco: tenendolo acceso.
Fanno ballare gli anziani e i bambini, gli esperti e chi muove i primi passi. Perché la musica popolare, quando è davvero popolare, non chiede curriculum. Non seleziona. Non concede patenti. Accoglie.
Nei canti ritornano la vendemmia e il mare.
Non per romanticismo.
La vendemmia e il mare sono fatica, attesa, rischio. Sono mani sporche, schiene piegate, silenzi lunghi. Sono soprattutto la conoscenza di una legge che il nostro tempo tenta disperatamente di abolire: non tutto avviene subito.
L’uva matura quando deve maturare. Il mare si attraversa quando lo permette. La terra dà se viene rispettata.
E il tempo, lui, non firma contratti con nessuno.
Quella gente lo sapeva.
Dopo il lavoro restava poco. Un bicchiere, una voce, un organetto, uno slargo, qualche amico. Eppure bastava per fare comunità.
Oggi abbiamo molto di più e, qualche volta, sappiamo stare insieme molto di meno.
È uno dei paradossi del progresso: abbiamo moltiplicato i mezzi per comunicare e spesso non sappiamo più che cosa dirci.
Questa danza, poi, non nasce ieri.
Affonda le sue radici in un tempo lungo, che attraversa il Mediterraneo, richiama il Kordax greco, incontra antichi movimenti rituali, sopravvive nelle processioni, nei paesi, nelle feste, nelle famiglie. È cultura alta proprio perché non ha mai avuto bisogno di definirsi tale.
Il problema comincia quando arrivano quelli che vogliono “valorizzarla”.
È una parola pericolosa, valorizzare.
Spesso significa prendere una cosa viva, ripulirla, semplificarla, confezionarla e infine venderla a chi non la conosce più. Così una tradizione diventa caricatura. Un’identità diventa costume. Una storia diventa scenografia.
Ed è qui che bisogna essere severi.
Questo patrimonio non è disponibile per qualunque uso.
Non è un accessorio da appiccicare addosso a una Calabria inventata, accomodante, pittoresca quanto basta e innocua quanto serve.
Non si presta.
Non si piega.
Non si vende.
E soprattutto non si sporca.
E allora eccola, in questo fine estate, sul Corso Garibaldi.
L’aria conserva ancora il calore del giorno, ma la sera comincia già a prendersi le strade. Le vetrine si accendono una dopo l’altra, qualcuno passeggia senza fretta, qualcuno ha ancora addosso il sale del mare, qualcuno pensa già all’autunno.
Poi arriva la musica.
Non bussa.
Non chiede spazio.
Entra.
L’organetto apre una porta invisibile e il tamburello la spalanca.
Per un momento il Corso smette di essere soltanto un Corso.
Diventa paese.
Diventa cortile.
Diventa memoria.
Una ragazza gira su se stessa, una gonna segue il vento, due mani si cercano e poi si lasciano, un bambino prova il passo degli adulti e sbaglia felicemente.
Il sole se n’è quasi andato.
Ma resta una luce sulle facce.
Quella luce che nessun Comune può installare e nessun negozio può vendere.
È la luce di chi, per qualche minuto, si riconosce nell’altro.
Questo fine estate passa come passano tutte le estati. Le giornate si accorciano, le sedie dei lidi vengono accatastate, le finestre si chiudono un po’ prima. Anche il mare, la sera, sembra parlare più piano.
Ma sul Corso Garibaldi resta qualcosa.
Un passo.
Una nota.
Un tamburello che continua a battere anche quando ha smesso di suonare.
Perché certe musiche finiscono nell’aria e cominciano dentro le persone.
Ed è lì che la tarantella diventa qualcosa di più di una danza.
Diventa riconoscimento.
Diventa appartenenza.
Diventa il modo semplice, quasi ostinato, con cui una terra dice ai suoi figli: ricordatevi di me.
E quella Calabria aspromontana, severa, poco incline alle dichiarazioni sentimentali, abituata a parlare con il lavoro più che con le parole, sembra rispondere senza rispondere.
Con un piede che batte il tempo.
Con una mano che accompagna.
Con una voce che parte da lontano e arriva fin qui.
Difendere tutto questo non significa voler tornare indietro.
La nostalgia è contemplazione del passato.
La memoria è responsabilità verso il futuro.
E c’è una differenza enorme.
In un tempo che consuma tutto, perfino i ricordi, sapere chi siamo non è un vezzo da nostalgici. È una forma di resistenza civile.
Perché chi perde la memoria non diventa più moderno.
Diventa soltanto più solo.
E forse è proprio per questo che, in una sera di fine estate, basta una tarantella sul Corso Garibaldi per ricordarci che una comunità esiste ancora.
Finché qualcuno suona.
Finché qualcuno danza.
Finché qualcuno, passando, si ferma.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.