Un insulto o una diagnosi? Quando il giornalismo perde la fiducia e insegue solo i clic
Il caso dello striscione della curva della Reggina e il declino dell'informazione digitale
La volgarità di un cartello non cancella il problema di fondo: l'approssimazione, il sensazionalismo e la superficialità di molte testate che barattano la credibilità con il traffico web, dimenticando il metodo e la responsabilità del proprio mestiere.
L'Editoriale di Luigi Palamara
«StrettoWeb fogna di Reggio».
Lo hanno scritto i tifosi della Reggina su uno striscione il 6 settembre.
Non è elegante.
Ma neppure una fogna lo è.
E il punto, infatti, non è stabilire se lo striscione fosse raffinato. Il punto è capire perché qualcuno abbia sentito il bisogno di scriverlo.
Perché in Italia succede una cosa curiosa.
Quando un giornale pubblica una sciocchezza, spesso si tace.
Quando qualcuno lo dice, ci si scandalizza.
La notizia falsa passa.
L’insulto alla notizia falsa diventa invece un caso morale.
È una forma di igiene pubblica molto originale: si discute del cattivo odore e si evita accuratamente di guardare da dove viene.
Da anni contesto articoli e ricostruzioni di StrettoWeb che, a mio giudizio, hanno mostrato approssimazione, verifiche insufficienti, titoli sproporzionati o informazioni poi risultate inesatte.
E sia chiaro un punto, perché è fin troppo facile spostare la discussione altrove.
Noi non diamo lezioni di giornalismo a nessuno.
E, francamente, non ne vogliamo ricevere.
Non ci interessa salire in cattedra, distribuire patenti, stabilire chi sia degno del mestiere e chi no.
Non è questo il punto.
Noi facciamo una cosa molto più semplice e molto meno solenne: prendiamo i fatti, li verifichiamo, li confrontiamo e, quando riscontriamo un errore, un’incongruenza, una notizia smentita o una ricostruzione che non regge alla prova dei documenti, lo evidenziamo.
Tutto qui.
Nessuna lezioncina.
Nessuna superiorità morale.
Nessun pulpito.
Soltanto fatti verificati.
Perché, alla fine, il problema non è chi impartisce lezioni a chi.
Il problema è se una notizia è vera oppure no.
Se una fonte è stata controllata oppure no.
Se un titolo corrisponde ai fatti oppure li forza.
Se una rettifica arriva con la stessa evidenza dell’errore oppure viene nascosta quando ormai il danno è fatto.
Il resto è teatro.
Non è una questione personale.
Non è invidia.
Non è odio.
È una questione molto più noiosa.
Si chiama giornalismo.
Il giornalismo verifica.
Controlla.
Dubita.
Chiama una seconda fonte.
Legge i documenti.
E quando non sa, scrive che non sa.
Sembrano banalità.
Oggi sono quasi atti rivoluzionari.
Perché il giornalismo digitale ha imparato presto una regola più redditizia.
La prudenza non fa clic.
La cannonata sì.
Scrivere «forse» rende poco.
Scrivere «clamoroso» rende di più.
Controllare una notizia richiede tempo.
Pubblicarla subito richiede soltanto un dito.
Il resto lo fa l’algoritmo.
E se poi la notizia è sbagliata?
Pazienza.
Il titolo ha già viaggiato.
La condivisione è partita.
La pubblicità è stata vista.
La smentita, invece, arriva dopo.
Sempre dopo.
Con passo discreto.
Quasi chiedendo scusa per il disturbo.
È il miracolo contemporaneo dell’informazione: la bufala corre in motocicletta, la rettifica torna a piedi.
Eppure il problema, per qualcuno, sarebbe lo striscione.
Naturalmente.
È molto più comodo.
Perché lo striscione è brutto.
La cattiva informazione, invece, può essere ben impaginata.
Ha un logo.
Ha una redazione.
Ha i banner pubblicitari.
Ha perfino la dicitura “testata giornalistica”.
E qui comincia il malinteso.
Essere una testata giornalistica è una condizione formale.
Fare giornalismo è un’altra cosa.
Non basta una registrazione.
Non basta un direttore responsabile.
Non basta una pagina Facebook.
Il giornalismo è un metodo.
E dire questo non significa impartire una lezione.
Significa semplicemente ricordare che qualunque attività professionale si misura sui risultati e sui fatti.
Se un giornale pubblica una notizia corretta, la notizia reggerà alle verifiche.
Se pubblica una notizia errata, non sarà una nostra opinione a renderla errata.
Saranno i fatti.
È una distinzione elementare, ma fondamentale.
Perché oggi basta criticare una notizia per sentirsi rispondere che si sta attaccando il giornalismo.
No.
Contestare un fatto falso non significa attaccare il giornalismo.
Significa, semmai, pretendere che il giornalismo resti giornalismo.
Se manca il metodo, rimane il contenitore.
E dentro il contenitore può esserci di tutto.
Informazione.
Opinione.
Sensazionalismo.
Approssimazione.
Oppure quella miscela ormai molto diffusa che consiste nel prendere un fatto piccolo, gonfiarlo finché diventa enorme e poi consegnarlo al lettore con il solito titolo da fine del mondo.
Il lettore clicca.
Missione compiuta.
Poi c’è il corporativismo.
Quello non manca mai.
Critichi un giornale?
Attenti alla libertà di stampa.
Contesti un titolo?
Vuoi censurare.
Chiedi verifiche?
Sei contro i giornalisti.
È una logica singolare.
Un medico può essere criticato se cura male.
Un avvocato se lavora male.
Un ingegnere se progetta male.
Un giornalista, invece, quando sbaglia dovrebbe essere protetto dalla categoria.
No.
La libertà di stampa non significa libertà dalle critiche.
Significa libertà dalla censura.
E proprio perché il giornalismo deve essere libero, deve anche essere responsabile.
Altrimenti la libertà diventa un alibi.
E qui vale la pena ripeterlo: nessuno pretende di possedere il manuale perfetto del buon giornalista.
Noi per primi possiamo sbagliare.
E quando sbagliamo, è giusto che qualcuno ce lo faccia notare.
Ma c’è una differenza enorme tra una critica documentata e una lezioncina impartita dall’alto.
La prima serve.
La seconda spesso serve soltanto a chi la pronuncia.
Noi preferiamo la prima.
Mostrare una notizia.
Metterla accanto ai documenti.
Confrontarla con ciò che è realmente accaduto.
E lasciare che il lettore giudichi.
Questo dovrebbe bastare.
Non serve chiudere giornali.
Non serve chiedere interventi politici.
Anzi, sarebbe un rimedio peggiore del male.
Serve qualcosa di molto più semplice.
Giudicare il giornalismo con i criteri del giornalismo.
I fatti sono verificati?
Le fonti sono attendibili?
I titoli corrispondono agli articoli?
Gli errori vengono corretti?
Le opinioni vengono presentate come opinioni e le notizie come notizie?
Tutto qui.
Non è un tribunale.
Non è una scuola.
Non è una cattedra.
È il mestiere.
E forse è proprio questo che rende quello striscione così fastidioso.
Perché può essere liquidato come volgare.
Ma non è altrettanto facile liquidare ciò che esprime.
La credibilità non viene concessa per decreto.
Non la attribuisce l’Ordine.
Non la certifica una testata registrata.
La credibilità la dà il lettore.
E il lettore può anche toglierla.
Quando questo accade, indignarsi contro il lettore serve a poco.
Bisognerebbe chiedersi perché.
Una testata può avere migliaia di visite.
Può dominare i social.
Può pubblicare cento articoli al giorno.
Può accumulare clic come un supermercato accumula scontrini.
Ma se il pubblico comincia a pensare che ogni sua notizia debba essere controllata altrove prima di essere creduta, allora il problema esiste.
Ed è un problema molto più grave di uno striscione.
Perché un giornale vive di fiducia.
Persa quella, resta il traffico.
Ma il traffico non è giornalismo.
È traffico.
Qualcuno dirà che lo striscione è eccessivo.
Può darsi.
Qualcuno dirà che è offensivo.
Lo è.
Qualcuno dirà che una curva non può stabilire cosa sia giornalismo.
Vero anche questo.
Ma una curva può dire che non si fida più.
E questo, per un giornale, dovrebbe essere molto più inquietante di una parolaccia.
Perché alla fine la questione è tutta qui.
Noi non pretendiamo di insegnare nulla a nessuno.
Non abbiamo lezioni da impartire e non abbiamo lezioncine da ricevere.
Abbiamo soltanto il diritto di prendere un fatto e verificarlo.
Di mostrare quando una notizia non corrisponde alla realtà.
Di documentare un errore.
Di contestare un titolo.
Di chiedere conto di una ricostruzione.
E soprattutto di lasciare che sia il lettore, alla fine, a decidere.
Perché i fatti hanno un pregio che le prediche non possiedono.
Non chiedono obbedienza.
Chiedono soltanto di essere controllati.
Se pensate che quei tifosi abbiano torto, dunque, non serve insultarli.
Non serve spiegare loro la libertà di stampa.
Non serve indignarsi.
E non servono lezioncine a chi evidenzia errori documentati.
Serve una cosa molto più convincente.
Fate parlare i fatti.
Verificate.
Correggete.
Dimostrate.
E lasciate che il lettore tragga le proprie conclusioni.
Perché una parola scritta su uno striscione può essere soltanto un insulto.
Ma quando troppa gente la considera plausibile, forse è arrivato il momento di domandarsi se non sia diventata una diagnosi.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontano
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