L'ITALIA CHE SPACCA LE VETRINE E NON VEDE I PROPRI FIGLI
Tra ragazzi senza futuro, politici senza risposte e adulti senza coraggio, il vero scandalo non è soltanto la violenza nelle strade. È il Paese che abbiamo costruito.
L'Editoriale di Luigi Palamara
C'è un'Italia che spacca le vetrine. E ce n'è un'altra che, comodamente seduta in poltrona, spacca sentenze.La prima lancia sassi, saccheggia negozi, insulta poliziotti e si filma con il telefonino. La seconda lancia dichiarazioni, distribuisce colpe, confeziona indignazione e si prepara per il prossimo talk show.
Fra le due, come sempre, c'è un Paese che lavora, paga le tasse, prende treni in ritardo, arriva a stento alla fine del mese e, soprattutto, ha paura.
Paura di uscire. Paura di non farcela. Paura dei propri figli. E, qualche volta, paura per i propri figli.
Ma di quest'Italia, naturalmente, non parla quasi nessuno.
Perché la paura non fa spettacolo. La rissa sì.
Il grande circo degli indignati.
Appena scoppia il disordine, si apre il sipario.
Il sindaco lamenta che le forze dell'ordine fossero insufficienti. Il ministro dell'Interno risponde con un'etichetta: radical chic. I rapper si scambiano lezioni di sociologia e accuse di ipocrisia. Chi frequenta i salotti buoni difende la rabbia delle periferie. Chi frequenta le periferie, spesso, non è stato invitato nei salotti buoni.
Il ministro dei Trasporti ricorda solennemente che chi rompe paga.
Giustissimo, ministro.
Ma viene spontanea una domanda: quando si rompe un treno, chi paga?
Perché il cittadino che aspetta due ore su una banchina, dopo aver pagato un biglietto per un servizio che non funziona, non ha diritto a una predica. Ha diritto a un treno.
E possibilmente puntuale.
Il ministro della Giustizia propone di aumentare la capienza degli istituti penali minorili.
Ecco la soluzione italiana per eccellenza: quando una società non sa più educare, costruisce posti dove rinchiudere chi non è stato educato.
Sia chiaro: chi delinque deve rispondere delle proprie azioni. La responsabilità individuale non è un'invenzione della destra, come la giustizia sociale non è una proprietà privata della sinistra.
Ma pensare che basti allargare le carceri per risolvere il disagio giovanile equivale a credere che, aumentando i cimiteri, si possa sconfiggere la morte.
I rivoluzionari con le scarpe degli altri.
Poi arrivano gli intellettuali.
Quelli che spiegano che la violenza dei più deboli è inevitabile. Quelli che giustificano una vetrina infranta perché appartiene a una multinazionale. Quelli che considerano qualche paio di scarpe rubate una modesta tassa sulla ricchezza.
Curiosa concezione della giustizia.
Perché dietro quella vetrina non c'è soltanto un marchio internazionale. C'è una commessa che guadagna mille euro al mese. C'è un ragazzo con un contratto precario. C'è qualcuno che, alla fine del turno, deve tornare a casa con l'autobus.
E forse è proprio questa la tragedia di una certa sinistra: aver imparato ad amare così tanto gli oppressi in teoria da non riconoscerli più nella realtà.
Il capitalismo si può criticare. Si deve persino criticare, quando produce ingiustizie.
Ma il saccheggio non è una teoria economica.
E rubare un paio di sneakers non significa abbattere il sistema. Significa rubare un paio di sneakers.
La rivoluzione, almeno una volta, pretendeva qualche idea. Oggi, a quanto pare, può bastare una taglia 43.
La destra che urla e la sinistra che assolve.
Dall'altra parte della barricata, lo spettacolo non migliora.
La destra invoca espulsioni, rimpatri, tolleranza zero. Talvolta senza nemmeno distinguere fra cittadini italiani, stranieri regolari e immigrati irregolari.
Basta un cappuccio, una tuta, una carnagione diversa e il processo è concluso.
Colpevole.
Possibilmente straniero.
Se poi il ragazzo è nato in Italia, ha frequentato le nostre scuole, parla il nostro dialetto e conosce del Paese d'origine dei genitori poco più di quanto noi conosciamo la geografia dell'Asia centrale, il problema diventa imbarazzante.
Dove vorremmo rimandarlo?
A casa sua?
Ma casa sua è qui.
La sinistra, invece, troppo spesso commette l'errore opposto: cerca una spiegazione sociale per ogni gesto, fino a rischiare di trasformarla in un'assoluzione.
Come se la povertà fosse una licenza di delinquere.
Non lo è.
Milioni di persone vivono con poco, lavorano duramente, rispettano gli altri e non spaccano una sola vetrina.
Sono proprio loro a meritare rispetto. Non chi usa il disagio come alibi per la violenza.
La verità, scomoda per entrambi gli schieramenti, è che si può essere vittime di un'ingiustizia e responsabili di un reato nello stesso momento.
Una cosa non cancella l'altra.
Ma per comprenderlo bisognerebbe ragionare.
E ragionare, nell'Italia degli slogan, è diventata un'attività quasi sovversiva.
I figli di TikTok e i padri assenti.
Poi finalmente parlano loro. I ragazzi.
Uno dice di essere sceso in piazza per fare casino.
Un altro ammette di aver seguito gli amici dopo aver visto un video su TikTok.
Un altro ancora racconta di non sopportare più la preoccupazione dei genitori davanti al conto della spesa.
Tre risposte. Tre mondi.
Il primo cerca il brivido della distruzione. Il secondo non sa nemmeno perché si trovi lì. Il terzo ha già conosciuto un'angoscia che nessun adolescente dovrebbe portarsi addosso: quella di sentirsi un peso economico per la propria famiglia.
Metterli tutti nello stesso sacco è comodo.
Ma è anche stupido.
Perché non tutti i ragazzi arrabbiati sono delinquenti. E non tutti i delinquenti sono ragazzi disperati.
C'è chi distrugge per rabbia. Chi per imitazione. Chi per opportunismo. Chi per il semplice piacere di sentirsi potente, almeno per cinque minuti, davanti a uno schermo.
E qui compare il grande assente di ogni dibattito: la famiglia.
Un padre racconta di aver scoperto alle due di notte, grazie a una telefonata della questura, che il figlio minorenne era stato arrestato.
Viene da domandarsi dove pensasse che fosse suo figlio.
Certo, non tutti i genitori possono controllare ogni movimento dei ragazzi. E nessuna famiglia possiede il manuale infallibile dell'educazione.
Ma un Paese in cui ci si accorge dell'assenza di un figlio soltanto quando telefona la polizia dovrebbe interrogarsi su qualcosa di più profondo dell'ordine pubblico.
Abbiamo dato ai ragazzi telefoni costosissimi, connessioni velocissime e accesso illimitato al mondo.
Poi abbiamo dimenticato di insegnare loro come starci dentro.
Abbiamo confuso la libertà con l'assenza di regole, il dialogo con la rinuncia all'autorità, l'affetto con il permesso di fare qualsiasi cosa.
E quando il risultato ci esplode davanti, chiediamo allo Stato di fare in una notte quello che famiglia, scuola e società non sono riuscite a fare in quindici anni.
Il poliziotto da millecinquecento euro.
C'è poi un uomo di cui ci ricordiamo soltanto quando compare in televisione con un casco in testa.
Il poliziotto.
Quello che, per uno stipendio modesto e turni spesso massacranti, deve affrontare sassi, bottiglie, insulti e provocazioni.
Quello che, se reagisce in modo sproporzionato, deve giustamente risponderne. Ma se resta ferito, rischia di diventare una breve notizia prima della pubblicità.
Anche lui ha una famiglia.
Anche lui ha un mutuo.
Anche lui, quando torna a casa, vorrebbe trovare qualcuno che gli chiedesse come è andata la giornata, senza dover spiegare perché ha una fasciatura sul braccio.
Eppure c'è chi lo considera automaticamente un oppressore, come se indossare una divisa cancellasse la dignità della persona.
Provate a immaginare, per un momento, che gli agenti si facciano da parte.
Che lascino la piazza ai saccheggiatori.
Che non intervengano.
Chi difenderebbe la commessa? Chi proteggerebbe il passante? Chi impedirebbe al più violento di imporre la propria legge?
La democrazia ha bisogno di una polizia che rispetti i cittadini.
Ma ha altrettanto bisogno di cittadini che rispettino la polizia.
Non è autoritarismo.
È civiltà.
Il Paese dei maestri senza lezioni.
Intanto, dagli studi televisivi, qualche anziano opinionista impartisce lezioni ai giovani.
Dovete studiare, dice. Dovete informarvi. Dovete imparare.
Ha ragione, naturalmente.
Ma dimentica un particolare: l'età non è una laurea in saggezza.
Si può avere ottant'anni ed essere intelligenti. E si può averne ottanta senza aver capito nulla.
Così come si può essere giovani e impreparati, oppure giovani e capaci di vedere ciò che gli adulti fingono di non vedere.
Il rispetto si deve alle persone, non alla data di nascita.
E una generazione che ha consegnato ai propri figli debiti pubblici, precarietà, case irraggiungibili e un ascensore sociale quasi fermo dovrebbe forse accompagnare le prediche con qualche esame di coscienza.
Non per questo i giovani hanno diritto di distruggere.
Ma gli adulti non hanno il diritto di dichiararsi innocenti.
Abbiamo costruito una società che misura il valore di una persona dal prezzo delle scarpe, dal numero dei follower e dall'automobile che guida.
Poi ci scandalizziamo se qualcuno pensa che impossessarsi di quelle scarpe equivalga a conquistare un'identità.
Abbiamo insegnato il consumo prima del merito.
L'apparenza prima della sostanza.
Il successo prima della responsabilità.
E adesso pretendiamo che i ragazzi abbiano valori che noi stessi abbiamo smesso di praticare.
Cinque parole che valgono più di cento comizi.
Alla fine interviene il Presidente della Repubblica.
Condanna ogni violenza, esprime solidarietà alle forze dell'ordine, invita a un'analisi seria e approfondita.
Parole necessarie. Parole giuste.
Ma c'è una distanza immensa fra ciò che le istituzioni dichiarano e ciò che un ragazzo sente quando esce di casa.
E forse, per misurare quella distanza, non serve un'altra commissione parlamentare.
Basta entrare in una scuola.
Una maestra assegna un tema.
La traccia è semplice: Descrivi il futuro che desideri.
Un bambino di dodici anni, nato in Italia da genitori stranieri, consegna cinque parole.
Non voglio più avere paura.
Cinque parole.
Nessun riferimento alla destra. Nessun riferimento alla sinistra. Nessuna teoria sociologica. Nessuna bandiera da sventolare. Nessun nemico da insultare.
Soltanto il desiderio elementare di vivere senza paura.
E qui, signori miei, finisce il divertimento.
Perché quel bambino non chiede privilegi. Non chiede impunità. Non chiede di diventare ricco, famoso o potente.
Chiede ciò che una società civile dovrebbe garantire prima di qualsiasi altra cosa: la possibilità di crescere senza sentirsi minacciato.
E noi, invece, siamo impegnati a discutere se la vetrina rotta sia colpa del capitalismo, dell'immigrazione, del governo, dell'opposizione, dei social network o della luna storta.
Forse sarebbe il caso di cominciare a chiamare le cose con il loro nome.
La violenza è violenza.
La povertà è povertà.
L'abbandono è abbandono.
La responsabilità è responsabilità.
E la paura di un bambino non è un argomento elettorale.
È una sconfitta collettiva.
Perché un Paese non si giudica dalla severità con cui punisce i suoi ragazzi peggiori, né dalla facilità con cui li assolve.
Si giudica dalla capacità di impedire che altri ragazzi diventino come loro.
Le vetrine si possono sostituire. Le merci si possono ricomprare. I muri si possono riparare.
Ma un'infanzia trascorsa nella paura non si restituisce con uno scontrino.
E mentre ministri, sindaci, artisti, intellettuali e opinionisti continueranno a contendersi l'ultima parola, quel bambino avrà già pronunciato l'unica che conta.
Anzi, cinque.
Non voglio più avere paura.
E il fatto che a dodici anni debba ancora chiederlo è il più severo atto d'accusa contro l'Italia degli adulti.
Un'Italia che sa fare molto rumore.
Ma che, quando un bambino le parla, non sa più ascoltare.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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