MELONI GIOCA A NASCONDINO. MA CHI STA GIOCANDO CON L'ITALIA?
Tra silenzi, misteri e guerra ibrida, una domanda inquietante: chi muove davvero le pedine sulla scacchiera italiana?
L'Editoriale di Luigi Palamara
C'è un gioco che Giorgia Meloni sembra conoscere bene: il nascondino. Un gioco antico, innocente quando lo praticano i bambini. Un po' meno quando diventa metafora dei rapporti tra il potere e chi dovrebbe interrogarlo.
Per quattro anni, almeno secondo i suoi critici, la Presidente del Consiglio avrebbe preferito il monologo al confronto, l'informativa al contraddittorio, la comunicazione alla domanda scomoda.
Ma questa volta la partita appare diversa.
Dall'altra parte non ci sono giornalisti armati di taccuino e microfono. C'è una realtà dai contorni ancora incerti, identificata nel racconto con il nome di «17 Ottobre». Una squadra, un'organizzazione, una sigla? Prima di tutto, un interrogativo che meriterebbe risposte documentate.
Se davvero esistesse una struttura capace di muoversi indisturbata da un capo all'altro del Paese, eludendo un apparato di sicurezza articolato e capillare, il problema non sarebbe soltanto individuare chi ne faccia parte.
Sarebbe capire come ciò possa accadere.
Perché uno Stato non si misura soltanto dalla capacità di proteggere chi governa, ma anche da quella di prevenire ciò che potrebbe minacciarne la stabilità.
E qui il nascondino smetterebbe di essere un gioco.
Da tempo sentiamo parlare di guerra ibrida. Un'espressione diventata familiare nel vocabolario della politica contemporanea. Si evocano interferenze straniere, operazioni di destabilizzazione, campagne di disinformazione e interessi geopolitici.
Tutto possibile. Ma le possibilità non sono prove.
E allora nasce una domanda che una democrazia dovrebbe poter affrontare senza timore: siamo certi di conoscere l'origine di ogni minaccia che viene attribuita all'esterno?
Potrebbero esistere anche interessi interni capaci di alimentare tensioni, sfruttare paure o trarre vantaggio dall'incertezza politica?
È un'ipotesi, non un'accusa. E proprio per questo richiede verifiche, non sentenze anticipate.
Sarebbe altrettanto superficiale escludere da ogni riflessione le opposizioni. Anche a loro spetta il dovere della chiarezza, soprattutto quando si affrontano questioni che riguardano la sicurezza nazionale e la tenuta delle istituzioni.
Ma attenzione: l'ambiguità politica non dimostra una complicità. Il sospetto non sostituisce un'indagine. E una domanda, per quanto scomoda, non diventa una verità soltanto perché nessuno vi risponde.
È qui che la politica dovrebbe ritrovare il coraggio della trasparenza.
Non servono proclami. Non servono nemici immaginari. Non serve neppure trasformare ogni mistero in un complotto.
Servono fatti. Nomi, quando esistono. Responsabilità, quando vengono accertate. E spiegazioni, quando possono essere fornite senza compromettere indagini o sicurezza.
Perché il vero pericolo, in una democrazia, non è soltanto ciò che si nasconde nell'ombra.
È anche l'abitudine dei cittadini a vivere nell'ombra delle risposte mancate.
Giorgia Meloni governa. Le opposizioni controllano. Le istituzioni vigilano. Ognuno ha un ruolo, e nessuno dovrebbe sottrarsi alle domande legittime.
Chi sono gli organizzatori del cosiddetto «17 Ottobre»? Quali elementi concreti ne attestano l'attività? Esistono falle nei sistemi di prevenzione? E quali responsabilità, se mai ve ne fossero, sono state accertate?
Sono queste le domande da cui cominciare.
Perché in una Repubblica seria il dubbio deve aprire la strada alla verità, non prenderne il posto.
E il nascondino, prima o poi, deve finire.
Altrimenti il rischio è che, mentre tutti cercano chi si nasconde, nessuno si accorga di ciò che sta accadendo sotto gli occhi di tutti.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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