SCIALÀTI
Una parola antica, un luogo nuovo. E tutta l’anima della Calabria.
Tant’anni arrétu ’nta chistu pajsi,
canzuni, tarantelli e risati.
Nuddhu era baruni o marchisi
ma tutti quanti facìanu scialàti.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Certe parole non appartengono soltanto a una lingua. Appartengono a un popolo. Ne custodiscono la memoria, ne raccontano le fatiche, ne consolano le nostalgie. Sono parole che hanno attraversato i secoli senza invecchiare, passando di bocca in bocca, di casa in casa, come il pane spezzato sulla tavola.
Scialàti è una di queste. Forse una delle più belle che un calabrese abbia mai pronunciato.
La ritroviamo nei versi di Gianni Favasuli, poeta calabrese, una eccellenza, un Africese, che in una semplice strofa restituisce un mondo intero. Un mondo nel quale nessuno era barone o marchese, eppure tutti conoscevano quella particolare ricchezza che non si misura con il denaro: la gioia di stare insieme.
Scialàti.
Basta pronunciarla lentamente per sentire qualcosa che si risveglia dentro. Il rumore delle sedie trascinate davanti alle porte nelle sere d'estate. Le voci che si rincorrevano nei vicoli. Il vino versato senza contare i bicchieri. Il profumo della carne sulla brace. Un piatto di salumi al centro della tavola, perché nessuno dovesse sentirsi ospite e tutti potessero sentirsi a casa.
Erano tempi nei quali si possedeva poco, ma quel poco bastava a riempire la vita. Non perché mancassero le privazioni, che anzi erano tante, ma perché esisteva un'arte antica, quasi dimenticata: quella di trasformare lo stare insieme in una forma di felicità.
Scialàti non era soltanto un invito al piacere. Era un modo di abitare il mondo. Una maniera di riconoscersi negli altri, di rispettarsi, di condividere ciò che si aveva, senza chiedersi quanto valesse.
Dentro questa parola c'è la Calabria più autentica. Quella che non ha mai avuto bisogno di grandi ricchezze per conoscere la generosità. Quella dei nostri padri e dei nostri nonni, delle mani indurite dal lavoro e dei sorrisi che, nonostante tutto, sapevano ancora illuminare una giornata.
Le parole, quando sono vere, non muoiono. Aspettano soltanto qualcuno capace di restituire loro una casa.
Ed è forse questo il significato più bello di ciò che oggi accade a Reggio Calabria.
Al numero 224 di Corso Garibaldi ha aperto un nuovo locale. Si chiama SCIALÀTI.
Un nome che è già un racconto. Una dichiarazione d'amore verso la propria terra. Una piccola sfida a un tempo che sembra averci insegnato a correre, ma non sempre a fermarci; a consumare, ma non necessariamente ad assaporare; a incontrarci, ma qualche volta dimenticando il piacere di riconoscerci.
Qui, invece, quella parola antica prova a farsi presente.
Si fa luogo, tavola, bicchiere, incontro. Si accompagna ai sapori di qualità, al gusto delle cose buone, alla semplicità di un piatto condiviso. Ma soprattutto si riconosce in qualcosa che nessuna ricetta può insegnare: la gentilezza di chi accoglie e il sorriso di chi sa che l'ospitalità è prima di tutto un sentimento.
Perché un locale può avere gli arredi più belli, le migliori bottiglie, le specialità più ricercate. Ma se manca il calore umano rimane soltanto un luogo dove si mangia e si beve.
Scialàti, già nel nome, promette qualcosa di diverso.
Promette di restituire dignità a quei piccoli momenti che un tempo facevano grande la vita. Il ritrovarsi senza un motivo particolare. Il fermarsi per un bicchiere e scoprire che è passata un'ora. Il raccontarsi una giornata, ricordare una persona, ridere di un episodio lontano. Il piacere, ormai quasi rivoluzionario, di esserci. Semplicemente esserci. Insieme.
E così, nel cuore di una città che custodisce sotto le sue strade millenni di storia, una parola venuta da lontano trova una nuova dimora.
Non è soltanto nostalgia. La nostalgia, da sola, rischia di trasformare il passato in un museo. Qui, invece, il passato sembra voler tornare a vivere, mescolandosi al presente, ai suoi sapori, alle sue voci, alla sua voglia di bellezza.
È come se un piccolo frammento della Calabria di ieri avesse deciso di sedersi nuovamente a tavola con quella di oggi.
E forse è proprio questa la forza di certe iniziative: ricordarci che la modernità non consiste sempre nel dimenticare ciò che siamo stati. Qualche volta consiste nel trovare il coraggio di portarlo con noi.
Chi passerà da Corso Garibaldi, al numero 224, potrà dunque trovare qualcosa da gustare, un buon bicchiere da bere, un ambiente nel quale fermarsi. Ma potrà soprattutto ritrovare il significato di una parola che appartiene alla nostra storia più intima.
Perché ci sono luoghi nei quali si entra per mangiare. Altri nei quali si entra per bere.
E poi ci sono luoghi nei quali si entra per ritrovare un po' di noi stessi.
Scialàti vorrebbe essere uno di questi.
E allora fermatevi. Sedetevi. Lasciate fuori, almeno per un poco, la fretta e i pensieri. Condividete un piatto, un bicchiere, una risata. Riscoprite il piacere di quel poco che, un tempo, sapeva riempire ogni vuoto.
Perché in fondo i nostri antenati, pur conoscendo la durezza della vita, avevano compreso una verità che noi rischiamo di dimenticare:
la felicità non è sempre avere qualcosa di più. A volte è soltanto avere qualcuno accanto con cui condividere ciò che si ha.
E i calabresi, per raccontare tutto questo, avevano trovato una parola sola.
Scialàti.
Una parola che sa di casa.
Una parola che sa di Calabria.
Una parola che, ancora prima di essere pronunciata, sembra già un sorriso.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara SCIALÀTI Una parola antica, un luogo nuovo. E tutta l’anima della Calabria. Tant’anni arrétu ’nta chistu pajsi, canzuni, tarantelli e risati. Nuddhu era baruni o marchisi ma tutti quanti facìanu scialàti. L'Editoriale di Luigi Palamara Certe parole non appartengono soltanto a una lingua. Appartengono a un popolo. Ne custodiscono la memoria, ne raccontano le fatiche, ne consolano le nostalgie. Sono parole che hanno attraversato i secoli senza invecchiare, passando di bocca in bocca, di casa in casa, come il pane spezzato sulla tavola. Scialàti è una di queste. Forse una delle più belle che un calabrese abbia mai pronunciato. La ritroviamo nei versi di Gianni Favasuli, poeta calabrese, di D'eccellenza, un Africese, che in una semplice strofa restituisce un mondo intero. Un mondo nel quale nessuno era barone o marchese, eppure tutti conoscevano quella particolare ricchezza che non si misura con il denaro: la gioia di stare insieme. Scialàti. Basta pronunciarla lentamente per sentire qualcosa che si risveglia dentro. Il rumore delle sedie trascinate davanti alle porte nelle sere d'estate. Le voci che si rincorrevano nei vicoli. Il vino versato senza contare i bicchieri. Il profumo della carne sulla brace. Un piatto di salumi al centro della tavola, perché nessuno dovesse sentirsi ospite e tutti potessero sentirsi a casa. Erano tempi nei quali si possedeva poco, ma quel poco bastava a riempire la vita. Non perché mancassero le privazioni, che anzi erano tante, ma perché esisteva un'arte antica, quasi dimenticata: quella di trasformare lo stare insieme in una forma di felicità. Scialàti non era soltanto un invito al piacere. Era un modo di abitare il mondo. Una maniera di riconoscersi negli altri, di rispettarsi, di condividere ciò che si aveva, senza chiedersi quanto valesse. Dentro questa parola c'è la Calabria più autentica. Quella che non ha mai avuto bisogno di grandi ricchezze per conoscere la generosità. Quella dei nostri padri e dei nostri nonni, delle mani indurite dal lavoro e dei sorrisi che, nonostante tutto, sapevano ancora illuminare una giornata. Le parole, quando sono vere, non muoiono. Aspettano soltanto qualcuno capace di restituire loro una casa. Ed è forse questo il significato più bello di ciò che oggi accade a Reggio Calabria. Al numero 224 di Corso Garibaldi ha aperto un nuovo locale. Si chiama SCIALÀTI. Un nome che è già un racconto. Una dichiarazione d'amore verso la propria terra. Una piccola sfida a un tempo che sembra averci insegnato a correre, ma non sempre a fermarci; a consumare, ma non necessariamente ad assaporare; a incontrarci, ma qualche volta dimenticando il piacere di riconoscerci. Qui, invece, quella parola antica prova a farsi presente. Si fa luogo, tavola, bicchiere, incontro. Si accompagna ai sapori di qualità, al gusto delle cose buone, alla semplicità di un piatto condiviso. Ma soprattutto si riconosce in qualcosa che nessuna ricetta può insegnare: la gentilezza di chi accoglie e il sorriso di chi sa che l'ospitalità è prima di tutto un sentimento. Perché un locale può avere gli arredi più belli, le migliori bottiglie, le specialità più ricercate. Ma se manca il calore umano rimane soltanto un luogo dove si mangia e si beve. Scialàti, già nel nome, promette qualcosa di diverso. Promette di restituire dignità a quei piccoli momenti che un tempo facevano grande la vita. Il ritrovarsi senza un motivo particolare. Il fermarsi per un bicchiere e scoprire che è passata un'ora. Il raccontarsi una giornata, ricordare una persona, ridere di un episodio lontano. Il piacere, ormai quasi rivoluzionario, di esserci. Semplicemente esserci. Insieme. E così, nel cuore di una città che custodisce sotto le sue strade millenni di storia, una parola venuta da lontano trova una nuova dimora. Non è soltanto nostalgia. La nostalgia, da sola, rischia di trasformare il passato in un museo. Qui, invece, il passato sembra voler tornare a vivere, mescolandosi al presente, ai suoi sapori, alle
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