I morti non se ne vanno. Siamo noi che dobbiamo imparare a vivere senza di loro.
L'Editoriale di Luigi Palamara
C'è una menzogna che gli uomini si raccontano da secoli, forse per sopravvivere, forse per vigliaccheria: che il tempo guarisca ogni ferita.
Non è vero.
Il tempo non guarisce un bel niente. Il tempo passa. Che è un'altra cosa. Passa sulle case, sulle fotografie ingiallite, sulle rughe che si moltiplicano davanti allo specchio. Passa sulle nostre illusioni, sulle promesse, perfino sui rancori. Ma davanti a certi dolori si ferma. O, più precisamente, siamo noi a fermarci mentre lui continua la sua corsa indifferente.
Perché ci sono assenze che non diventano mai abitudine. Ci sono nomi che, pronunciati anche dopo vent'anni, provocano lo stesso impercettibile sussulto. Ci sono voci che non sentiamo più, eppure riconosceremmo fra mille. E ci sono persone che la morte ci ha portato via senza riuscire, per questo, a strapparcele davvero.
È il grande paradosso dell'esistenza umana: possiamo perdere una persona senza smettere di averla dentro di noi.
La nostra epoca, così innamorata della velocità, non sa che farsene di questa verità. Viviamo in una società che pretende di archiviare tutto. I sentimenti, i fallimenti, gli amori finiti. Perfino i lutti. Ci viene ripetuto di guardare avanti, di reagire, di voltare pagina.
Voltare pagina.
Come se una madre fosse un capitolo di un romanzo. Come se un padre fosse una parentesi. Come se un marito, una moglie, un fratello, una sorella, un figlio, un amico potessero essere consegnati al passato con la stessa disinvoltura con cui si chiude un vecchio cassetto.
Che sciocchezza. E, soprattutto, che crudeltà.
Chi ha amato davvero sa che non funziona così.
Sa che il dolore non obbedisce agli ordini. Che la nostalgia non rispetta il calendario. Che basta un profumo, una canzone ascoltata per caso, una sedia rimasta vuota a tavola, per far crollare in un istante quella fortezza di apparente serenità che abbiamo impiegato anni a costruire.
E allora tornano.
Tornano senza bussare, i nostri morti.
Tornano nelle parole che usiamo senza accorgercene, nei gesti che abbiamo ereditato da loro, nelle nostre ostinazioni, persino nei difetti. Tornano quando ci succede qualcosa di bello e il primo impulso sarebbe quello di prendere il telefono per raccontarglielo. Poi, improvvisamente, ricordiamo che dall'altra parte non risponderà nessuno.
Ed è forse questo il momento più spietato della perdita: non quando qualcuno muore, ma quando la vita continua e non possiamo più condividerla con lui.
Non ci sono filosofie capaci di cancellare una simile ingiustizia. Né consolazioni sufficientemente eleganti da renderla accettabile.
Si può credere in Dio, nell'eternità, nella resurrezione. Oppure non credere in nulla. Si può pregare davanti a una tomba o restare in silenzio davanti a una fotografia. Ma c'è qualcosa che accomuna credenti e non credenti: quel bisogno profondamente umano di non lasciare che la persona amata venga inghiottita dal nulla.
Perché la morte, in fondo, ha un potere immenso, ma non illimitato.
Può interrompere una conversazione. Può spegnere una voce. Può impedirci un ultimo abbraccio. Può sottrarci la presenza fisica di chi amiamo.
Ma non può riscrivere ciò che è stato.
Non può cancellare una carezza ricevuta da bambini. Non può annullare una notte trascorsa accanto a qualcuno. Non può portarci via gli insegnamenti, i sacrifici, le risate, le discussioni, i perdoni. Non può trasformare in inesistente una vita che ha cambiato la nostra.
E qui sta una verità che dovremmo avere il coraggio di difendere: ricordare non significa essere prigionieri del passato.
Significa riconoscere un debito.
Noi siamo anche il risultato di chi ci ha voluto bene. Siamo fatti delle loro parole, delle loro rinunce, delle loro speranze. Portiamo addosso tracce che nessuno vede e che nessun certificato di morte potrà mai dichiarare estinte.
Certo, bisogna continuare a vivere. Sarebbe un'offesa alla memoria di chi abbiamo amato trasformare la nostra esistenza in un interminabile funerale. Bisogna tornare a ridere, a progettare, perfino a essere felici.
Ma senza vergognarsi della nostalgia.
Senza chiedere scusa per una lacrima.
Senza permettere a nessuno di stabilire quanto debba durare il nostro dolore.
E soprattutto senza confondere il coraggio con la dimenticanza.
Perché il coraggio non consiste nel cancellare chi non c'è più. Consiste nel trovare la forza di portarlo con noi, senza rinunciare alla vita.
In questi giorni, quando accendiamo una candela davanti a una fotografia o deponiamo un fiore su una tomba, compiamo un gesto che qualcuno potrebbe giudicare inutile. Una candela si consuma. Un fiore appassisce. Una lapide resta muta.
Eppure quei gesti raccontano qualcosa di straordinario: il nostro rifiuto di considerare l'amore una faccenda conclusa con la morte.
Non sappiamo, con certezza, dove vadano coloro che ci lasciano. E sarebbe presuntuoso pretendere di saperlo.
Sappiamo però dove rimangono.
Rimangono in quella parte di noi che non invecchia insieme al corpo. In un ricordo improvviso. In una frase che ci sorprende sulle labbra. In un sorriso che somiglia al loro. Nella commozione che ci prende quando nessuno ci guarda.
Rimangono, soprattutto, nelle cose che facciamo grazie a ciò che ci hanno insegnato.
E allora, forse, dovremmo smetterla di ripetere che il tempo cancella tutto.
Il tempo cancella molte cose. Le vanità, le convenienze, le amicizie di circostanza, le parole pronunciate senza convinzione.
Ma non cancella chi ha lasciato un'impronta autentica nella nostra anima.
Perché chi abbiamo amato davvero non è soltanto qualcuno che appartiene al nostro passato. È qualcuno che continua, in modo diverso, a far parte del nostro presente.
E se oggi sentiamo la mancanza di una persona cara, non dobbiamo considerare quella sofferenza una debolezza. È il prezzo di un privilegio immenso: aver avuto qualcuno che meritava di essere amato così profondamente.
Alla fine, fra tutte le certezze che la vita ci sottrae, ne rimane almeno una.
Non siamo eterni. Non lo sono i nostri corpi, le nostre case, le nostre fortune.
Ma esistono legami che sopravvivono alla presenza.
E forse l'immortalità più concreta concessa agli esseri umani è proprio questa: continuare a vivere nel bene che abbiamo lasciato negli altri.
Il resto è silenzio.
Un silenzio che, qualche volta, sa ancora pronunciare il nome di chi ci manca.
E quel nome, finché avremo un cuore capace di ricordarlo, non sarà mai soltanto quello di un morto.
Sarà il nome di qualcuno che abbiamo amato. E che, a modo nostro, continueremo ad amare.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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