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Leggi tutto»@luigi.palamara Effetto Referendum. Calabria capovolta: L’indagato sale in cattedra e il magistrato finisce alla sbarra. L'Editoriale di Luigi Palamara Il mondo al contrario: Occhiuto strepita, Gratteri presenta il conto. Chi deve chiedere scusa ai calabresi? Spesso arrivano momenti, in Calabria, in cui la realtà smette di sembrare cronaca e diventa letteratura. Non quella alta, purtroppo. Quella grottesca. Da una parte Nicola Gratteri: un uomo che ha scelto la trincea quando poteva scegliersi un ufficio comodo in qualche città del Nord. Un magistrato che, invece di allontanarsi dalla terra difficile, ci si è immerso fino al collo. Che ha arrestato amici, conoscenti, pezzi della propria vita. Che ha barattato libertà personale con una scorta e un’esistenza blindata. Una biografia che non ha bisogno di aggettivi. Dall’altra Roberto Occhiuto: presidente di Regione, uomo delle istituzioni, oggi però anche indagato per corruzione. E già qui, in un Paese normale, il tono dovrebbe essere basso, prudente, quasi sussurrato. Invece no. Accade il contrario. Accade che chi è sotto indagine si permetta di impartire lezioni morali. Accade che si chieda conto a chi, quella terra, l’ha difesa mentre altri la amministravano — o, peggio, la lasciavano andare alla deriva. Gratteri non risponde: contrattacca. E lo fa con la forza di chi non deve costruire una reputazione, ma solo ricordarla. «Ho dato la mia vita per la Calabria», dice. E non è retorica: è un rendiconto. Perché qui sta il punto. Non è uno scontro tra un magistrato e un politico. È lo scontro tra due idee di responsabilità. Da una parte c’è chi rivendica i fatti: arresti, indagini, territori liberati, anni vissuti sotto minaccia. Dall’altra chi parla — e parla forte — mentre dovrebbe forse spiegare. E allora la domanda di Gratteri non è solo polemica, è devastante nella sua semplicità: chi deve chiedere scusa ai calabresi? Chi ha combattuto la ’ndrangheta pagando un prezzo personale altissimo? O chi governa una terra dove, ancora oggi, bastano due giorni di pioggia per trasformare le fiumare in disastri annunciati? Qui non è più politica. È paradosso. Il paradosso calabrese, appunto: una terra dove l’eccezione diventa regola, dove l’eroismo deve giustificarsi e il potere si sente autorizzato a giudicare chi lo ha messo in discussione. Qua si parla di un’Italia capovolta. Di una vergogna che non arrossisce più. Perché il vero scandalo non è lo scontro. È che non ci sorprende più. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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@luigi.palamara Intervento del Procuratore Giuseppe Lombardo. NO, PER DIFENDERE LA GIUSTIZIA (E LA RAGIONE) L'Editoriale di Luigi Palamara GIUSTIZIA AL BUIO: LA RIFORMA "COPIA E INCOLLA" CHE CI CHIEDE DI FIRMARE IL NOSTRO RIMPIANTO. IL 23 MARZO IL VOTO È UNA SCELTA DI CAMPO: RESTARE IN PIEDI O PIEGARSI. Bisogna scavare tra i faldoni di una riforma imposta: "Non è manutenzione, è una trasformazione che colpirà i più deboli. Il referendum non è un voto tecnico, ma una scelta tra restare in piedi o iniziare a piegarsi".  Arriva un momento, nella vita di un Paese, in cui non si tratta più di essere di destra o di sinistra, garantisti o giustizialisti, ottimisti o disillusi. C’è un momento in cui si tratta semplicemente di capire se si vuole restare in piedi o iniziare a piegarsi. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di quei momenti. Ci hanno raccontato che è una riforma della giustizia. Non è vero. Ci hanno detto che renderà i processi più veloci. Non è vero. Ci hanno assicurato che rafforzerà le garanzie. Non è vero. E quando in politica si comincia con tre bugie, raramente si finisce con una verità. Il procuratore Giuseppe Lombardo, uno che la giustizia non la commenta dai salotti ma la pratica ogni giorno tra faldoni, indagini e responsabilità, lo ha detto senza giri di parole: qui non si sta riformando la giustizia, si sta cambiando l’assetto della magistratura. È un’altra cosa. E chi finge di non capirlo, in realtà ha già capito benissimo. Perché la giustizia non è un edificio da ridipingere, è una trave portante. Se la sposti, rischi di far crollare la casa. E quella casa si chiama Costituzione. C’è un dato che nessuno racconta, perché è meno comodo degli slogan: ogni anno in Italia si registrano circa 2,4 milioni di reati. Di questi, 1,7 milioni hanno un responsabile identificato. Ma a processo arrivano “solo” 400.000 casi. Questo significa che oggi il pubblico ministero svolge un lavoro silenzioso, essenziale, quasi invisibile: filtra, seleziona, evita che la giustizia venga travolta da se stessa. Evita processi inutili. Evita ingolfamenti. Evita, in una parola, il caos. E lo fa perché è formato insieme al giudice. Perché ragiona anche da giudice. Perché non è soltanto un accusatore. Togliete questo equilibrio e avrete un pubblico ministero diverso: più debole come istituzione, ma più aggressivo come funzione. Non più filtro, ma imbuto. Non più selezione, ma accumulo. Risultato? Più processi, più lentezza, più confusione. Altro che giustizia più veloce. E poi c’è il punto più grave, quello che non si dice ma che si sente: l’equilibrio dei poteri. La magistratura, con tutti i suoi difetti – e ne ha – è uno dei pochi argini rimasti tra il cittadino e il potere. Indebolirla non significa “modernizzare il sistema”. Significa spostare il baricentro. Verso dove? Verso chi governa. Il senatore Nicola Irto lo ha ricordato con una constatazione che dovrebbe far riflettere anche i più distratti: questa riforma non è stata modificata di una virgola dal Parlamento. Quattro passaggi, zero cambiamenti. Non è una riforma condivisa. È una riforma imposta. E quando il Parlamento smette di discutere e inizia ad approvare senza toccare, vuol dire che qualcosa si è rotto prima ancora del voto. C’è poi una parola che ricorre spesso in questi giorni: “cambiamento”. È una parola bellissima. Ma anche pericolosa. Perché non tutto ciò che cambia migliora. Cambiare una Costituzione non è come cambiare una legge. È come intervenire sulle fondamenta mentre la casa è abitata. E qui il paradosso è evidente: invece di riparare ciò che non funziona – organici insufficienti, tempi lunghi, strutture carenti – si interviene su ciò che funziona come equilibrio. È come voler far partire una macchina senza motore e senza gomme, cambiando però il volante. Lo ha detto con semplicità disarmante un giovane candidato: si tocca la parte migliore, lasciando intatto il problema. Ma c’è un’immagine che più di tutte resta impressa. Quella del contratto.
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